Scelti per voi – Libri

Walter Brandani, Sergio Tramma

Dizionario del lavoro educativo

Carocci, Roma 2014, pp. 424, € 54,00

Assistiamo oggi ad una “deriva delle parole” che, inflazionate, abusate o usate a sproposito, si “allontanano” dal loro senso originale, si svuotano e perdono di efficacia e, così come i dizionari della lingua italiana sono libri fondamentali per conoscere il significato delle parole, anche il Dizionario del lavoro educativo si pone l’obiettivo di ricondurre alcune parole dell’educare al loro significato originario. Esso costituisce quindi un’importante novità editoriale e anche un prezioso strumento di riflessione. Comprende oltre 90 lemmi e contributi di circa 70 autori (pedagogisti, docenti universitari, educatori professionali) appartenenti a diverse aree disciplinari e d’esperienza.

“Poco più che diciottenne” racconta Walter Brandani “alla fine degli anni ottanta, ho pensato di fare l’educatore professionale e le domande che continuamente mi venivano poste erano: «chi è l’educatore professionale e cosa fa?». Ho lavorato per decenni come educatore professionale e periodicamente ho incontrato qualcuno che mi riproponeva queste domande, ma se all’inizio della mia carriera rispondevo con qualche titubanza, con il passare degli anni, grazie alla pratica professionale, alla formazione svolta e all’ANEP (Associazione Nazionale Educatori Professionali), le mie risposte si sono fatte sempre più sicure. Eppure nonostante il lavoro dell’educatore sia adesso ben definito e delineato, ancora oggi molti educatori si sentono porre le stesse domande. Sono convinto che alcune professioni, come quella dell’educatore, non si descrivano solo con le normative e i profili professionali; l’agire di un educatore è sicuramente definito anche dalle parole che tale professione usa”.

Saper rispondere come educatore alle domanda “Chi sono e cosa faccio” vuol dire anche conoscere e saper usare con competenza alcune parole basilari nella pratica educativa.

Ovviamente i termini presenti nel Dizionario non sono tutte le parole dell’educare, non solo perché nel lavoro educativo le discipline di riferimento sono tante, ma anche perché trovare parole e definizioni condivise da tutti è di fatto impossibile. Inoltre ognuno di noi ha delle parole alle quali è affezionato, parole che nella propria biografia si legano a ricordi, immagini, esperienze particolari ed emozioni: sono parole che, assumendo una valenza particolare, ci confortano e ci accompagnano ogni giorno.

Nel corso della sua pratica professionale, prima come educatore e poi come insegnante, Brandani ha potuto apprezzare e fare sue le parole che Italo Calvino, riferendosi alla letteratura, presentò in un ciclo di lezioni tenute all’Università di Harvard quali proposte per il nuovo millennio.

La leggerezza che evoca subito l’idea del volare, non intendendo il fuggire nel sogno o nell’irrazionale ma piuttosto il “guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica …”. La leggerezza come sinonimo di rispetto delle storie altrui ma anche come tentativo di alleviare la “pesantezza” che ogni intervento educativo porta con sé.

La rapidità, come capacità di saper intuire il “tempo giusto”, di essere adeguato nel proprio agire anche cogliendo l’importanza di un piccolo particolare. Ogni gesto, anche il più quotidiano e naturale assume un significato ben preciso all’interno di una relazione educativa. Ogni intervento può apparire, come una piccola “virgola”, che quasi si perde all’interno del racconto, ma che concorre a dare senso e significato alla storia.

L’esattezza, non come ricerca della perfezione o come presunzione di essere nel giusto, ma piuttosto come stimolo alla consapevolezza; conoscere e voler conoscere le potenzialità e i limiti espressivi propri e altrui.

La visibilità, come condizione di passaggio dall’invisibile al visibile. Per lasciare del nostro agire un segno, e per pro-gettare/pro-iettare un’immagine, ben visibile ed esposta a sguardi critici.

La molteplicità non solo come un’infinità di storie e di “romanzi da leggere”, ma anche come diversità: coglierla vuol dire trovare il coraggio di affrontare anche un piccolo viaggio se si è consapevoli della sua univocità. La molteplicità ci aiuta anche a ridimensionare il desiderio onnipotente di affrontare viaggi oceanici, riportandoci a terra. Perché tutti noi abbiamo bisogno di porti dove poter attraccare e di brevi racconti da leggere…

La consistenza come soddisfazione ovvero il motore di ogni
movimento, perché il cuore di ogni narrazione è fatto di due battiti: un e-ducere ovvero andare verso per farsi raccontare (tirare fuori) e un in-ducere, movimento di crescita e ricchezza personale per interiorizzare (portare dentro) le storie altrui.

Il Dizionario del lavoro educativo vuole essere, oltre che una rassegna di parole chiave che connotano l’intervento educativo, anche un’occasione per trovare, riscoprire e approfondire quelle parole “speciali” che accompagnano l’agire di ognuno di noi.

Serena Bignamini

Francesca Oggionni

Il profilo dell’educatore. Formazione e ambiti di intervento

Carocci, Roma 2014, pp. 166, € 14,00

In una realtà sociale, economica e culturale che si fa sempre più complessa e contraddittoria, che sembra trovare politica, istituzioni e collettività completamente disarmate di fronte a uno stato di crisi sempre più generalizzato, le professioni sociali in generale (e gli educatori in particolare) sono sempre più spesso chiamate in causa in qualità di attori designati a risolvere “presto e in economia” le emergenze del momento. Come mai accade questo? Perché le contromisure sono contingenti e non di lungo periodo? E ancora, come mai chi è socialmente investito di un ruolo così importante, nei fatti deve invece fare i conti con una professionalità debole, scarsamente riconosciuta a livello sociale diffuso, nei servizi, e non da ultimo anche in termini economici? E soprattutto, come è possibile uscire da questo stato di cose, come è possibile cioè traghettare la figura dell’educatore oltre la precarietà e le urgenze del momento per restituirle invece la possibilità di concorrere legittimamente a superare questa situazione di crisi?

Questi nuclei di riflessione rappresentano il filo rosso che lega tra loro le pagine del libro di Francesca Oggionni, dove una lucida ricognizione del presente è argomentata e approfondita attraverso una sapiente ricostruzione della storia del lavoro educativo e delle professioni educative. Prendendo le mosse dall’esplorazione degli scenari storici, pedagogici e normativi che hanno condotto alla progressiva definizione della figura dell’educatore così come oggi la conosciamo, l’autrice conduce il lettore alla ricostruzione delle origini di questa professione, dei debiti e delle tracce del passato che la figura dell’educatore porta ancora con sé. Per gli studenti, questa ricostruzione ha il sapore di un invito alla scoperta e all’approfondimento delle fondamenta e dell’evoluzione delle professioni educative, e del ruolo che andranno a ricoprire a breve. Per chi già opera sul campo, essa rappresenta una piacevole (ri)scoperta delle matrici di base della propria professione, nonché un’occasione per ricercare il punto a partire dal quale in qualche modo si è iniziato a far attivamente parte della storia di questa figura professionale.

Se lo sguardo alle origini rende conto della strada compiuta dalla figura dell’educatore fino ad arrivare ai giorni nostri, gli affondi sui suoi percorsi formativi di partenza e permanenti, così come anche sulla natura del lavoro educativo e sui suoi ambiti di intervento, aprono lo sguardo del lettore al presente, alle problematiche che costituzionalmente abitano ancor oggi questo ruolo, e alle attuali sfide emergenti.

La complessità e la problematicità del lavoro educativo vengono così approfondite a partire dalla considerazione di una molteplicità di fattori. Per parte essi hanno a che fare con la sua stessa natura (con la sua incertezza, la sua imprevedibilità, la sua intangibilità), con la fatica di riconoscersi e di rendere visibile una professionalità che si basa su un sapere denso ma non così facilmente restituibile. Per l’altro verso tali difficoltà sono ricondotte a un mandato sociale che è di per sé paradossale perché giocato su una enorme “sproporzione tra gli spazi di delega di responsabilità insiti [in esso] e il misconoscimento politico, sociale e economico del significato del lavoro educativo (a livello individuale e collettivo” (p. 152). Un compito peraltro, spesso difficilmente compreso e legittimato anche da parte di chi svolge professioni sociali affini.

L’autrice esplora questi temi con una narrazione schietta, estremamente realistica senza per questo essere mai lamentosa, sempre in ogni caso corredata dalla proposta di opportune contromisure. Ciò che colpisce è che esse non abitino uno spazio e un tempo altri rispetto alla quotidianità del lavoro educativo, quanto piuttosto un modo diverso di rapportarsi ai mandati e ai saperi che ogni educatore agisce costantemente nel suo lavoro. L’invito è a “consolidarsi attraverso sovrastrutture di pensiero, tramite le quali distillare dalle pratiche il loro significato per concettualizzarlo e renderne riconoscibili e trasmissibili i contenuti” (p. 91). A smarcarsi cioè dall’immagine diffusa dell’educatore come “un “tecnico” a cui richiedere prestazioni” (p. 49), per approssimarsi invece a una professionalità riflessiva abitata da soggetti attivi “nei processi conoscitivi e interpretativi, progettuali e decisionali” (ibidem). Una professionalità, dunque, che fondi la propria forza e la propria legittimazione su un corpus di saperi facilmente identificabili, e sulla consapevolezza di assolvere a un compito nodale per la determinazione della qualità della vita dei singoli e della collettività. Da questo punto di vista, le sollecitazioni proposte dall’autrice abbracciano un pubblico più ampio dei soli addetti al settore, coinvolgendo anche gli amministratori pubblici, impegnati oggi più che mai a districarsi tra la necessità di rispondere celermente alle problematiche emergenti, e il bisogno di attivare processi capaci di promuovere cambiamenti effettivi e di lunga durata.

Laura Villa

Barbara Mapelli

Galateo per donne e uomini. Nuove adultità nel contemporaneo

Mimesis, Milano 2014, pp.199, € 18,00

All’idea diffusa che denuncia l’incomprensione come realtà ancora dominante nelle relazioni tra donne e uomini, Barbara Mapelli con il suo ultimo libro dal titolo Galateo per donne e uomini. Nuove adultità nel contemporaneo contrappone un’alternativa, segnala una possibile deviazione dalla strada principale fino a qui percorsa.

Alla domanda se è possibile oggi pensare ad un nuovo modo di stare insieme tra donne e uomini la risposta dell’autrice è positiva; per Mapelli è infatti concretamente realizzabile non soltanto il definitivo superamento dell’immagine di un maschile e di un femminile in perenne contrasto tra loro, ma addirittura l’avvento di un tempo nel quale questi due mondi tornino a parlarsi, a capirsi, a rispettarsi e soprattutto a condividere. La posta in gioco è alta e quella proposta suona come una vera e propria sfida che non in nome della vana gloria, bensì di un futuro diverso e migliore, chiede di strappare il cambiamento alla categoria dell’impossibile alla quale da tempo sembra essere stato relegato.

A chiederlo è l’autrice che si fa portavoce di domande espresse talvolta sottovoce nel tempo presente, il quale viene proposto come “frattempo”, ovvero momento di passaggio da un passato di relazioni ineguali – dove i ruoli di dominata e dominante erano fissi tanto nella sfera privata che in quella pubblica – ad un domani pronto ad accogliere nuovi modi di stare insieme tra donne e uomini, fondati sul reciproco rispetto ed il mutuo accoglimento. La sfida lanciata da Mapelli chiama dunque il lettore e la lettrice a raccogliere questi segnali di speranza e a mettersi in cammino su una strada decisamente entusiasmante e a dir poco inedita, per la quale è richiesto un bagaglio specifico; in valigia non possono infatti mancare l’intelligenza sociale, che permette di adattarsi a contesti in continuo mutamento; la libertà di pensiero, che rendendo il cambiamento “pensabile” sottrae all’atteggiamento della resa qualsiasi possibilità d’essere; il pensiero dell’esperienza di vita, che allena uomini e donne al dialogo con se stessi e con gli altri; la capacità di darsi tempo: nessuna nuova relazione è possibile se prima non si prende il giusto tempo per riflettere su se stessi e sulle proprie esperienze; infine, l’ospitalità che passa attraverso il riconoscimento dei propri limiti e approda ad una vera e rispettosa apertura verso l’altro e l’altra.

Questo carico sulle spalle prepara il lettore e la lettrice al viaggio che porta a riscoprire vecchie e nuove virtù, a rileggerle sotto una luce completamente diversa e, soprattutto, a comporre quello che dovrà essere il galateo delle nuove relazioni tra il mondo maschile e quello femminile. Nella prima parte del testo Mapelli, servendosi anche delle riflessioni e delle parole di personaggi autorevoli come Dostoevskji, Amos Oz o Virginia Woolf, passa in rassegna numerose virtù, proponendo una rilettura in chiave positiva soprattutto di quelle da sempre relegate al mondo
del difetto e della vergogna. In una luce diversa troviamo dunque la fragilità, proposta come quella consapevolezza di vulnerabilità che in realtà schiude alla possibilità dell’autocoscienza e sottrae al rischio della verità assoluta; la perplessità, intesa non come segnale di debolezza umana, ma al contrario come desiderio di “stare sulla soglia” che nella vita di tutti i giorni si traduce nella scelta di porsi domande più che in quella di pretendere risposte; la distanza, ovvero la virtù di riconoscere un Tu distinto dall’Io che educa dunque al rispetto e all’accoglienza, fino alla dipendenza reciproca, anch’essa riproposta come virtù in quanto condizione fondamentale per lo sviluppo di una dimensione relazionale vera.

Nella seconda parte del testo l’autrice, fedele al suo proposito iniziale di fuggire una riflessione puramente teorica in favore di un contributo significativo per l’esperienza concreta di donne e uomini, lega le virtù analizzate in precedenza a tre realtà specifiche: la famiglia, il lavoro e la polis. L’intento è quello non solo di registrare i segnali di un cambiamento in atto, sebbene ancora spesso sottovalutato e nascosto, ma soprattutto di presentare questo mutamento come il risultato di nuovi atteggiamenti messi in campo sia da uomini che da donne a testimonianza che un futuro diverso è realmente possibile. Tra i molti cambiamenti in corso segnalati da Mapelli ricordiamo ad esempio quelli che si concretizzano in una “pluralità di famiglia” ritenuta sempre più accettabile; nell’ingresso dei padri nell’ambito della cura, fino a qualche tempo fa considerato prerogativa esclusivamente femminile; nell’affermarsi anche in ambito lavorativo di una cultura femminile capace di ridurre la forte tensione che contrappone uomini e donne sul posto di lavoro; nell’ingresso delle donne nella polis, cambiamento in grado di ricucire lo strappo tra pubblico e privato.

Insomma, quello proposto da Mapelli è un viaggio attraverso le possibilità concrete che esistono per dare finalmente vita ad un mondo nel quale uomini e donne siano in grado di stare insieme e non più contro; lo strumento è offerto da “comportamenti nuovi, linguaggi e atteggiamenti di rispetto e attenzione all’altro e all’altra che riempiano di significato, rinnovino i sensi di quella parola, dal sapore un po’ antico, galateo, che abbiamo scelto come compito educativo per il lungo frattempo in cui stiamo vivendo, uomini e donne insieme”. Non si tratta più soltanto di immaginare qualcosa di diverso: le possibilità per renderlo concreto ci sono, serve avere il coraggio per coglierle.

Laura Bossini

Giovanni Tommasini

Sono Cesare… Tutto bene

Narcissus, 2014, € 10,00

Il libro, nasce dalla volontà di restituire una storia che può rappresentare un occasione da cogliere per riflettere su particolari aspetti della realtà. Sono Cesare…Tutto bene – Una relazione di reciproco aiuto è semplicemente l’incontro di due umanità che riescono a creare un terreno comune, una terzietà, nel quale poter mettere in gioco nuovi e impensati modi di vivere la realtà. Viene così narrata la vera storia di una relazione d’aiuto reciprocamente e intensamente vissuta tra un educatore e un bambino autistico. Il libro è volto alla sensibilizzazione sulla realtà dei bambini e ragazzi affetti da sindrome X fragile e le loro famiglie attraverso una testimonianza di vita vissuta dall’autore, con uno stile narrativo che definisce “scrittura emotiva”.

Cesare e Giovanni si conoscono nell’ambulatorio di un consultorio di quartiere di Genova. La proposta di provare per tre mesi un tentativo di assistenza domiciliare si rivela un’occasione per mettere in contatto due personalità in piena crescita, mutamento, che entrando in sintonia vivranno 15 anni indimenticabili. E niente fu più come prima…

Cosa ha funzionato nella relazione tra Cesare e Giovanni? L’empatia. Una strana parola, talvolta abusata, spesso poco compresa. Leggendo il testo se ne comprende bene il significato, a partire dalla sua etimologia: “soffrire insieme”. Quello narrato è un percorso comune in cui i due hanno condiviso la sofferenza e dopo averlo fatto si sono fidati e affidati l’uno all’altro.

E in ciò un ruolo importante ha avuto la “non paura” dell’autore, che non è il coraggio, ma il fatto di non farsi spaventare dai mostri che popolavano il mondo di Cesare, di saperli affrontare accanto a lui, dimostrandogli che potevano, se non essere sconfitti definitivamente, almeno neutralizzati.

Si tratta di una testimonianza importante di una realtà poco conosciuta sia in relazione all’assistenza di bambini, adolescenti e adulti affetti da sindrome X fragile che delle famiglie coinvolte.
Colpiscono la lucidità, la semplicità e nel contempo la profondità di quanto viene descritto; con poche semplici parole l’autore sa dipingere un mondo che appare ancora oggi strano e misterioso, quello dell’autismo.

Roberto Soriani

 

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