Scelti per voi – Libri

Alessandra Augelli

In itinere. Per una pedagogia dell’erranza

Pensa Multimedia, Lecce 2013, pp. 202, € 23,00

In un momento storico e sociale caratterizzato da pianificazioni e programmazioni l’autrice ci porta ad apprezzare il “fuori programma”, a riscoprire lo stupore che viene dall’imprevisto e a farne una risorsa, pur non sottraendo il rigore e la ricerca di equilibrio nella creazione del proprio cammino di vita.

“Quanto più si mette in dialogo la pedagogia con la vita, tanto più non si può fare a meno di considerare le deviazioni, gli errori, le «irregolarità» del cammino non solo come parti ineludibili dell’essere persona, ma come preziose e feconde per il suo pieno sviluppo” (p. 17): il lettore viene, così, invitato a guardare tra le pieghe della propria esperienza per rivedere l’ordinarietà che non fa rumore, valorizzando ogni momento del percorso.

Scrive Vanna Iori nella Presentazione del volume: “l’erranza, affascinante e temuta, ci permette di immergerci nuovamente, ma non senza direzioni di senso, in quello stato di «disorganizzazione» che è anzitutto esperienza profondamente umana, e sempre passibile di prospettive feconde tra «disordine» e «ordine», secondo il paradigma di Edgar Morin. Una pedagogia radicata e salda dal punto di vista epistemologico fa sì che la prospettiva dell’erranza non conduca ad avvalorare e legittimare stimoli e suggestioni in maniera indistinta” (p.13).

All’analisi dei diversi modi di essere in cammino l’autrice affianca la riflessione sull’esperienza umana (e perciò unica ed inimitabile) del dispiegarsi del percorso esistenziale, indicando strumenti e modalità per stare nella relazione formativa, cogliendo segnali di cambiamento e aperture inaspettate. Si sottolinea anche il significato dei vissuti emotivi propri dell’essere in cammino – la nostalgia, l’inquietudine, la speranza, ecc… – che caratterizzano la ricerca di senso.

Significativo l’approfondimento di dimensioni “classiche” quali l’incontrare e l’accompagnare, l’orientare e il guidare assieme a quelle più originali, quali il lasciar andare, il non-fare proprio della sosta, il camminare “a braccetto” con gli errori e i lati oscuri: “la paura di sbagliare e di mostrare le proprie debolezze” – scrive l’Autrice – “sembra essere una delle più grandi minacce per la persona. La tendenza al perfezionismo, la visione monolitica e compatta delle cose, che sembrano accentuarsi proprio nei momenti di maggiore incertezza e complessità, si accompagnano alla difficoltà di accettare l’umanità nella sua completezza e di accogliere anche le ambiguità e le disarmonie”.

Incursioni nella letteratura e nell’arte, nel cinema e nella musica allietano la lettura ed agevolano il legame tra teoria e pratica. A chi sta a cuore il percorso formativo proprio e degli altri queste pagine offrono notevoli possibilità di approfondimento: grazie ad stile fresco e, al contempo, esigente si è stimolati a viversi come viandanti e a non temere se il cammino formativo si disegna come sentiero errante.

Giuliana Riceputi

Nicola Spinosa, Aldo Pinto e Adriana Valerio (a cura di)

San Gregorio armeno. Storia, architettura, arte e tradizioni

Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2013, pp. 320, € 69,90

La Fondazione Valerio per la Storia delle Donne (a cui auguriamo lunga vita) pubblica un altro dei suoi preziosi volumi. Un volume che risulta – lo dico per me che non avevo idea della complessa realtà storica di una chiesa napoletana dedicata al santo “illuminatore” che aveva convertito al Cristianesimo l’Armenia – sorprendente. Perché nel dire “Gregorio Armeno” l’immaginario non si figura certo una storia piena di donne.

Infatti sono donne – lo sottolinea Adriana Valerio – le monache armene basiliane che portarono a Napoli la reliquia del loro santo e costituirono la comunità conventuale che edificò la prima sede della splendida chiesa che visitiamo oggi e che divenne uno dei luoghi in cui le ragazze nobili, colpevoli di essere nate femmine e perciò scomode alle loro famiglie, venivano consacrate a Dio. Finché fu possibile, il monastero ebbe regole compatibili con una vita non totalmente segregata e perfino con una certa mondanità; fu il Concilio di Trento che, come una mazzata, impose i vincoli ferrei dei voti irrevocabili e della clausura, pena lo scioglimento dei monasteri. Fu inoltre fatto divieto di fare musica e canto, di avere qualunque contatto con il mondo esterno e perfino di occupare lo spazio dell’altare in presenza del celebrante. Fulvia Caracciolo, che aveva fatto il suo ingresso nel convento di San Gregorio Armeno a due anni di età, da ottima amministratrice del monastero ha lasciato un’inoppugnabile testimonianza dello sconvolgimento prodotto nel mondo religioso femminile dall’imposizione repentina “entro tre giorni” di quello che le suore contemporanee definirono l’“incarceramento volontario”. Queste donne non consenzienti furono indotte a subire un atto di assoluta violenza, data l’impossibilità di trovare alternative sociali adeguate. La ribellione impossibile fu in qualche modo compensata dalla pratica intelligente di attuare innovazioni interne delle strutture che, modificate per rispettare le normative tridentine, furono rinnovate secondo grandiosi progetti architettonici e mediante committenze ai migliori artisti del tempo.

Anche Enrichetta, discendente della stessa famiglia Caracciolo, nella prima metà del XIX secolo, fu monacata in San Gregorio per volontà della matrigna. Non era remissiva e non si conformò mai alla disciplina del monastero: riuscì ad ottenere permessi per motivi di salute ed entrò in contatto con i circoli massonici e liberali. All’arrivo di Garibaldi abbandonò letteralmente il velo in Duomo per partecipare al Risorgimento dando poi testimonianza di sé con il romanzo I misteri del chiostro napoletano. Anche lei, divenuta famosa, fu una delle donne che, a loro modo, fecero grande San Gregorio Armeno.

Ma furono molte di più quelle ignorate dalla storia, che costruirono di fatto la grandezza artistica del luogo, nella progettazione delle architetture, nella committenza degli affreschi e della quadreria, nella creazione di un inestimabile fondo musicale. Infatti – come raccontano Annamaria Bonsante e Adriana Valerio – al divieto del Papa Pio V che escludeva qualunque musica profana, le monache contrapposero, ordinandoli e trascrivendoli manualmente, i “canti di edificazione”, non senza qualche trasgressione, come testimonia “la mia cara pupazzetta” di Paisiello.

Motivazioni diverse indussero alcuni monasteri ad unificarsi: in San Gregorio Armeno confluì la comunità, anch’essa originariamente basiliana, di Santa Patrizia, le cui reliquie furono portate nella nuova sede nel 1864. La Santa, discendente dalla famiglia imperiale di Costantino, scelse la vita consacrata, si recò in Terra Santa, fece naufragio non lontano dalla città di Napoli, dove morì dopo essersi dedicata, insieme con la sua comunità, ad opere di assistenza ai poveri. Nessuno dei cattolici italiani, forse nemmeno dei partenopei, sa che è memorabile come concorrente di San Gennaro: anche il suo sangue è soggetto a liquefazione ed è stato e resta ancora oggetto di venerazione.

In realtà il femminile è di casa, in quest’area, da più lunga data. Giovanna Greco ha rilevato la continuità e la discontinuità dei culti che richiamano la costante presenza delle donne in questi luoghi. La letteratura archeologica è suggestiva e racconta di un tempio di Cerere nei pressi di San Gregorio, di un collegio di dendrophori legati al culto demetriaco, di una Cominia Plutogenia sacerdotessa incisa in un’iscrizione locale. Le evidenze non provano molto su una reale continuità a partire dal paganesimo; tuttavia, la città nuova, la nea polis che oggi è Napoli, non si chiamava prima Parthenope?

Giancarla Codrignani