Scelti per voi – Libri

Francesca Oggionni

La supervisione
pedagogica

Franco Angeli,

Milano 2013,

pp. 144, € 19,00

La complessità del lavoro educativo, nel suo rivolgersi a diverse tipologie di utenza, nel compiersi in una molteplicità di contesti e nella gestione di situazioni multiproblematiche, richiede saperi interdisciplinari e competenze molteplici, che l’educatore professionale deve saper padroneggiare con consapevolezza, responsabilità e flessibilità. Contribuendo a stimolare la riflessione in termini pedagogici rispetto all’operato e al mandato sociale di questa figura professionale, la supervisione pedagogica è in grado di produrre e consolidare un sapere pedagogico, in quanto stimola cambiamenti nel modo di accostarsi agli oggetti educativi, nell’osservarli e descriverli e così – auspicabilmente – nel facilitare processi riflessivi che producano cambiamenti «nella profondità degli sguardi, nella presa in considerazione di variabili trascurate, nella padronanza dei linguaggi, nella gestione delle dinamiche relazionali, nella declinazione dei comportamenti, nell’istituzione di un nuovo clima e metodo di lavoro» (p. 79). Il lavoro di Francesca Oggionni intende valorizzare la supervisione pedagogica in quanto strumento metariflessivo attraverso il quale l’educatore professionale può analizzare le pratiche educative dal punto di vista dell’intenzionalità e della progettualità. Una analisi conoscitiva approfondita, attuata a partire dalla ricostruzione dell’evoluzione storica e dalle diverse angolature disciplinari della formazione medico-sanitaria, della tradizione psicoanalitica e del lavoro sociale, contribuisce a definire le funzioni caratterizzanti della supervisione pedagogica, qualificandola come un duplice strumento, formativo e professionale. Questa pratica rende infatti possibile presidiare uno spazio di riflessione sulla professionalità, attuare una valutazione in itinere del lavoro, attivare un processo di apprendimento dall’esperienza, oltre a sollecitare, da parte del supervisore, una scrittura che è al tempo stesso esercizio di pensiero, sistematizzazione e analisi delle prassi e dei contesti operativi. A questo si aggiunge l’aspetto della trasmissione di una cultura professionale che, attraverso le occasioni di confronto e di scambio sull’identità e sull’azione professionale, favorisce il potenziamento delle competenze specifiche individuali e collettive, mentre accresce il capitale culturale che fonda la professione educativa. Nel descrivere gli spazi di attuazione della supervisione pedagogica, l’autrice evidenzia come essa possa essere un utile supporto alle professionalità educative tanto in fase di formazione (dove già trova uno spazio riconosciuto) quanto in ambito professionale, laddove le venga riconosciuto il carattere di strumento imprescindibile di formazione permanente, dotato di una propria autonomia nell’universo delle pratiche di supporto professionale. In questo quadro, si descrive la figura del supervisore quale “esperto dei processi riflessivi”, in ordine ai quadri concettuali di riferimento, dentro i quali si collocano le funzioni attribuite alla supervisione e gli obiettivi perseguibili, così come in ordine alle competenze proprie, evidenziando per questa figura l’opportunità di una formazione di “secondo livello”. In ultima analisi, il testo di Francesca Oggionni sottolinea l’importanza di accostarsi alla supervisione pedagogica con uno sguardo “lungimirante”, grazie al quale educatori, servizi e organizzazioni, oltre che amministrazioni locali, la riconoscano come uno strumento strategico di riprogettazione dei servizi e degli interventi. Si evidenzia così la necessità di acquisire questa pratica come un elemento strutturale del lavoro educativo, accordandole uno spazio dal carattere permanente che, oltre la contingenza e l’emergenza, contribuisca a rafforzare una cultura della supervisione pedagogica. Sarà così possibile consolidare l’identità professionale e, al contempo, sostenere responsabilmente il progetto riflessivo e processuale sotteso agli interventi educativi, assumendolo in tutta la sua complessità.

Carla Acerbi

Angelo Villa

Pink Freud. Psicoanalisi della canzone d’autore da Bob Dylan a Van De Sfroos

Mimesis,
Milano 2013,
pp. 286, € 20,00

Appena preso in mano il testo di Angelo Villa la mia mente è corsa al concept album Freudiana. Mi sembra di poter dire, infatti, che la psicoanalisi ha da sempre affascinato molto il mondo della musica. E non solo Alan Parson e Eric Woolfson, i quali hanno letteralmente musicato i capisaldi della teoria del padre della psicoanalisi, da Dora, alle libere associazioni al transfert… ma anche gruppi, all’apparenza molto distanti da questa, come i Dream Theater in Metropolis pt2: Scenes from a Memory. Ma non credo di poter affermare che sia vero il contrario, ovvero che la psicoanalisi si sia occupata spesso della musica. Dell’arte sì, del cinema pure, ma della canzone meno… non conosco la ragione di tutto ciò, e questo non è il luogo per interrogarsi, eppure questo inquadra il testo di Villa, fin dalle prime battute in un quadro di originalità. Inoltre, se nei casi prima citati, il richiamo alla psicoanalisi ha a che fare con un’evocazione immaginaria, spesso eterea ad ammaliante, qui le cose, invece, si presentano in modo molto diverso. L’autore, infatti, indaga l’intreccio tra musica e psicoanalisi da una prospettiva completamente differente. La mira non è al glamour, alla superficie, alla cattura immediata né della dottrina psicoanalitica, né della musica. L’autore mira oltre. La canzone, invero, non può giungere alle orecchie dell’ascoltatore se non per mezzo della voce del cantante; e non serve essere degli appassionati di musica per sapere che ciò che rende indimenticabile e inconfondibile una canzone, oltre a testo e melodia, è anche l’unicità della voce che la canta. E’ quindi attraverso queste porte, quelle aperte sulla materialità della canzone, che prende avvio il testo. Se mi posso permettere una licenza, direi pertanto che nella prima parte del libro è lo psicoanalista che, come un novello Virgilio, conduce il lettore, nei meandri della dottrina analitica, partendo proprio da questo oggetto particolare, la voce. In questa parte il libro è ricco di riferimenti, alla psicoanalisi, sì, ma anche alla letteratura, al teatro, alla filosofia. Il riferimento alla musica trova spazio nel racconto dei suoi albori e in qualche citazione che fulminea appare. Il testo è denso. Eppure, l’autore, pare farci capire che quello è solo l’inizio, che sta preparando il terreno per portarci da un’altra parte, e quelle citazioni paiono messe lì, come di sassolini nelle fiabe, a ricordarci qual è la direzione. Infatti, come sosteneva Freud, prima che il viaggio possa iniziare bisogna pur prepararsi.

Le aspettative non solo deluse. Nella seconda parte, lo psicoanalista pare scostarsi un po’ per lasciare spazio all’appassionato di musica. E’ lui ora a condurre il gioco, e il lettore. Non nei temi, sia ben inteso. Villa utilizza otto canzoni, come otto scuse per toccare alcuni temi cruciali della vita tra cui il padre, la madre, la donna, senza dimenticare le donne, per arrivare al grande tabù della società contemporanea, la morte. Quello che a mio avviso cambia è il passo della prosa, è il ritmo, che ora spinge il lettore a non fermarsi, a proseguire quel viaggio ormai avviato. La passione s’impossessa del testo, l’autore pare sciogliersi, la scrittura è coinvolgente. So probabilmente di suscitare le perplessità dell’autore nel sostenere che l’apice di questa prosa non si raggiunge nelle pagine dedicate a Bob Dylan, indiscusso autore prediletto, il “fuori classifica”. No, lì c’è passione, ma anche molto rispetto e questo, forse, frena lo slancio. Invito, invece, tutti a leggere le pagine dedicate a Mother di John Lennon. Vi invito a farlo e vi sfido a non leggerle tutte d’un fiato per poi precipitarvi ad ascoltare le note della canzone stessa. Le note delle canzoni citate, infatti, accompagnano la lettura di tutto il libro. Forse sarà dovuto a un istinto naturale, ma appena Villa cita una canzone, la mente del lettore ne sta già ripercorrendo le prime note o il refrain. Tutto procede così fino a Mother. Lì, l’evocazione non basta più. Lì le parole di Villa suscitano un effetto diverso, un’urgenza s’impone. Ascoltare la voce di Lennon, far sì che la materialità della canzone ci tocchi e con essa qualcosa dell’autore della canzone. L’“orizzonte relazionale” della canzone, come lo chiama l’autore, emerge prepotentemente. Da lì in poi il testo assume un’altra luce, pur non perdendo quella di prima.

Come spesso accade anche nella musica, il primo ascolto non basta. E’ così anche per Pink Freud, la prima lettura non basta per cogliere tutti i piani, tutte le prospettive presentate. Sono infatti sicura, che, come accade con i classici, il testo di Villa si presti ad essere letto e riletto, magari a capitoletti, magari solo perché due note ci hanno richiamato alla mente una canzone citata… e ad ogni lettura il testo ci apparirà sotto una luce un po’ diversa, sempre lo stesso libro, eppure mai uguale.

Katia Romelli

Laura Balbo
(a cura di)

Imparare sbagliare vivere. Storie di lifelong learning

Franco Angeli,
Milano 2013, pp.142, € 18.00.

Riprendono, con questo testo, le pubblicazioni dei quaderni GRIFF (Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile). Il gruppo, coordinato da Laura Balbo, era nato nel 1973 presso la facoltà di Scienze Politiche di Milano e nel 1981 aveva inaugurato la collana con un testo che analizzava e studiava le implicazioni che lavoro per il mercato e lavoro familiare/di cura comportano per le donne, traducendole nell’espressione doppia presenza, immagine che ha aperto nel Paese un profondo e vitale dibattito sociologico, ma anche e soprattutto politico.

La collana si propone oggi, in uno scenario profondamente mutato, di leggere tutti quei temi che sono al centro delle vite, non solo di quelle delle donne, allargando dunque l’orizzonte da una ricerca eminentemente imperniata “sulle donne a quel che l’intelligenza di donne pensanti – e di uomini attenti – può portare al dibattito”.

Primo fra i temi affrontati è quello del lifelong learning. Le voci che compongono il testo sono quelle delle studiose (o almeno di un gruppo di loro) che avevano condiviso negli anni settanta e ottanta del novecento i progetti del Griff.

Che cosa è dunque il lifelong learning per queste donne, che hanno praticato la consapevolezza che il personale sia prepotentemente politico, quando può essere confrontato con quello di altre (e oggi forse di altri), quando si possono elaborare, insieme, strumenti convincenti per interpretarlo, scomporlo e rileggerlo da nuove prospettive? Continuare a imparare per tutto l’arco della vita è una dimensione processuale, dunque dialettica che implica tenere in campo necessità (da quella di non patire espulsioni dal mondo del lavoro a quella di prendersi cura di coloro che si amano) e desiderio (di esplorare nuovi saperi, di dedicarsi a ciò che piace), ma anche prendere coscienza delle motivazioni che hanno condotto a scelte, apparentemente operate sull’onda della curiosità piuttosto che misurate sul rigore della convinzione.

In questa ottica il lifelong learning non può dunque prescindere dal proprio romanzo di vita, perché  comprendere ciò che si è imparato significa leggersi nel contesto, pubblico e privato, e dunque non poter separare nettamente il sapere professionale dalle condizioni e dalle emozioni esistenziali, che ne hanno consentito il definirsi e ne consentono il ri-definirsi continuo. Così, per guardare alla costruzione dell’apprendere e degli apprendimenti, le autrici cercano il dispositivo che rende possibile il processo: la discontinuità (Bimbi, Chiaretti, Ergas, Servida, Zanuso), lo spiazzamento/la svolta/l’inciampo (Balbo, Fabbrini, Piazza), la scoperta che improvvisamente irrompe (Piccone Stella, Pirzio Biroli Sclavi), l’ambiguità (Bianchi).

Ed è paradossalmente lo stesso dispositivo che a volte porta all’errore. Forse soggettivamente più difficile è ricostruire le traiettorie lungo le quali esso si è strutturato, le ferite sulle quali si è appoggiato, fino ad appannarle e a impedirne la guarigione. Se fare i conti con l’errore è doloroso, almeno le esperienze maturate e il divenire del tempo consentono una certa indulgenza nei propri confronti. Perché questo dispositivo, come un nodo che non si scioglie, ancora si ripresenta, a volte intatto.

Ciò che abbiamo imparato, e ancora impariamo, non è dunque ciò che si presenta davanti a noi, è piuttosto ciò a cui possiamo e sappiamo dare attenzione, dato ciò che siamo. Una fatica perché presuppone comunque lo sforzo, maggiore con l’avanzare dell’età?, di disancorarci almeno un poco dalle certezze, di mantenere il desiderio di affrontare mari aperti, ma anche il piacere di saperci ancora vitali.

Claudia Alemani

Ella Berthoud,
Susan Elderkin

Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno

Sellerio editore,

Palermo 2013,

pp. 644, € 18,00

Un’idea, se avessi un’idea… Cantava, se la memoria non mi tradisce, Giorgio Gaber. E, occorre riconoscerlo, Ella Bertoud e Susan Elderkin un’idea ce l’hanno avuta, decisamente brillante. Hanno inventato un divertente e realistico prontuario di medicina indicando per ogni disturbo preso in considerazione, dalle emorroidi (eh, sì…) al senso d’abbandono, dal mal di testa ai dolori premestruali, una serie di letture “ad hoc”. Il risultato è di ottima qualità, furbo e intelligente nel contempo. I saccentoni o, forse, gli invidiosi faranno la lista dei libri che le due autrici non hanno inserito, ma ciò è inevitabile. Succede sempre così, non sarebbe andata bene comunque. Voi fregatevene, aggiungete tutt’al più, ad ogni voce quelli che voi avreste messo e godetevi in santa pace il libro, come merita. O, che ne so, mettete altre voci. Insomma, prendete spunto dal format delle due letterate e andate avanti. Sbizzarritevi… Potete infilarci anche delle canzoni o dei film o dei quadri o… Rubate, ma non copiate, mai .E questo, scusatemi, è l’essenziale, anzi il segreto. Perché il gioco funzioni occorre che quel pezzo richiami qualcosa di vostro, solleciti nel vostro  intimo un’esperienza, conscia o inconscia, che vi riguardi da vicino. Ciò può essere il risultato di una scoperta, e quindi fate tesoro delle indicazioni della Berthoud e della Elderkin, potrete conoscere un testo che ignoravate e che vi arriva direttamente al cuore o altrimenti, prendete una penna, e scrivete accanto le vostre indicazioni. Potreste regalare, successivamente, il libro a una persona che vi è cara. Personalizzatelo, siate audaci e, naturalmente, rispettosi. Per concludere l’opera, vi consiglio di apporre la vostra firma a fianco o, se siete timidi, tra parentesi sotto quella delle due autrici. Pensate a che figurone potreste fare! Ma, aldilà dell’immagine, che di questi tempi  è sin troppo invadente, considerate il movimento di soggettiva mobilitazione che il libro ha promosso. E’ divenuto un volano, per dire, per comunicare, annodando tra loro corpo e spirito, tra interno e esterno, tra privato e sociale, tra particolare e universale… Un rosario di parole (e di emozioni), una ragnatela rizomatica di rappresentazioni scritte dove il patire, nel doppio senso di sofferenza e di passione, trova voce, tessendo la trama di una strana e inusuale complicità tra Ella e Susan e gli autori citati e voi e i vostri autori e così via. Chi riceve il libro potrebbe a sua volta… Una sorta di comunità inoperosa, per dirla con Nancy, al lavoro.

Ma c’è dell’altro, ancora. Secondo le due autrici i suggerimenti letterari vogliono o, più prudentemente, vorrebbero indicare anche delle potenziali soluzioni, dei rimedi, per l’appunto, alle sofferenze che affliggono
il lettore. Si chiama biblioterapia e qui il rischio è quello classico di fare il passo più lungo della gamba. Nulla da dire sull’accostamento tra sintomo e romanzo, poi mi sembra si chieda forse un po’ troppo alla letteratura. Quello cioè di andare oltre al terreno, già enorme, che le è proprio… Una pretesa direi un po’ eccessiva.

Due note a margine, di diverso umore. La prima ottimistica, speranzosa. Se la biblioterpaia non funziona, mandate al diavolo le inibizioni e sfidando gli inviti a lasciar perder del mio amico  Goffredo Fofi, provate a scrivere, l’importante è che sappiate farlo in maniera quanto meno decente e che, soprattutto, non vi arrotoliate compiaciuti nelle calde ma stucchevoli coperte che il  narcisismo vi suggeriti. Siate coraggiosi e abbiate pietà degli eventuali malcapitati lettori. Scrivere può fare bene, a patto di misurarsi seriamente e, forse, drammaticamente con una simile impresa. Seconda nota, o, se volete, piano B. meno entusiasmante della prima, ma non per questo sottovalutabile. Consultate un buon medico, uno attento e non distratto, il mio non ve lo consiglio, O, per i mali dell’anima, non sempre così separabili da quelli del corpo, rivolgetevi a un analista. A questo proposito, un viaggio tra le parole che hanno segnato la vostra vita potrà rivelarsi stimolante e ancor più utile che quello tra le parole altrui. D’altronde, se le prime non interessano a voi, a chi mai dovrebbero incuriosire?

Angelo Villa

Barbara Mapelli, Stefania Ulivieri Stiozzi (a cura di)

Uomini
in educazione

Stripes Edizioni, Rho (MI) 2012,
pp. 232 , € 16,00

Uomini in educazione riporta gli atti del convegno tenutosi all’Università di  Milano Bicocca il 14 marzo 2012, sbocco di anni di ricerca sul tema. Due domande attraversano il volume: quale sia il rapporto tra cura ed educazione e quali le variazioni di queste pratiche formative col variare dei generi che ad esse sovrintendono. Le due domande si intersecano negli interventi, con un’evidenziazione più profonda della costituzione delle varie dimensioni, perché interrogarsi sulla partecipazione maschile all’azione educativa, in particolare nell’ambito professionale, ci parla della cultura dell’identita maschile in Italia e ci svela, con i suoi numeri e con le testimonianze degli interpellati, aspetti significativi del come concepiamo e poniamo in atto l’educazione. Bisogna chiedersi chi sono gli uomini, cosa vogliono, e che cosa è l’educazione: le risposte sono situate, si originano a partire dall’esperienza, dal sentire personale di educatori, e dall’analisi delle trasformazioni storiche.

Della partecipazione degli uomini all’educazione viene detto che si tratta di un’assenza la quale, per riprendere l’incisiva formula di Barbara Mapelli, si manifesta come evidenza invisibile. Tutto ciò che, pur avendo un’origine culturale, viene naturalizzato nel e dal senso comune, sino ad apparire ovvio, scompare alla nostra percezione, e non lo studiamo, spesso, bensì lo assumiamo come dato di realtà costitutivo e immutabile delle esistenze e interazioni umane. Più contributi sottolineano l’evoluzione dei numeri, o meglio l’involuzione, sia quantitativa che qualitativa, dell’impegno maschile in educazione. Questo impegno viene esaminato sia nel mondo del lavoro che nei corsi di laurea delle Facoltà di Scienze della Formazione, deputate alla preparazione in questi ambiti. È così possibile mettere in luce le peculiarità dell’assenza maschile, che non è uniforme in tutti i contesti e indirizzi della pratica professionale dell’educazione: la presenza degli uomini cresce col crescere dell’età delle fasce d’utenza e col salire di livello della posizione nell’organizzazione scolastica. La cura dell’infanzia non si addice agli uomini, neanche a quelli che pure sono in educazione: le scelte professionali si conformano sui paradigmi di genere, i pochi studenti maschi dei corsi di Scienze della Formazione si rappresentano e si sentono rappresentati come figure originali, bizzarre, investite anche di notevoli aspettative, incerte e in discussione per quanto riguarda la propria identità lavorativa, nonostante gli ampi spazi di occupazione che si presentano loro, in un mercato del lavoro nelle attività socioeducative che richiede pressantemente uomini, ritenuti portatori di un contributo educativo specifico. E’ in questi numeri della presenza-assenza maschile che appare una distinzione di fondo tra cura ed educazione, con la prima descritta e vissuta come il modo dell’accudimento femminile, e la seconda come prossima ad una normatività esercitata dal genere maschile. Sono i codici materno e paterno, che ancora fungono come riferimenti, nonostante i cambiamenti e le singolarità, per ogni altra pratica formativa intenzionale. La continua perdita di prestigio del lavoro educativo professionale, soprattutto dell’insegnante di scuola primaria, sembra significare una propensione contemporane a privilegiare la funzione assistenziale e accuditiva, rispetto a quella regolativa: ma cosa succederebbe se, e cosa succede già ora quando cominciamo a pensare e agire in termini di cura educativa, con una più forte integrazione tra le due dimensioni?

Il volume non si limita a descrivere il fenomeno, ma si domanda anche quali siano le cause di questa assenza maschile; e ancora, sposta il fuoco verso una valutazione, se un cambiamento di questa tendenza, con una maggiore partecipazione degli uomini nella cura educativa, sarebbe opportuno o meno, e infine testimonia dei modi con cui gli uomini possono essere educatori efficaci, mediatori simbolici del processo formativo degli adolescenti. La ricerca porta a raccontare il guadagno di senso esistenziale che anche gli uomini possono riconoscere e apprezzare situandosi in educazione. Fra le varie ragioni dell’allontanamento maschile dal mondo della cura e dell’educazione, infatti, forse non vi sono solo l’inadeguato compenso e il declassamento dello status sociale, ma di frequente proprio il valore misconosciuto del contribuire alla formazione di giovani esseri umani. Quello che accade e che emerge nelle testimonianze raccolte, nel partire da sé così chiaramente esemplificato nell’intervento dell’insegnante di scuola superiore Alessio Miceli, e anche nelle narrazioni e nelle motivazioni espresse da altri educatori e da studenti, è che quei pochi uomini che se ne occupano colgono l’aspetto positivo di realizzazione di sé in questa relazione con minori a cui dare il proprio apporto nei termini appunto di una cura educativa.

Queste esperienze, che contrastano con le gabbie stereotipate dei ruoli di genere, pur nell’attuale scarsità dei numeri degli uomini in educazione, sono anche una comunicazione proiettata verso il futuro e intesa come responsabilità verso le nuove generazioni: un’affermazione del senso possibile e auspicato della partecipazione più intensa del maschile alla cura educativa, e la dimostrazione della possibilità effettiva che questa trasformazione dei rapporti tra i generi si realizzi, che si sviluppi un desiderio maschile orientato ad una condivisione delle pratiche di cura ed educazione.

Salvatore Deiana

Giuseppe Guin

L’amore imperdonabile.

Un mistero sul lago

Book editore, Ferrarese (FE) 2009, pp. 224, €14,00

Si sa, all’inizio, ha cominciato don Lisander, alias Alessandro Manzoni, celebrando un ramo del lago di Como, quello più propriamente lecchese. Di questi tempi, in questi ultimi anni, l’esplorazione del lago si è, nel senso proprio della scrittura, articolata in tutta la sua ampiezza, come è giusto che sia. I “laghée” si sono cimentati in racconti e romanzi, confortati da un notevole successo di critica e di pubblico. Così è per Andrea Vitali, come per Davide Van De Sfroos (al secolo, Davide Bernasconi) o per la coppia di penna e di fatto Cocco & Margella (ciao, Amneris! Bacioni!), così è anche per Giuseppe Guin, il cui ultimo romanzo, L’amore imperdonabile. Un mistero sul lago è già giunto alla sua quinta edizione.

Fa piacere e incuriosisce la vitalità di questa letteratura che unisce, da una parte, il localismo, e dall’altra, molto spesso, anche se non sempre, un genere, quello del “giallo”. Giusto l’altro giorno, en passant, mi capitava di regalare a mia moglie un romanzo, un “noir” di Hans Tuzzi, Un enigma del passato (ed. Bollati Boringhieri) ambientato nella da lei amatissima Valle Vigezzo, la cosiddetta valle dei pittori.

Quando si parla di “gialli” si è soliti pensare ad autori stranieri, Simenon (per quel che mi riguarda, parere ovviamente del tutto personale) sopra tutti e così taglio corto!, e a scenari anche di provincia, ma che introducono ad altri mondi, lontani da quelli che abitualmente conosciamo, troppo “semplici”
per prestarsi a quella doppia lettura che il “giallo” richiede, vale a dire una sorta di ambigua divisione tra quel che appare, quel che si presenta in superficie e quel che vi sta sotto, quel che briga oscuramente contro un’evidenza, per definizione, cara ai benpensanti.

I “noir” nostrani, “localistici” contribuiscono, in tal senso, a favorire una sana decolonizzazione  dell’immaginario che la letteratura ma anche (come dimenticarlo?) il cinema e la televisione hanno  massicciamente lavorato per costruire, alimentando di tutta risposta un immaginario ancorato a storie, vicende più prossime a noi, a quello che, in una parola, sperimentiamo. Ma c’è di più. Il “giallo” gioca sulle insospettabili aperture che il rimando a quel demone che lo agita è in grado di sollecitare, di evocare del tutto inavvertitamente: la verità. E’ una parola sibilata all’orecchio dell’ascoltatore  più distratto, un seme che non si sa che germoglio produrrà… Lo scrittore sembra dire: intanto io ho buttato l’amo, poi si vedrà chi abbocca o quali echi produrranno le mie parole…  Il “giallo”, con buona pace di Lombroso e di Wilde (che accoppiata!), invita a dubitare del teatro del visibile, va oltre…

Ma veniamo al libro di Guin, bello e intrigante. Essendo un “giallo”, la storia non può essere raccontata, ma solo accennata. Un “noir” che si rispetti è ritmo e buona scrittura, buona scrittura e ritmo che, in fondo, a guardar bene, sono la stessa cosa. Si parte, come da copione, da un grave e inimmaginabile evento, quello dello stupro della bella Elisa, la figlia di Demetrio, padrone della locanda del Nibbio (Ahi! Ahi! Don Lisander, se ci sei batti un colpo!). Una storia di violenza, dunque? Calma. Non è così semplice, non è così lineare… Guin provoca, e non senza ragione quel che si è soliti definire come il politicamente corretto. Ma l’amore, le passioni, come possono stare in quel registro senza venirne mortificate? L’amore, quello che spinge fuori di sé, Abelardo docet,  non è forse sempre imperdonabile, il che può forse voler dire che cerca un perdono? Quale? Quello degli uomini, no di certo. Bisogna guardare più in alto. Da non perdere, a questo proposito, il consiglio che Sebastiano Poletti, uno dei protagonisti del romanzo, da a… Io mi fermo qui, come recitava una vecchia canzone, e lascio ai lettori tutto il piacere di godersi la lettura del romanzo di Guin. All’inizio del libro c’è una fiabesca piantina del lago, molto originale e, per i lettori smemorati, un elenco dei personaggi del “giallo”, come quando si legge un testo teatrale. In mezzo, tra le storie, tra i movimenti dei personaggi, c’è lui, sua maestà il lago, e i suoi venti. Rinvio in materia alle canzoni del Davide già citato, per tacere dello sguardo perplesso di George (Clooney) che, vedasi una miriade di foto in proposito, sul davanzale della sua villa osserva pensoso l’increspatura delle onde. Lago, o piccolo lago, quanti misteri contengono le tue acque!

Angelo Villa

Duccio Demetrio

La religiosità della terra. Una fede civile per la cura del mondo

Raffaello Cortina Editore,

Milano 2013,

pp. 257, € 13,00

Appare chiaro fin da subito, a chi si appresti alla lettura di questo nuovo ed originale contributo di Duccio Demetrio, che l’autore intende rilanciare laddove sia umanamente possibile “una fede civile per la cura del mondo”. Ed ancora balza agli occhi fin dall’antefatto riferito alla stupefacente crescita delle lenticchie proposta dal padre e magicamente vissuta dal figlio pervaso da una “frenetica curiosità”, che di un simile argomento è praticamente impossibile scrivere qualcosa di significativo se non lo si vive intensamente.

Demetrio ci dice, anzitutto, che prendersi cura della terra vuol dire anche raccontarla perché “la terra non lo sa, ma ha bisogno di essere narrata, che qualcuno la ricordi, che qualcuno la canti”. L’amore per la terra, infatti, è parte di un legame profondo che supera la pur encomiabile sensibilità ecologista per ricollegarsi alla “religiosità della terra”, un legame laico e spirituale ad un tempo, che può unire credenti e non credenti, “oltre i confini di ogni materialismo o spiritualismo”.

E quale creatura può meglio rappresentare il collegamento fra la terra e il cielo, se non gli uccelli che “…il narratore biblico volle indicare come i primi esseri i quali, esploratori e vedette, scoprirono che la terra tornava ad essere abitabile”? Così Demetrio sceglie di dedicare a loro, impreziositi dalle immagini del pittore americano John James Audubon, le prime pagine del libro e l’apertura di ciascun capitolo, concedendo al lettore un incontro straordinario con la tortora americana e la gazza, il crociere fasciato e la ghiandaia azzurra americana, il cardinale rosso e il picchio. Ma anche con il tordo marrone e la poiana ali larghe, il parrocchetto della Carolina e il passero del vespro, il pellicano bruno e il piccione migratore fino all’epilogo con la tanagra rossa.

Il cielo e la terra si alternano nelle considerazioni dell’autore che accompagna il lettore in un cammino di riscoperta del valore della natura, in cui ognuno possa ritrovarsi; come quando ci dice: “…ecco perché la mia è una religiosità della terra attraversata dal cielo bianco, azzurro, carminio o rosato”, o ancora “La terra, lo percepisci all’istante, ti penetra nei pori, nelle narici, in bocca, tra i capelli, e sai che le appartieni…”. E ciascuno può così rievocare i suoi pur timidi incontri con la natura ed i suoi abitanti: a me è capitato, ad esempio, rievocando un merlo dal becco giallo che saltellava dinanzi ai miei scarponi, una lucertola ferma sul muro al sole e un altro piccolo uccellino dalle zampette esili incontrati durante una breve escursione dietro casa.

Dalla ricerca dei numerosi indizi di una vocazione orientata alla terra –“custode del passato, coabitatrice del presente, voglia di avere ancora un futuro” – il testo passa al richiamare la presenza di una fede civile ispirata ad un profondo senso di laicità, non senza dedicare passaggi molto significativi al rapporto con il sacro ed in particolare con la spiritualità francescana, perché proprio Francesco seppe “immergersi nell’anima delle cose” e legare così profondamente la sua figura alla cura del mondo.

Ma è l’ecologia narrativa (o meglio l’econarrazione) a rappresentare il messaggio più potente che Demetrio intende lanciare: “La terra sembra dirci che non è più sufficiente battersi per la diffusione delle energie alternative, per la green economy, per la bioagricoltura, per le leggi lungimiranti contro le devastazioni del paesaggio, della fauna o della flora”, ma occorre essere econorratori in quanto studiosi delle storie della terra ed ancor più “militanti di un progetto eco narrativo”. Occorre cioè “promuovere tutto ciò che possa metterci nella condizione di saperla narrare agli altri (la terra), valorizzando le memorie personali e collettive, contadine e metropolitane, che alla terra riconduciamo per esperienza diretta o da altri affidateci.

Vorrei aver detto qualcosa di “leggero come una piuma” – proprio io, con la mia stazza poderosa –, spero  però che almeno qualche seme (e le parole sono i semi del libro, ci dice Demetrio) “vitale come la terra” possa volteggiare nel cielo in balia del vento e chissà che qualche pettirosso volenteroso, intercettandolo,  non possa trasportarlo laddove la volontà vacilla. Rinvigorendo in tal modo la fede civile a sostegno della terra, che è “madre” perché ci accoglie quando veniamo al mondo ma che è anche “figlia” di cui dobbiamo prenderci cura durante la nostra esistenza affinché la vita dell’uomo sulla terra non debba concludersi anzitempo, con largo anticipo.

Giorgio Macario