Scelti per voi – Cinema

di Uberto Pasolini

Still life

Regno Unito-Italia, 2013

Produzione: Redwave Films, Embargo Films

Distribuzione: BiM Distribuzione

Onori a questo film che si carica in spalla il peso della morte e della sua celebrazione proprio in tempi come questi, presi d’assalto dall’euforia di festeggiare i progressi della tecnica che ci illude che possiamo vivere senza fine. Mentre fingiamo di essere immortali e pieni di amici e contatti sui social network, qualcuno ci ricorda lo stato pietoso e sacro della solitudine, dell’isolamento, e della morte.

Collocato in un edificio grigio che sta sotto l’ombra di un cielo grigio, si trova un ufficio comunale dalle pareti grigie che avvolgono una scrivania grigia cui è seduto un uomo vestito di nero. E’ l’impiegato comunale preposto a recuperare i parenti di coloro che risultano deceduti dopo una vita passata in completa solitudine. Un brutto affare. Anche chi non ha avuto il dispiacere di dovere occuparsi di tutte le fasi che seguono il decesso di un familiare, nel vedere il film non può affatto sfuggire alle emozioni provate durante una delle prove di vita più gravose, dolorose ed estenuanti: visitare l’appartamento del defunto, esaminarne gli arredi, recuperarne gli effetti personali, informare dell’evento i parenti più prossimi, organizzare il funerale, presenziare alla messa, recarsi al cimitero. Il nostro impiegato fa le cose per bene, è minuzioso nell’esecuzione delle faccende, non per spirito burocrate, ma per attitudine di cura verso il deceduto; per quanto sgradevole e doloroso sia per chi guarda, il fare un mestiere come questo non è affatto alienante come quello che fa l’operaio in fabbrica: qui non si maneggiano oggetti in serie, ma ricordi, tracce di vita vissuta, segni umani di abbandono, desolazione, solitudine, tristezza. Il protagonista vive una vita solitaria forse anche più spinta di quella dei suoi ‘clienti’ morti; lui fa una vita esclusa dal mondo, una vita di chi scappa dalla società e si siede al tavolo sempre alla stessa ora, davanti alla stessa scatoletta di tonno, avvolto dal mutismo fermo del circostante. Lui sa cosa significa essere senza l’ombra di un legame, senza un incontro, senza una compagnia, neppure di un cane; per questo conosce l’importanza del rispetto per le procedure che servono a onorare la morte di chi in vita non si è goduto nessuna relazione. Le inquadrature della bara al centro della chiesa vuota durante la celebrazione della messa funeraria fanno venire freddo agli occhi, eppure lo sguardo intenso dell’uomo ci fa riscaldare nei suoi gesti di attenzione – che poi è amore – verso quelli soli come lui, che però non sono più vivi come lui. I defunti soli sono la sua famiglia, lui è l’incaricato ultimo a seguire le azioni terminali del loro decesso. La poesia dei gesti di amore del protagonista, di questo strano amico dei defunti esplode sotto il grigio del paesaggio desolante descritto all’inizio. Ma è inutile sperare, e meno che meno credere, nella legge della giustizia: chi ha dato non riceve allo stesso modo, niente torna, niente si ricompone secondo una logica suprema che lo ha deciso. Il caso fa saltare tutti gli equilibri possibili e chi ha donato del bene alla fine non riceverà per forza del bene, anzi. La coda del film ci lascia stupefatti, non ci aspettiamo ciò che invece accade, non vorremmo che la cosa finisca come ci viene mostrato, non vorremmo vedere la nostra società in queste condizioni, la nostra vita scarnificata riflessa nello specchio di questo film. E invece sì. E quando partono i titoli di coda rimaniamo a fissare lo schermo a lungo, poi ci ricordiamo che fuori è inverno, allora usciamo dalla sala con la commozione nascosta sotto il cappotto.

di Francesco Sole

L’amore ai tempi di “Whatsapp”

Questo video, che dura quasi 6 minuti, ci lascia il segno di una generazione che vive di comunicazione senza voce, fatte di sfilze di scritte velocemente su “Whatsapp”.

In primo piano si affaccia il volto di un adolescente maturo con pelle più chiara della neve, un ciuffo presuntuoso sulla fronte e occhi blu del ghiaccio che si rivolge a te con il tono familiare di chi ti vede ogni giorno e, proprio perché gli fai simpatia, ha voglia di darti dei buoni e sani consigli. Su cosa? Su Whatsapp, il capillarmente diffuso social network che arraffa la presenza di tutte le generazioni desiderose di chiacchierare senza usare la voce. Diversamente da altri social network come Facebook, Whatsapp consente lo scambio di parole ma anche di filmati, registrazioni vocali e sonore solo con coloro di cui si ha il numero di telefono. E’ quindi una forma di chat più evoluta delle precedenti, ma anche selettiva perché non si può condividere con un numero elevato di utenti, non comunque con un’alta densità di popolazione on line. Ormai penetra nelle nostre abitudini fino a modificare i modi relazionali e le aspettative che abbiamo verso gli altri: i giovani, soprattutto, usano parlare scrivendosi e la voce, quella che si usa per le telefonate, è sempre più tenuta a riposo. Perché? Innanzitutto perché con Whatsapp si ha la possibilità di chiacchierare con un amica anche se lei è impegnata, perché la regola implicita è che chi riceve il messaggio, appena si libererà, mi risponderà. E così, rispetto ad una ormai banale telefonata, io posso scarnificare la conversazione in tante frammentate frasi scritte, inviate nel corso della giornata e a cui l’altra persona mi risponderà, appena riuscirà. Ma sta qui il problema principale secondo il nostro giovane consulente del video: quando ci risponderà? Il dispositivo di Whatsapp ha una funzione automatica che rende noto se la nostra amica è, al momento in cui scriviamo, collegata o meno alla chat, inoltre ci dice anche se sta scrivendo oppure no; sappiamo anche l’ultima volta che si è collegata con la chat nel caso in cui al momento non fosse presente. Questo, ci ricorda il nostro amico del video, causa a noi users di Whatsapp una enorme dose di ansia e di stress, spesa a sperare che chi riceve il nostro messaggio risponda subito, in caso contrario la cosa ci potrebbe gettare nella più matta disperazione. Molti, ma proprio molti, sono stati i commenti a questo video tanto semplice quanto capace di registrare la temperatura relazionale che stiamo vivendo e, soprattutto, stanno vivendo le nuove generazioni. La loro quotidianità è tempestata da notifiche di messaggi a cui rispondono in autobus, mentre mangiano, in bagno o in classe di nascosto dal prof. Un video leggero e speculare di un mondo che cresce in un certo modo e che tutti i curiosi degli effetti sociali dell’uso della tecnologia e, soprattutto, tutti e tutte coloro che sono coinvolte in azioni educative dovrebbero sapere. Le giovani generazioni e anche alcune meno giovani parlano sempre meno usando la viva voce, ma simulano conversazioni digitando parole digitali. La forma dello scambio genera dipendenza e, spesso, ansia e stress. Da vedere per sapere e capire meglio quelli che stanno dietro i banchi e anche quelli che lavorano dietro le cattedre.

La presentazione del video si trova, in versione modificata, sul blog www.raccontidiscuola.it