Scelti per voi – Libri

 

Francesca Alice Vianello

Genere e migrazioni. Prospettive di studio e di ricerca

Guerini edizioni, Milano 2014, pp. 120, € 14,50

 

Il testo propone un percorso attraverso alcune delle tematiche che si sono sviluppate nell’ambito della letteratura che utilizza l’approccio di engendering migration. Si tratta di quegli studi che “adottano il genere come categoria chiave
attraverso cui indagare l’incorporazione socio-economica delle e dei migranti nei paesi di destinazione” (p. 12). È tale approccio ad apparire fondativo per analisi che sappiano tenere in campo contemporaneamente altri elementi (quali il colore della pelle, l’appartenenza linguistico-culturale, l’età, l’orientamento sessuale, la classe) decostruendo in tal modo quelle narrazioni delle migrazioni, troppo spesso, stereotipate e/o schematiche.

Il lavoro dell’autrice si muove su due direttrici di ricerca: la prima riguarda le modalità attraverso le quali gli “ordini di genere” – sia delle società d’origine, sia di quelle di destinazione – costruiscono i processi migratori; la seconda concerne le trasformazioni che ruoli e relazioni di genere subiscono in seguito ai processi migratori stessi. Ciascun capitolo, introdotto da brani di interviste condotte dall’autrice nel corso di una recente ricerca etnografica, affronta un tema particolarmente significativo: dal lavoro (cap. 1) alle reti familiari (cap. 2), dalle relazioni di genere (cap. 3) alle scelte riproduttive (cap. 4).

Singolarmente tali temi sono stati, nel tempo, oggetto di studio; l’originalità del contributo di Vianello consiste nel rileggere un ampio ventaglio di testi di riferimento, in un quadro sistemico. Ciò le permette un confronto ricco e variegato di elementi, attraverso i quali è possibile elaborare chiavi di lettura adeguate a interpretare il tema delle migrazioni, e in modo comparato il contesto italiano, inquadrandolo in quello internazionale.

Per quanto riguarda il lavoro, ad esempio, in Italia si assiste a una femminilizzazione della migrazione: il numero di donne titolari di un permesso di soggiorno è cresciuto di quasi cinque volte, nel quinquennio 1992-1997, rispetto a quello degli uomini che è aumentato di tre volte. Attualmente le donne rappresentano circa il 48% di coloro che sono in possesso di permesso di soggiorno e massiccio è l’impiego nel settore domestico e del lavoro di cura. Tuttavia la femminilizzazione è una tendenza che non vale per tutte le aree del pianeta, poiché essa è strettamente correlata con altri fattori, quali le politiche migratorie dei paesi di partenza e di destinazione e la libertà di movimento di cui gli uomini, e soprattutto le donne, possono godere. Interessante è anche sottolineare che, mentre molte ricerche hanno indagato le occupazioni nelle quali le donne sono presenti in modo massiccio, sono ancora poche quelle che studiano la presenza femminile in occupazioni a forte prevalenza maschile, come l’ambito agricolo o quello industriale.

Come fa notare l’autrice, gli stereotipi non solo agiscono sulla segregazione di genere nel mercato del lavoro, ma influenzano anche gli studi sulle migrazioni.

Merito del testo è dunque quello di fornire approcci non scontati, capaci di complessificare il quadro delle migrazioni, mettendo a confronto molti studi e facendoli dialogare tra loro. Merito del testo è, inoltre, quello di proporre altre piste di ricerca sulle quali sarebbe opportuno avventurarsi, quali, ad esempio, la genderizzazione del lavoro migrante maschile, le implicazioni della migrazione sulla violenza di genere, i matrimoni tra nativi e migranti e quelli combinati tra migranti, oppure ancora le migrazioni in età avanzata. Aree, tutte, ancora poco esplorate che potrebbero contribuire a una lettura organica e precisa del tema.

Claudia Alemani

 

 

Antonella Arioli,

Questa adolescenza ti sarà utile. La ricerca di senso come risorsa per la vita,

FrancoAngeli, Milano 2013, pp. 207, € 25,00

 

“Noi siamo infinito” recita il fortunato titolo di un film del 2012 sulla vita di tre ragazzi che si affacciano sui tormenti e sulle possibilità dell’adolescenza. L’infinito che portano in dote questi teenagers travalica la razionalità per una ricerca di sé e dell’altro senza compromessi.

L’adolescenza, si sa, è un fenomeno dai molti significati. Solitamente viene intesa in senso anagrafico: come una fase della vita che passa e va, con un inizio e una fine. Ma questa è solo una delle possibili maniere di rappresentarla. L’adolescenza, infatti, è anche un peculiare modo di essere permeato da cruciali interrogativi esistenziali e dal bisogno di ricercare un senso nella vita. Esigenza, questa, che riguarda la parte più profonda dell’essere umano e che, pertanto, non dovrebbe esaurirsi mai.

A partire da questa convinzione, Antonella Arioli propone una lettura dell’adolescenza che, oltre ad evidenziarne la ricchezza di complessità e contraddizioni, ne mette in luce la qualità di postura esistenziale, attraversata da un sentimento di inquietudine creativa grazie al quale ogni individuo continuamente si forma e si trasforma. E questo a prescindere dall’età, in quanto l’adolescente non è strettamente il giovane quanto, piuttosto, il ricercatore di senso per eccellenza, “colui che incarna – si legge nel testo – la tensione dinamica verso qualcosa o qualcuno” (p. 113).

Il volume non assolve soltanto ad un intento apologetico nei confronti dell’adolescenza, bensì riconosce e consegna a questa età una valenza paradigmatica. Al di là degli schemi evolutivi e delle sue peculiarità psicologiche e comportamentali, l’adolescenza non rappresenta il “non ancora” dell’adultità o il “non più dell’infanzia”, ma si costituisce come modo di accogliere e interpretare la vita. L’adolescenza, anziché essere qualcosa da accantonare, da cui guardarsi con sospetto o paura, costituisce un’importante risorsa per vivere in modo significativo. La sfida, sostiene l’Autrice, sta proprio nel coltivare, lungo l’arco della vita, l’atteggiamento adolescenziale della ricerca di senso: nel mantenere la voglia di domandarsi il senso delle cose e delle esperienze vissute.

Soprattutto, tale sfida chiama in causa l’educazione e la necessità di promuovere e sostenere – nel bambino, nel giovane, nell’adulto ed anche nell’anziano – il desiderio di scorgere e realizzare continuamente dei nuovi significati nelle concrete situazioni dell’esistere. Impresa, questa, certamente non facile né scontata, che richiede l’affinamento costante di attitudini riflessive, di dialogo e di ascolto.

In questa prospettiva è una precisa dimensione dell’adolescenza – e non l’adolescenza tout-court – a dover essere coltivata dall’educazione: ovvero, la dimensione esistenziale della ricerca di senso.

In sintesi, il volume propone un punto di vista sull’adolescenza che ne mette in luce non tanto (o non solo) gli aspetti di criticità quanto, piuttosto, l’entusiasmo, la fiducia, la curiosità, l’impegno che sono legati all’intuizione e realizzazione di uno scopo nella vita.

La proposta esistenziale dell’autrice non si invola, tuttavia, sui sentieri di una vita felice e rassicurante, ma spalanca dinnanzi all’essere umano l’abisso dell’indefinito. La ricerca volge heideggerienamente verso un’autenticità che rappresenta una direzione imperitura e non una meta raggiunta (o raggiungibile) una volta per tutte. L’adolescenza di Arioli, come “l’immaturità” di Demetrio (D. Demetrio, Elogio dell’immaturità, Raffaello Cortina, 1998), chiede di essere rispettata e vissuta senza fare sconti alla trepidazione e al sublime che le sono propri.

Pur rivolgendosi ai propri lettori in una dimensione teoretica, che, quindi, travalica i confini del setting educativo, il valore aggiunto del volume si trova nella definizione di alcuni orientamenti esperienziali e metodologici volti a non disperdere l’adolescenza in quanto risorsa: strumenti veri e propri e spunti per – come si legge nel titolo- attraversare l’intera vita in modo significativo.

Fabio Gianotti

 

 

Fethi Benslama

Dichiarazione di non sottomissione. A uso dei musulmani e di coloro che non lo sono

Poiesis, Bari 2014. pp. 95 € 12,00

 

Vedo il biancore del libro

lì dove si spegne la candela

del ritorno (….)

Solo la menzogna

Abbraccia l’eternità

Distribuisce al mondo

I suoi ruoli

La menzogna conquistatrice

Che striscia nella nudità delle anime.

La menzogna trionfante

Edifica i suoi paradisi.

 

Ho voluto riprendere come introduzione la citazione di Basset ben Hassan che compare in esergo al testo di Benslma perché mi sembra che indichi la direzione in cui procede questo testo. Soprattutto là dove rimanda al biancore del libro, un libro non scritto che è quello della vita di ciascuno. Il lavoro di Benslama si caratterizza proprio per invitarci a diffidare di un libro della vita già scritto, ad individuare gli spazi di soggettività che compaiono nella frattura di un’identità totalizzante, a partire da una urgenza che lo porta come analista
ad impegnarsi in questa direzione, dove la soggettività umana, e le condizioni che la rendono possibile non percependola come una minaccia, sono poste al centro dell’azione. La dimensione etica di un tale lavoro non può sfuggire se si pensa a quanto nel fuori, nella vita pubblica, si reperisce la presenza feroce e brutale dei fantasmi e delle pulsioni che irrompono nelle relazioni sociali. Pensiamo alle ultime immagini di decapitazioni che ci sono arrivate in questo periodo, alla risonanza e al rimando che hanno provocato, rovesciando il percorso dall’individuo verso la realtà in quello di un’irruzione della realtà nella vita dei soggetti, che si trovano a confrontarsi con un risveglio che scombina le carte, che interrompe l’illusione di poter plasmare la realtà subordinandola a sé.

Non a caso abbiamo citato questi episodi, il discorso di Benslama si rivolge infatti “a uso dei musulmani e di coloro che non lo sono”, a coloro che sono direttamente coinvolti in quelle azioni e a coloro che ne sono spettatori, un invito al risveglio, a non chiudere gli occhi, invitandoci ad abolire l’asservimento al già detto, che pretende di esaurire il senso di ogni esistenza in una totalità di senso che chiude e opprime l’essere nel mondo.

Contro il già dato, si leva un invito laico ad interrogare il presente, alla ricerca di un possibile senso che è compito di ciascuno svolgere facendo i conti con quanto all’esterno ritroviamo la presenza dei fantasmi interni, che non può essere eluso, pena il cadere in un sonnambulismo dal quale ci si sveglia in modo traumatico e annichilente. Sonnambuli si intitola un testo uscito di recente sulle origini della prima guerra mondiale, e I sonnambuli è il titolo della trilogia in cui Broch narra delle ragioni e possibilità dell’avvento del nazismo cercandone le radici lontane.

Il libro di Benslama si pone come un invito e un rimedio al sonnambulismo. Seguendolo nelle pagine appassionanti in cui decostruisce l’islamismo come ideologia si può cogliere come sia necessario anche superare quel facile slancio empatico che spesso anima i discorsi sull’integrazione per ritrovare invece uno spazio di libertà che faccia i conti con la cappa nefasta attraverso la quale l’ideologia permea la società e la vita dei singoli. Non entro nel dettaglio del testo, un’utile “guida di lettura” è data dall’introduzione di Angelo Villa, ma voglio ancora sottolinearne il valore etico di una presa di posizione che parte dalla propria posizione di analista, mostrando anche come da lì si possa dire qualcosa del mondo e della vita quotidiana di noi che l’abitiamo, uscendo da difese di principio della psicoanalisi a volte un po’ stucchevoli e sterili, che si riducono spesso a petizioni di principio.

Una presa di posizione che dimostra invece la vitalità della psicoanalisi, il valore di quella posizione etica dalla parte della soggettività, delle difficoltà che si incontrano nella sua espressione. Quando la scena sociale diviene invasiva, soffocando la soggettività di ciascuno, la posizione etica che esprime Benslama è quella di richiamarci, e lui per primo lo fa con questo testo, ad una difesa della soggettività, alla possibilità responsabilità di ritrovare le condizioni possibili della soggettività, a rispondere del mondo in cui viviamo e abitiamo.

Le tracce fornite nel testo meriterebbero altro spazio, soprattutto perché rispondono anche ad una necessità di introdurre un po’ d’aria in un dibattito sull’ideologia islamica che pare asfittico e segnato da sensi di colpa in cui le parti dei buoni e dei cattivi sono a volte stabilite a priori, che hanno impedito di interrogare episodi gravi e gravati da responsabilità (penso ad esempio ai martiri dell’islam) che non sono mai interrogate.

Vorrei chiudere citando un’altra poesia che appare nel testo e che apre ad una speranza, ad un’apertura per una nuova convivenza possibile, in cui l’amore non appare come cura necessaria e sufficiente, ma come apertura di possibilità. Certo questo non elimina le difficoltà, i conflitti che attraversano il percorso del riconoscimento della soggettività. L’amore non è il rimedio universale, faremmo un grave torto a Benslama se lo ritenessimo così ingenuo, ma nel rimando alla pluralità che ritroviamo nella poesia individuiamo invece un invito al rispetto al tenere conto delle difficoltà. Non so se la parola, come ben evidenzia Angelo Villa nell’introduzione, possa tenere nel passaggio dalla denuncia alla proposta, ma questa è proprio la difficoltà della politica. Il problema della rivoluzione è il giorno dopo, scriveva qualcuno.

Il mio cuore diventa capace di qualsiasi immagine

E’ prateria per le gazzelle, convento per i monaci

Tempio per gli idoli, Mecca per i pellegrini,

Tavola della Torah e libro del Corano.

Sono la religione dell’amore, dovunque si dirigono le sue costruzioni,

L’amore è la mia religione e la mia fede.

Ambrogio Cozzi

 

 

Luisa Fressoia (a cura di)

La coda della cometa

Ali&no editrice, Perugia 2013,, pp. 208, € 15,00

 

Sono dieci le donne che si raccontano in questo libro, componendo, attraverso le loro storie, un’antologia molto particolare: scrivono della loro giovinezza, collocata negli anni Sessanta e Settanta e di ciò che sono oggi, riconsiderando le esperienze di quel periodo.

Si tratta di “documenti veri”, come sottolinea la curatrice del volume, che li ha raccolti attraverso un percorso di laboratori autobiografici in cui, per molti mesi, “donne in carne ed ossa” hanno scritto di sé.

Nell’introduzione, Luisa Fressoia dice, inoltre, di aver deciso di pubblicarle per tre motivi che hanno a che fare con la bellezza, con l’originalità insita in ogni vita e con la necessità di riproporre la questione del fare politica.

E infatti la politica è uno dei temi forti di questi racconti, non solo perché si snodano durante gli anni in cui la partecipazione e il desiderio di cambiamento attraversano ogni ambiente, ma perché, tra i molti meriti del movimento delle donne, c’è di sicuro l’aver rotto la dicotomia privato-pubblico attraverso lo slogan “il personale è politico”.

Queste storie comunque non sono rivolte solo a coloro che hanno vissuto quei decenni, quel clima, quelle conquiste, ma intercettano tematiche che non hanno tempo e non hanno genere: il senso del nostro stare al mondo, il rimpianto, l’orgoglio, la coscienza di aver vissuto e di avere ancora molto da raccontare e da vivere.

Uno scritto breve dal titolo “Atmosfere” dà il la e avvia il racconto corale. In una sola pagina tutti i protagonisti del libro vengono introdotti: le donne, i loro desideri, l’inizio degli anni ’70, una Milano molto diversa da quella “da bere” – che s’imporrà nel decennio successivo – nel silenzio notturno un’aria carica di promesse, di possibilità di costruire e di costruirsi.

Anni in cui tutto sembrava possibile, in cui prevaleva una sensazione di assoluta fiducia che poi, forse proprio per l’intensità delle esperienze, “scomparve dalla nostra vista in un momento impreciso, come si dissolve la coda di una cometa per i ripetuti passaggi vicino al sole…” (dalla storia di Regina). E, in effetti, nei racconti sono numerosi i brani in cui le esistenze delle protagoniste sembrano passare vicino al sole, tanto è calda e densa di significati l’atmosfera che si percepisce dai vissuti. E’ la stessa consapevolezza di vivere in pienezza che la protagonista del primo breve racconto sente la necessità di urlare al mondo. In quel grido ci siamo tutte, le donne di allora e in qualche modo quelle di oggi, perché forse è proprio questa l’eredità di quegli anni, di quelle donne: cercare di sentirsi così consapevoli della propria vita, e così felici di esserlo, da poter gridare “Sono liberaaaa!”.

Anna Cappelletti

 

 

Francesca Scrinzi,

Genre, migrations et emplois domestiques en France et en Italie. Construction de la non-qualification et de l’altérité ethnique

Pétra, Parigi 2013, pp. 214, € 25,00

 

Una delle qualità maggiori del testo di Francesca Scrinzi è quello di affrontare un tema delicato, come quello del lavoro domestico, tenendo conto e facendo interagire fra loro tre variabili fondamentali, talora analizzate solo singolarmente da ricercatrici e ricercatori: la variabile di genere, quella di classe e quella di “razza”. Gli impieghi domestici d’aiuto agli anziani sono analizzati, nel libro, al fine di cogliere la complessa interazione fra molteplici fattori che
portano alla costruzione dell’identità degli assistenti domestici, e soprattutto delle assistenti domestiche. Emergono così il ruolo giocato dalla dimensione sessuale e da quella di “razza”, intese come una costruzione e “naturalizzazione” dei rapporti sociali nel quadro del lavoro. I rapporti sociali infatti sono spesso presentati come naturali, pur essendo frutto di secoli di permanenze, mutamenti e sedimentazioni, e l’altra/o, volontariamente o involontariamente, viene osservata/o attraverso gli stereotipi che la società ha costruito su di lei/lui: ciò è certamente visibile nel caso di coloro che si occupano di lavoro domestico, che non di rado sono donne e sono straniere.

Secondo Scrinzi, la non qualificazione dei salariati migranti e la non visibilità del loro lavoro sono legittimate da una sorta di “razzistazione sessuata” delle lavoratrici a domicilio, che coinvolge sia la loro dimensione pubblica che quella privata. Attraverso studi teorici e ricerche sul campo, l’autrice analizza tale aspetto in due contesti differenti, quello francese e quello italiano, che si rivelano casi emblematici, poiché sia in Francia che in Italia la crescente domanda di welfare ha fatto sì che il numero delle assistenti familiari sia aumentato negli ultimi anni. L’inserimento delle donne nel mercato del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, ma soprattutto la riduzione o l’inadeguatezza degli interventi pubblici hanno infatti creato una crescente domanda di lavoro poco qualificato e flessibile, a cui hanno risposto i migranti e, in particolare, le migranti. La prospettiva comparativa adottata dall’autrice permette di mettere in rilievo la costruzione “dell’alterità” della cultura migrante, osservando come il contenuto delle costruzioni razziste e degli stereotipi culturali sia differente a seconda dei diversi contesti (si vedano gli stereotipi diffusi sulle assistenti familiari africane a Parigi o sulle latino-americane a Genova).

Un altro tema affrontato nel testo, e degno di menzione, riguarda il tentativo, in atto soprattutto in Francia, di qualificare il lavoro domestico attraverso iniziative di professionalizzazione, che hanno spesso come obiettivo dichiarato anche quello di permettere un maggiore inserimento sociale delle migranti e il riconoscimento di un’identità professionale. Dopo aver analizzato gli obiettivi di alcuni progetti di associazioni laiche e cattoliche, che propongono la professionalizzazione delle lavoratrici domestiche, l’autrice si domanda quali possano essere le prospettive sul lungo periodo di tale formazione, quali siano le reali aspirazioni delle lavoratrici e in che modo possano combinarsi tali iniziative con la richiesta di maggiori diritti da parte delle donne impiegate nel lavoro domestico.

Se il lavoro domestico è oramai considerato un “impiego femminilizzato”, e per questo motivo numerose sono le iniziative che si rivolgono alle assistenti familiari, Scrinzi non manca inoltre di ricordare come, in quella che oggi è definita la “catena globale della cura”, non si possa tralasciare la presenza maschile: l’autrice analizza pertanto anche il ruolo degli uomini e la “costruzione della mascolinità” all’interno delle società d’origine, una volta che le donne, spesso madri, migrano alla ricerca di lavoro. Gli uomini inoltre partecipano alla “divisione internazionale del lavoro domestico” non soltanto in quanto in quanto interni alle famiglie o come consumatori dei servizi preparati dalle assistenti domestiche, ma anche in qualità di occupati in questi impieghi femminilizzati. Attraverso l’analisi delle pratiche di formazione e reclutamento degli uomini migranti nell’impiego domestico, l’autrice esamina la costruzione sociale della femminilità e della mascolinità radicate nelle società di partenza e in quelle di arrivo, suggerendo che vi è necessità che nuovi studi che approfondiscano il concetto di mascolinità “subalterna”.

La lettura del testo apre indubbiamente a una serie di domande e di spunti che riguardano gli scenari futuri a breve e lungo termine: come combattere il razzismo, il sessismo e gli stereotipi legati al lavoro domestico? Come si trasformerà il ruolo delle organizzazioni e delle associazioni che combinano professionalizzazione e sostegno diritti in una società in rapido cambiamento? Vista la crescente domanda di welfare da parte delle famiglie dell’Europa meridionale, come muterà il ruolo delle assistenti/degli assistenti familiari all’interno delle società di arrivo? E in quelle di partenza? Lavoratrici e lavoratori domestici sentiranno la necessità di ottenere maggiori diritti? Si mobiliteranno a tal fine?

Elena De Marchi

 

 

Daniele Novara

Urlare non serve a nulla

BUR, Milano 2014, pp. 285, € 13,00

 

Avevo appena finito di leggere Urlare non serve a nulla di Daniele Novara e mi apprestavo a farne la recensione quando ho saputo che l’autore presentava il libro a Milano alla scuola genitori dei Salesiani  e così ho pensato di andare ad ascoltarlo. Bene, alle 21 di un lunedì la platea delll’auditorium Don Bosco era già interamente occupata da 700 persone, prevalentemente genitori, che ascoltavano la relazione introduttiva del pedagogista, per poi sollevare numerose ed interessanti questioni.

E forse la recensione potrebbe finire qui… Cos’altro aggiungere di più convincente?

In realtà Novara, in modo chiaro e pacato, ha iniziato subito ad esporre la tesi fondamentale del suo ultimo testo: le urla creano tensione ma non educano, anzi dimostrano una fragilità emotiva del genitore e risultano scarsamente comprensibili e meno che mai utili ai figli. Le urla, secondo una ricerca svolta negli USA su un campione di mille famiglie con figli fra i 13 e 14 anni, minano la fiducia e generano stati depressivi e comportamenti antisociali: mortificare i figli con urla, ordini e sgridate non serve a niente ed è anzi controproducente.

Educare, però, non significa neanche necessariamente parlare a lungo con i figli, anzi l’eccessivo verbalismo può creare da un lato confusione nei bambini che non sempre capiscono tutto ciò che viene loro detto; dall’altro, resistenza nell’adolescente allontanandolo sempre più dal genitore.

C’è infine un altro atteggiamento che occorre evitare: quello per cui i genitori sono passati dal ruolo autoritario dei nostri nonni al ruolo emotivo attuale, fondato sulla spontaneità, sulla base della convinzione che i figli basta amarli e il resto viene da sé. In tal modo il genitore emotivo utilizza comandi ed esortazioni piuttosto che regole chiare e condivise con l’altro genitore.

L’autore ritiene invece fondamentale che l’adulto riconosca che tra genitori e figli c’è una distanza e proprio questa distinzione di ruoli è garanzia di serenità per il bambino. E’ questo il genitore organizzato/educativo, ossia quello che è in grado di aiutare i bambini e gli adolescenti a diventare grandi preparandoli a identificare e rispettare le regole, facendo emergere le risorse dei figli. Le regole educative devono quindi essere condivise tra i genitori, chiare e comprensibili ai bambini, realistiche e adeguate all’età, ragionevoli ed utili alla crescita, non centrate sui bisogni dei genitori.

Interessante la distinzione che viene fatta tra conflitti con i bambini (fino a 9/10 anni) e con gli adolescenti. Nell’infanzia è di norma sufficiente la chiarezza comunicativa delle regole, nell’adolescenza occorre soprattutto capacità di ascoltare e di negoziare. I bambini non amano litigare con i genitori , gli adolescenti sì perché misurano la loro autonomia che comincia a manifestarsi. Perciò nella preadolescenza e nell’adolescenza è fondamentale la presenza di un genitore (normalmente il padre) che sappia negoziare le regole e delimitare gli argini alle possibili trasgressioni.

Essenziale per qualunque genitore è capire bene la distinzione tra “conflitto” e “violenza”. Il libro mette molto bene in luce, con numerosi esempi, che il conflitto affronta un problema cercando di mantenere aperta la relazione tra le parti che si confrontano, mentre nella violenza il problema/conflitto si risolve cercando di eliminare chi porta il problema stesso.

Alla luce di questa distinzione, ci sono alcune regole base per una buona gestione di qualsiasi situazione conflittuale: non confondere mai la persona con il problema, in un conflitto c’è un problema da risolvere non una persona da attaccare verbalmente o, peggio, fisicamente; non mettersi alla ricerca della colpa e men che mai del colpevole; evitare il muro contro muro; imparare con pazienza a negoziare con i figli adolescenti cercando di trovare ogni volta nuovi accordi e tenendo presente che non è necessario fornire sempre soluzioni al conflitto, ma gestire le situazioni senza mettere in discussione la relazione.

Il libro è interessante, di facile ma non superficiale lettura, ricco di esempi concreti e di indicazioni utili anche per gli insegnanti, ma soprattutto per la coppia genitoriale che sappia comprenderli
e verificarli congiuntamente.

Ombretta Degli Incerti