Scelti per voi – Libri

Scelti
per voi – Libri

Roberto Saviano

Zero zero zero

Feltrinelli, Milano 2013, pp. 450, € 18,00

L’ultimo libro di Saviano sceglie di rileggere i rapporti di forza geopolitici ed economici a partire dalla diffusione del mercato della cocaina. Attraverso questo prisma le relazioni sociali all’interno degli stati assumono una dimensione di lettura da mal di testa. Se a questo si somma la massa enorme di denaro liquido circolante legata a questo mercato il potere condizionante che le strutture malavitose possono esercitare diviene veramente notevole. La penna di Saviano ci accompagna nel lungo viaggio geografico delle rotte mutevoli dello smercio, che sanno adeguarsi alle mutazioni delle possibilità, agli aumentati controlli alle dogane, ai pericoli di perdita della merce. Un mercato enorme, con profitti impensabili e che attrae nella sua orbita masse diverse di soggetti dall’America centrale al Messico, all’Africa, all’Europa ai paesi dell’ex Unione sovietica.

A questo profilo geografico se ne affianca uno di carattere storico e un altro di carattere sociale. Sul versante storico, Saviano sottolinea la capacità delle organizzazioni criminali di occupare capillarmente i vuoti lasciati dalla politica, portando quindi il potere illegale a confondersi con quello legale, a sovrapporsi e lasciarsi infiltrare in una complicità che spesso ci impegna a rileggere alcuni episodi del nostro presente (valga per tutti l’esempio della crisi del gas tra Russia, Ucraina ed Unione europea), mostrandone risvolti inquietanti e il volto di una politica piegata e confusa con il potere criminale.

Sul versante sociale la commistione tra violenza esercitata in proprio e miseria di alcune popolazioni portano ad una miscela esplosiva fornendo manodopera “sacrificabile”, bassa manovalanza sulla quale poter contare all’infinito, una sorta di riserva umana sempre pronta a rimpiazzare chi viene perduto o in guerre o in arresti.

Il quadro che ne emerge è devastante e interroga parecchio sulle prospettive di una guerra all’illegalità che si rivela sempre più impotente data la disparità di mezzi e di risorse. Mezzi e risorse che, come suggerisce Saviano, potrebbero essere indirizzati meglio se si propendesse per la legalizzazione del commercio di cocaina. Scelta non facile, forse male minore dati gli esiti devastanti di una guerra probabilmente persa.

Ci sono alcuni elementi del testo che in particolare fanno riflettere. Il primo è che in questo commercio anche organizzazioni che in un passato lontano hanno suscitato qualche entusiasmo sono state sin dall’origine profondamente inquinate e implicate nel mercato della cocaina (mi riferisco in particolare alle FARC). Il secondo riguarda l’origine e la degenerazione di alcuni movimenti nati per far rispettare la legalità e degenerati nella più devastante illegalità e violenza (e qui la storia delle AUC di Salvatore Mancuso è veramente illuminante).

Indagando le zone di grigio, di sovrapposizione e confine tra legalità e illegalità, Saviano si scontra con un problema differente che però affronta poco, ed è quello della legittimità. Narrando le atrocità commesse verso la popolazione dalle organizzazioni criminali, di cui alcuni echi soltanto arrivano in Europa per essere presto dimenticati, viene il sospetto che oltre alla violenza debba intervenire una sorta di redistribuzione della ricchezza che coinvolge le popolazioni. Non si vuole certo legittimare l’insediamento di cosche criminali, ma gli studi condotti da Federico Varese che abbiamo recensito su queste pagine sottolineano l’importanza del contesto, la necessità di un vuoto di potere che non può essere sostituito solo dalla violenza cieca e bruta. E’ vero che leggendo quel che accade in Messico si è portati ad avere questa visione, ma ho come l’impressione che ci sfugga qualcosa, che la complessità venga meno.

A questo proposito mi viene in mente un romanzo di Donald Winslow pubblicato da Einaudi qualche anno fa, il titolo è Il potere del cane. Provate a leggerli in parallelo, è impressionante come nel romanzo si trovino gli elementi dell’inchiesta raccontati da Saviano, messi in un altro ordine, alcuni sovrapposti e compattati, ma sono tutti lì, con qualche considerazione in più che la forma romanzo permette. C’è però una differenza importante tra Winslow e Saviano. In Winslow le differenze tra chi sta dalla parte del bene e chi sta dalla parte del male non sono così nette come in Saviano. Non è solo un problema di rete di corruttele sempre più estese, c’è una domanda di fondo ed è questa. Quanto la lotta contro il male modifica i soggetti che vi prendono parte, li irretisce in una ragnatela dove che li modifica antropologicamente, li rende simili nei comportamenti pratici ai soggetti delle organizzazioni illegali?

Non è una domanda oziosa, ma ci riguarda tutti e ci riporta all’insufficienza delle categorie legale-illegale per indicarci l’interrogativo sulla legittimazione, diverso, più vischioso, di meno facile soluzione perché interroga sulle ragioni della convivenza civile.

Ambrogio Cozzi

Barbara Mapelli, Stefania Ulivieri Stiozzi (a cura di)

Uomini in educazione

Stripes, Rho (MI) 2012, pp. 232 , € 16,00

Uomini in educazione riporta gli atti del convegno tenutosi all’Università di Milano Bicocca il 14 marzo 2012, sbocco e risultato anche di alcuni anni di riflessione e ricerca sul tema. Due domande prioritarie attraversano questo volume, e riguardano una il rapporto tra cura ed educazione e l’altra le variazioni di queste stesse pratiche formative umane col variare dei generi che ad esse sovrintendono, assumendosene l’onere e la responsabilità. Queste domande non vengono trattate separatamente, ciascuna secondo un suo proprio filo conduttore, bensì esse si intersecano e intrecciano nei diversi interventi, producendo esiti di scoperta ed evidenziazione più profonda della costituzione delle varie dimensioni. Perché interrogarsi sulla partecipazione maschile all’azione educativa, in particolare nell’ambito professionale, non solo ci dice qualcosa di specifico sulla cultura identitaria maschile in Italia, ma ci svela con i suoi numeri e con le testimonianze degli uomini interpellati aspetti significativi del come concepiamo e attuiamo l’educazione. Il senso è che per parlare di Uomini in educazione bisogna chiedersi chi sono gli uomini, cosa vogliono, e che cosa è l’educazione: e le risposte che vengono date sono situate, si originano a partire dall’esperienza e dalle interviste, dal sentire personale di educatori, e dall’analisi delle trasformazioni storico-culturali.

Intanto, della partecipazione degli uomini all’educazione viene detto subito che si tratta fondamentalmente di un’assenza la quale, per riprendere l’incisiva formula introdotta da Barbara Mapelli, si manifesta come evidenza invisibile. Tutto ciò che, pur avendo una matrice culturale, viene naturalizzato nel e dal senso comune, sino ad apparire ovvio, scontato, indiscutibile, scompare alla vista, alla nostra percezione, non lo osserviamo come fenomeno, e perciò non lo studiamo, spesso, ma piuttosto lo assumiamo come dato di realtà immutabile e costitutiva delle esistenze e interazioni umane. Più contributi sottolineano però l’evoluzione dei numeri, e con ciò l’involuzione, che pare sempre più quantitativa e qualitativa insieme, dell’impegno maschile in educazione. Questa occupazione, il dedicarsi degli uomini alle professioni educative, viene esaminato sia nel suo esito lavorativo che nelle percentuali della presenza maschile nei corsi di laurea delle Facoltà di Scienze della Formazione, deputate all’orientare la preparazione professionale in questi ambiti. È così possibile confrontarsi e mettere in luce le peculiarità dell’assenza maschile, che non è uniforme in tutti i contesti e indirizzi della pratica professionale dell’educazione: la presenza degli uomini si incrementa col crescere dell’età delle fasce d’utenza e col salire di livello della posizione nell’organizzazione scolastica, per cui ritroviamo certamente gli uomini, molti più uomini, nei gradi superiori dell’istruzione e nelle posizioni dirigenziali. La cura dell’infanzia non si addice agli uomini, neanche a quelli che pure sono in educazione: le scelte professionali si conformano sui paradigmi di genere, i pochi studenti maschi dei corsi di Scienze della Formazione si rappresentano e si sentono rappresentati come figure originali, bizzarre, incerte e in discussione per quanto riguarda la propria identità lavorativa, nonostante siano investite anche di notevoli aspettative e gli ampi spazi di occupazione che si presentano loro, in un mercato del lavoro nelle attività socioeducative che richiede pressantemente uomini per degli sbocchi che si ritiene necessitino maggiormente di operatori forti e autorevoli, di un’autorevolezza anch’essa presunta e da mettere alla prova delle relazioni educative. E’ in questi numeri della presenza-assenza maschile che appare una distinzione di fondo tra cura ed educazione, con la prima descritta e vissuta come il modo dell’accudimento femminile, e la seconda come avente origine in una normatività di matrice maschile. Rispuntano i latenti tradizionali codici materno e paterno, che ancora fungono da riferimenti, perlomeno da termini di paragone, pur con tutte le differenze, per ogni altra pratica formativa intenzionale. Come si spostano oggi questi confini e il rapporto tra cura ed educazione? Quella che appare come una inarrestata perdita di prestigio del lavoro educativo professionale, soprattutto dell’insegnante di scuola primaria, ovvero la svalorizzazione sociale della cura, sembra evidenziare una tendenza schematica a privilegiare ai nostri giorni la funzione assistenziale e accuditiva, più che quella regolativa: ma cosa succederebbe se, e cosa succede già ora quando cominciamo a pensare e agire in termini di cura educativa, con una più forte integrazione tra le due dimensioni? E in ogni caso, come potrebbe essere invertito e magari reso virtuoso il circolo vizioso che disconosce l’importanza della cura e simultaneamente il lavoro delle donne?

Nel suo complesso però il volume non si limita a descrivere il fenomeno dell’assenza maschile nell’educazione come evidenza invisibile, ma procede anche a domandarsi le cause di questo esito; e ancora, sposta il fuoco verso una valutazione, se un cambiamento di questa tendenza dominante, con una maggiore partecipazione degli uomini nella cura educativa, sarebbe opportuno o meno, e infine testimonia dei modi con cui gli uomini possono essere educatori efficaci, veri mediatori simbolici del processo formativo degli adolescenti. La ricerca porta quindi a raccontare il guadagno di senso esistenziale che anche gli uomini possono riconoscere e apprezzare. Fra le varie ragioni dell’allontanamento maschile dal mondo della cura e dell’educazione, allora forse non vi è solo il fattore economico, l’inadeguato compenso, e la perdita, il declassamento dello status sociale, ma proprio va considerata la gratificazione personale nella relazione, il valore misconosciuto del contribuire alla formazione di giovani esseri umani. Quello che accade e che emerge nelle testimonianze raccolte, nel partire da sé così chiaramente esemplificato nell’intervento dell’insegnante di scuola superiore e esponente dell’associazione Maschile Plurale Alessio Miceli, ma anche nelle narrazioni e nelle motivazioni espresse da altri educatori e da studenti, è che quei pochi uomini che se ne occupano sentono l’aspetto di realizzazione di sé in questa relazione con minori a cui dare il proprio apporto nei termini appunto di una cura educativa.

Queste esperienze, questi vissuti positivi, che contrastano con le gabbie stereotipate dei ruoli di genere, con le immagini predefinite a cui obbligatoriamente uomini e donne dovrebbero attenersi nel loro essere, pur nell’attuale scarsità dei numeri degli uomini in educazione, sono ad esse alternative e esprimono anche una comunicazione proiettata verso il futuro e intesa come responsabilità verso le nuove generazioni: un’affermazione del senso possibile e auspicato della partecipazione più intensa del maschile alla cura educativa, e la dimostrazione della possibilità effettiva che questa trasformazione dei rapporti tra i generi si realizzi, che vi sia un desiderio maschile orientato nel senso di una condivisione della pratica formativa, nel suo essere un onore e un onere, un piacere e un dovere, con il suo diminuito portato di potere ma anche con un persistente carico di responsabilità educativa e insieme un valore in termini di autenticità esistenziale.

Salvatore Deiana

Giuliano Minichiello

L’Obbedienza

Società editrice internazionale, Torino 2013, pp. 170, € 13,00

Il tema dell’obbedienza, dopo il milaniano “l’obbedienza non è più una virtù”e dopo il “vietato vietare”, costituisce un tema di difficile declinazione pedagogica nella stimmung di un disincanto che vede sfiorire le grandi narrazioni nell’ombra di un nichilismo ormai compiuto e quasi assurto “a paradigma”. Evaporata l’idea di autorità (Bourillard), derubricato il tema della verità, con la ‘v’ più o meno maiuscola, rimossa la facoltà del libero arbitrio di un io “minimo e multiplo allo stesso tempo” (Cambi), all’obbedienza sembra oggi riservato un ruolo marginale, tutt’al più frutto di una coazione differita, come esecuzione di un comando a suo tempo ricevuto e a lungo rimosso (Freud). Eppure questo tema – come argomenta con spirito critico il volume di Giuliano Minichiello – rimane una questione ineludibile anche nella nostra società, dilaniata da polarità contrapposte: narcisismo prometeico, individualismo, autoreferenzialità da un lato ed etero-condizionamento, omologazione, persuasione occulta da un altro. Su questo fondo si delinea il difficile rapporto tra formazione e capacità di scelta, competenza, quest’ultima, che si pone a crocevia – apicale e critico – dello sviluppo di un soggetto in grado di autodeterminarsi in una sempre più compiuta libertà di giudizio, emancipatosi tanto da spinte conformative, di mera adesione al “tu devi” quanto affrancato da altre simmetriche pressioni contro-identificative, di una trasgressione fine a se stessa.

Nel volume, segnatamente nel primo capitolo, si articolano così posizioni esistenziali che pongono l’uomo, la sua responsabilità, la sua coscienza, la sua capacità di giudizio e il suo orizzonte pratico secondo momenti che si dispiegano in diversi ordini morali: posso ma non voglio; devo ma posso non fare; voglio ma non posso; voglio e posso. In essi il mistero della coscienza sopravanza di gran lunga quello dell’Autorità giacché è nella prima sfera che riposano le possibilità del soggetto di posizionarsi secondo modalità oppositive oppure di accettazione più o meno condizionata ad un ordine emanato da un Autorità.

I capitoli successivi declinano tale percorso di presa di posizione del soggetto di fronte ad un ordine, un modello, una suggestione attraverso una fenomenologia di comportamenti antropologicamente eterogenea: dall’obbedienza distruttiva (esemplificati da Milgram e incarnati da Eichmann) fino a quella oblativa, del Cristo nell’orto di Getzemani (sia fatto il Tuo, non il mio volere).

Il volume si sviluppa in cinque capitoli e in una sezione antologica, che riporta in modo più esteso alcune delle principali fonti bibliografiche utilizzate. L’Autore dipana il suo ragionamento attraverso un indice che, a partire dal tema del Fondamento dell’Autorità (cap. I) analizza l’Obbedienza all’’Autorità (cap. II); Obbedienza e responsabilità (cap. III); L’obbedienza al Padre (cap. IV), l’Obbedienza al Maestro (cap. V).

In questo percorso la dimensione normativa del congegno pedagogico trova una pluralità di articolazioni: da quella esistenziale, frutto dell’accettazione o del rifiuto delle identificazioni primarie (Minichiello legge in questo senso il rapporto di Kafka con il padre) fino quella politica e pratica, con le eventuali degenerazioni dell’obbedienza ad esse associate, ove “la burocrazia sociale precipita in una burocrazia della mente che porta a sua volta a una responsabilità de-somatizzata, orfana delle implicazioni relazionali di persone che si incontrano/scontrano e colonizzata da doveri impersonali che si pongono come antecedenti all’esperienza, cercando di assoggettarla” (p. 33).

Un libro, quello di Minichiello, che invita alla sorveglianza, alla critica vigile, alla non facile adesione ai miti e alle mode del momento.

Andrea Bobbio

Alessandra Giovannetti, Marta Moretti

Affidi sostenibili. Nuovi percorsi e modelli di accoglienza familiare

La meridiana, Molfetta (BA) 2012, pp. 128, € 15,00

Un affido, tanti affidi. Dall’affido tradizionale il libro incontra i tanti affidi possibili, le storie, le esperienze, le strategie positive, i metodi. L’ipotesi presentata è che l’affido debba essere letto, affrontato e promosso come pratica di genitorialità sociale, una genitorialità parziale, ma anche condivisa e diffusa, e che può coinvolgere tutti gli adulti di una comunità. Connessa al pensiero della genitorialità sociale, incontriamo la necessità delle reti: essere “in una rete” facilita, e forse addirittura permette, l’esercizio della genitorialità e della genitorialità sociale. Soprattutto nella situazione contemporanea della famiglia, diventa necessario sostenere le famiglie, le pratiche educative, e tra queste anche l’affido, attraverso reti di famiglie disponibili e di prossimità e, soprattutto, un chiaro processo di rete tra soggetti pubblici e privati. Nuova la ricostruzione metodologica delle fasi di un processo di affido sostenibile, realizzato attraverso l’integrazione
tra pubblico e privato, assumendo l’ipotesi che il privato sociale possa affermarsi come soggetto in grado di promuovere l’integrazione tra pubblico e privato e un’effettiva sostenibilità degli affidi.

La seconda parte del libro è da intendersi come un viaggio dentro esperienze e sperimentazioni diverse, un viaggio che attraversa diverse forme di affido: affidi di prossimità; affido pronta accoglienza; affido mamma e bambino; affido a parenti; famiglie “tutor”; famiglie comunità; affido omoculturale. Nel libro si è assunto lo sguardo del ricongiungimento come fine al quale tende ogni affido: ovvero quella costellazione di visite, incontri protetti e varie iniziative di accettazione e affermazione dell’appartenenza alla famiglia di origine che vanno a ricostruire il miglior livello possibile di riunificazione affettiva. La sfida ancora da raccogliere? La relazione con le famiglie di origine, “luogo ancora poco conosciuto e frequentato”.

A.C.

Edgar Morin

Dove va il mondo?

Armando, Roma 2012, pp.120, €14,00

Come ricorda Françoise L’Yvonnet nella Prefazione, la proposta principale del libro è la ricerca di un nuovo umanesimo planetario, che è poi il tema-chiave di tutta la produzione moriniana degli ultimi anni. Ad una concezione scientifica riduttiva Morin sostituisce una concezione complessa per cui passato e presente si modificano ripetutamente nel loro interagire, modificando inevitabilmente l’interpretazione degli avvenimenti storici e la stessa conoscenza del futuro. Morin utilizza il metodo dialettico per spiegare la realtà in cui viviamo, in opposizione a un percorso evolutivo di tipo lineare e deterministico. La dialettica comporta un gioco continuo di inter-retroazioni tra i vari fattori sociali (tecnici, economici, politici, culturali, ecc.) che dipendono da «un principio policausale». In altri termini alla base dell’evoluzione della vita e delle società storiche vi è una causalità complessa, attraverso cui tutte le innovazioni/creazioni costituiscono delle devianze che si impongono sulle tendenze dominanti producendo così nuove norme e valori. L’idea di progresso che abbiamo ereditato dalla scienza e dalla tecnica viene messa in discussione: non a caso Morin parla di crisi e di incertezza a proposito del presente e del futuro. Il XX secolo descritto in questo libro è il secolo delle crisi, ma a suo avviso il concetto di crisi non significa soltanto perturbazione in un sistema apparentemente stabile, ma anche accrescimento dell’alea, delle incertezze. Il punto di vista da cui osserva la crisi del secolo è la lotta tra le due superpotenze, USA e URSS, ed è proprio a partire da un’attenta riflessione sulle cause della Guerra Fredda che possiamo comprenderne le conseguenze per il Terzo Millennio in cui viviamo. La sua analisi si concentra maggiormente sul socialismo reale soprattutto per l’assenza di democrazia e per il potere assoluto del Partito/Stato in esso vigente. È l’idea stessa di sviluppo che va riformulata includendovi al suo interno l’elemento opposto. È la legge stessa della physis infatti che crea ordine a partire dal disordine, e l’organizzazione attiva non può fare a meno delle perturbazioni e dell’alea per svilupparsi. Qualsiasi progresso produce inevitabilmente regresso, ma è proprio dei sistemi viventi e delle società storiche utilizzare il negativo in modo positivo per rigenerarsi creando nuove forme. Riprendendo Freud, Benjamin e Marcuse, Morin analizza la civiltà in cui viviamo includendo il suo opposto, la barbarie. Perciò è necessario associare il concetto di crisi come “progressione delle incertezze” a quello di civiltà. La sua è una dialettica delle contraddizioni che non può risolversi definitivamente alla maniera hegeliana.

La vera sfida per l’uomo di oggi è affrontare le conseguenze della “crisi della planetarizzazione”.  Per andare in direzione di un autentico sviluppo dell’umanità, secondo Morin è necessario costruire una confederazione di Stati-nazione. Noi siamo appena agli inizi in quanto, per usare due formule che ama ripetere sempre, “siamo ancora nella preistoria dello spirito umano” e “nell’età del ferro planetaria”. Gli Stati-nazione moderni, che hanno assunto la loro fisionomia completa alla fine del XVIII secolo nei paesi occidentali, nel corso del XX secolo si sono diffusi nel resto del pianeta in seguito alla decolonizzazione. L’autentica degenerazione della forma Stato-nazione si realizza con i totalitarismi e la concentrazione del potere nelle mani del Partito-Stato. La sua concezione catastrofista degli Stati-nazione come minaccia dell’umanità sarà in parte rivista con l’implosione dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, mantenendo però il “principio di incertezza” da cui l’umanità non può prescindere guardando al futuro. Un altro concetto che utilizza in modo nuovo è quello di rivoluzione che, a suo avviso, non indica più il compimento finale di un percorso (come per il marxismo), ma semmai un nuovo inizio problematico: “Non si tratta tanto di appropriarsi collettivamente dei mezzi di produzione, bisogna depropriarli (déproprier) collettivamente e donare autonomia alle collettività”.

Il compito etico-politico più urgente, per evitare la catastrofe, è “far emergere l’umanità”. Il nemico principale da affrontare è una nuova forma di violenza (che definisce “folle”) che si manifesta nel terrorismo oppure in attentati verso obiettivi indiscriminati. Coerentemente con la sua etica, Morin non propone delle soluzioni repressive ma piuttosto la reintegrazione degli ex violenti nella società a partire dal perdono delle vittime che, a suo avviso, può aiutare a far emergere il pentimento dei carnefici in nome della fratellanza umana. Per questo il libro si conclude con la suggestiva metafora politica dell’accoppiamento delle balene ripresa da Michelet: come, dopo sforzi infruttuosi, le balene riescono finalmente, quasi per caso, ad accoppiarsi, allo stesso modo il lavoro infaticabile degli uomini, dopo aver ripetutamente provato senza riuscita, potrà davvero costruire una società migliore. Non c’è alcuna garanzia che questo avvenga, ma vale la pena scommettere per la salvezza di tutti.

Giovanni Coppolino Billè

Franco Lolli

Riabilitare l’inconscio. Psicoanalisi applicata alla disabilità intellettiva

Edizioni ETS, Pisa 2012, pp.154, € 14,00

Franco Lolli è uno dei pochi seri professionisti che, in Italia, si è occupato con dedizione e puntigliosa accuratezza di un tema scarsamente visitato dalla letteratura clinica, quale quello per l’appunto della disabilità intellettiva. Ma, c’è di più, Lolli, e questo può stupire, non è un consumato psichiatra, un entomologo della psiche che passa la sua vita a testare e classificare, né un accanito cognitivista, refrattario alle storie degli individui affetti da disabilità intellettiva, alle loro umane e spesso dolorose vicissitudini. Lolli è uno psicoanalista e da quella posizione, e non da altre, si addentra nei meandri del cosiddetto mentale.

Così, partendo dalla ricchezza di una concreta esperienza, Lolli ci prende per mano e ci guida nei labirinti della disabilità mentale. Ci mostra, passo passo, caso per caso, il modo in cui il mentale si annoda al corpo, alla pulsione. E, ancora, il ruolo che l’inconscio vi assume. La posta in gioco è decisiva, ben preannunciata dal titolo del libro. Si parla spesso di riabilitazione, ma spesso tale pratica finisce per circoscrivere una serie di azioni manipolatorie che pongono il disabile nella posizione di oggetto delle cure altrui. Da psicoanalista, Lolli si pone invece (e giustamente) il problema del suo essere individuale e di come sia proprio questa cifra personale a essere compromessa sia dalla disabilità in quanto tale, che dalle “terapie” che si propongono di porvi rimedio. Scrive Lolli: “Il senso della vita del paziente con ritardo mentale si consuma, di conseguenza, tutto sul piano della semplice determinazione diagnostica, svuotando di significato soggettivo ogni suo gesto. In altre parole, non vi è soggetto dietro l’azione del paziente ma solo deficit che ne dirige e ne condiziona lo svolgimento”. Da qui, l’importanza dell’analisi che Lolli dedica alle vie attraverso le quali si fa strada, seppur a fatica, la soggettività nel disabile, ma anche a quel che accade dal lato del cosiddetto o supposto “normale”, le virgolette sono d’obbligo, che è chiamato ad occuparsene, cioè l’operatore.

Se, infatti, la debilità testimonia nella produzione psichica del soggetto di una sorta di strapotere devastante dell’immaginario, non occorre dimenticare come, poste le debite distanze, una faccenda analoga si presenta sul versante dell’operatore, a partire dalle suggestioni più o meno pregiudiziali
che la relazione con il disabile sollecita, alimentando in maniera spropositata quella dimensione controtransferale che finisce per essere, in ultima istanza, veridicamente e letteralmente contro il  transfert e dunque antagonista alla costituzione di un rapporto che mobiliti una dialettica vitale tra operatore e utente. Estremamente sottile, in  proposito, è la lucida interpretazione che Lolli fornisce di questo controverso aspetto della clinica e della pratica educativa. Esaltato acriticamente, in talune teorie, demonizzato drasticamente, in altre. Lolli, indubbiamente, ben conosce ciò di cui parla e ne coglie il ruolo fondamentale all’interno del lavoro con persone disabili sul piano intellettivo. Il controtransfert diventa così un nodo problematico di cui evidenzia le potenzialità che contiene al suo interno. Il desiderio dell’operatore di mantenersi vivo in una situazione che lo espone costantemente all’esperienza della frustrazione e dell’impotenza e, nel contempo, la necessità che tale disposizione non si orienti negativamente sull’altro, fonte di un godimento inconfessabile nel quale l’operatore reperisce la soluzione alle tensioni che il suo lavoro ha generato.

Per la rigorosità dell’approccio teorico, per la sentita e documentata partecipazione, aliena da ogni facile sentimentalismo, che percorrono le pagine del testo, “Riabilitare l’inconscio” è un libro che traccia con chiarezza il campo entro cui si esercita e, in un certo senso, si dovrebbe esercitare l’agire responsabile di ogni operatore che interviene nella disabilità. In tempi di furori standardizzanti, di programmazioni forzate e quantificate, il libro di Lolli è un’occasione unica per non smettere di pensare la soggettività, laddove la tendenza conformista sembra quella di farne un inutile orpello che arreca solo disturbo a un preteso efficientismo che vuole solo negarla.

Angelo Villa