Scelti per voi – Cinema

 

di Richard Linklater

Boyhood

USA 2014,

Produzione: Richard Linklater, Cathleen Sutherland, Vincent Palmo Jr.

Distribuzione: Universal Pictures

 

I passaggi del tempo*

L’ho visto. E non ci speravo neanche. Invece il cartellone con la faccetta del protagonista stava esposto al cinema IFC in Avenue of the Americas, New York. E io, per caso, stavo proprio in quel punto della città quindi, inevitabilmente, mi sono piazzata in sala per godermi tre ore di film. Il lavoro è uscito negli USA da un paio di settimane, non so se sarà tradotto in italiano o comunque distribuito in Italia. Me lo auguro vivamente. Se così fosse…

A CHI? A docenti che hanno a che fare con l’adolescenza e non la riescono a capire, a studenti e studentesse dai 14 anni in su.

PERCHE’? Per osservare al microscopio l’incredibile metamorfosi fisica, psichica e culturale di un maschio americano medio e della sua famiglia durante un tempo di dieci anni di vita. L’abilità americana di costruire le fila dell’esistenza e delle relazioni sulla precarietà più spinta ha molto da insegnare a noi in Italia.

IL FILM: La storia di Mason e della sua crescita dai 5 ai 18 anni viene messa in scena dallo stesso attore protagonista di cui vengono tracciati i cambiamenti dovuti agli effetti del tempo e delle esperienze. Accanto a lui la sorella, la madre, il padre sono tutti interpretati dagli stessi soggetti che evidentemente hanno preso con il regista un impegno a lungo termine, cosa rara. Ma questo non è un documentario, è una storia che fa fare al tempo il vero protagonista e che è di enorme interesse sociale e antropologico.

Siamo in una famiglia classicamente composta da un figlio, una figlia, una madre e un padre – divorziati. Le stonature e i successi dovuti a svariati eventi contribuiscono a definire l’interessante esperienza formativa del protagonista di cui osserviamo la “boyhood” – che significa periodo della fanciullezza di un ragazzo. E questo è il primo dato di rilievo: esiste nella lingua inglese un’attenzione al lungo periodo della giovinezza scandita secondo il genere maschile con un iter diversissimo da quello femminile che, infatti, ha per sé la parola “girlhood”; in italiano non c’è neanche l’ombra di questa distinzione terminologica. Così, dicevo, assistiamo alle paure e alle introversioni di un bambino che poi diventa un brufoloso ragazzetto che si scopre fotografo e per questa passione riuscirà ad andare via da casa, a soli diciotto anni. Nella precarietà delle relazioni genitoriali Mason trova comunque sempre l’appoggio di entrambi i genitori, nella precarietà lavorativa la madre perde il lavoro ma riesce a laurearsi e a diventare docente universitaria; nella precarietà economica i genitori insegnano presto al figlio a sbrigare le faccende di casa in modo che lavare i piatti e pulire i gabinetti sarà più facile quando vorrà guadagnare dei soldini mentre studia per la maturità. E quando si innamora non lo fa della solita biondina in minigonna, ma di una studiosa e non tanto bella ragazza più grande che lo mollerà per un altro. Insomma un film che apre lo sguardo, che insegna la capacità di tenere forti i legami nella marea di instabilità permanenti, che ci ricorda che l’autonomia esistenziale oltre che economica, per quanto precaria possa essere, è la sola cosa giusta. Molto bene. Enjoy it!

 

*La recensione è stata pubblicata sul blog www.raccontidiscuola.it

 

di Ivano di Matteo

I nostri ragazzi

Italia 2014,

Produzione: Rodeo Drive, Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

 

Chi sei?*

Attenzione a chi allevate, a chi cresce in casa con voi, a chi è vostro figlio, a chi è vostra figlia.

Lo sapete veramente cosa sarebbero capaci di fare?

A CHI? Ai genitori/ a
chi ama l’educazione.

PERCHE’? Per togliersi gli occhiali da sole e farsi abbagliare dalla distanza – pericolosa – che separa noi adulti dai pensieri degli adolescenti, per avere la forza di provare paura, per ammettere che spesso i mostri li creiamo noi.

IL FILM: Con tratto deciso e senza sbavature siamo introdotti nel paesaggio della quotidianità del male in una Roma (che potrebbe essere anche Torino o Milano) dove fare violenza è come fare la pasta per il pane.

Due fratelli, professionisti realizzati, poco in sintonia tra loro, si vedono a cena periodicamente con le rispettive mogli. Uno fa il chirurgo che salva la vita a giovani pazienti, è benestante, ha un figlio di quindici anni; l’altro è un avvocato di successo che difende anche il più accanito assassino, è più che benestante, ha una figlia di quindici anni.

Loro, i due rispettivi figli (che poi sono cugini), si frequentano regolarmente, fanno la vita regolare di quelli della loro età che vedono video dalla mattina alla sera, che stanno incollati allo smartphone, che vanno alle feste, che a volte si ubriacano; non hanno mai voglia né tempo per chiacchierare con mamma e papà, stanno persi nel loro mondo un po’ depresso, un po’ confuso, un po’ insicuro.

E poi arriva quel video a sventrare la tela della regolarità; noi adulti, con gli occhi della mamma del ragazzo vediamo quello che le telecamere nascoste hanno ripreso, quello che la televisione ha mandato in onda, vediamo due che pestano a sangue una donna, una senza tetto che rimane deturpata fino alla morte dalle botte, stesa sul marciapiede di una solitaria strada notturna.

Le immagini non sono nitide. Avete visto bene? Sono stati loro? Sono stati “i nostri ragazzi”?

La domanda porta nel tunnel vorticoso della rabbia, della paura, del sospetto di nutrire in casa degli orrendi assassini. Perché l’avete fatto? Ma lui e lei, il ragazzo e la ragazza, non si curano delle conseguenze, non pesano le responsabilità, non sentono le tracce delle azioni, viaggiano sul filo della tragica superficie. A soffrire la condanna sono loro, le mamme e i papà che non sanno intrecciare relazioni, che non sanno parlare con quelli che hanno messo al mondo e che non sanno neppure come comportarsi dopo. Perché il dopo che il film non mette in mostra è ancora più brutto del principio.

Da vedere per ammirare una regia intelligente, sobria, profondamente attenta agli sguardi perduti degli adulti e a quelli in fuga dei loro figli. Senza false retoriche, arriva un ritratto offensivo dei nuovi genitori e dei “loro ragazzi”. Tenetevi forte perché c’è da pensare e c’è molto da imparare.

 

*la recensione è stata pubblicata sul blog www.raccontidiscuola.it