Scelti per voi – Musica

Sixto Diaz Rodriguez

Searching for Sugar Man

Sony Music, 2013, € 14,90

Pippo Pollina

L’appartenenza

JazzHaus Records, 2014, € 21,10

Gianmaria Testa

Men at work

Incipit, 2013, € 20,90

Bobo Rondelli

Per amor del cielo

Live Global, 2009, € 13,99

Visto il celebratissimo film “A proposito di Davis” dei fratelli Coen, mi è parso di una noia mortale, quasi come una canzone di Ligabue. Per altro finisce, come la terapia del piccolo Hans, esattamente  quando dovrebbe incominciare, quando cioè arriva sulla scena un certo Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan. E’ quel che si chiama crudeltà mentale. Di tutta risposta, consiglio, invece, di guardare  “Sugar man” di Malik Bendjelloul che racconta l’incredibile storia di Sixto Diaz Rodriguez. Il dvd lo si trova nelle librerie Feltrinelli, accompagnato da un libretto di Marco Denti L’uomo che visse due volte. Rodriguez è un cantautore di vaglia, davvero bravo, con una voce calda che, a tratti, ricorda quella di José Feliciano. Ascoltare per credere, il cd che raccoglie i suoi brani si chiama  Searching for Sugar Man. Una scoperta, insomma. E, ancora, tra le cose migliori in circolazione, guai a lasciarsi sfuggire il meraviglioso, delicatissimo cd dal vivo di Neil Young, Live at the cellar door. La registrazione è datata, ma l’orso canadese è in un tale stato di grazia da raggiungere vette di rara intensità.

Vado via veloce, perché voglio arrivare al punto. E quindi evito di divagare, come faccio, vado al sodo. Non prima, però (il lupo perde il pelo ma non il vizio), di invitarvi alla lettura di un bellissimo libro, di un autore, ahimè scomparso, italiano. Lui si chiamava Marcello Marchesi. Il testo cui mi riferisco è una raccolta di poesie, battute fulminanti, aforismi geniali, dal titolo, “just in case”, Il dottor Divago. Un abisso lo separa da quell’oceano di stupidità in cui, a seconda, ci affogano il petulante moralismo di un Gramellini, la rissosa volgarità di Grillo, le stucchevoli prediche dei comici di turno, dalla Littizzetto a Crozza, i cani da guardia dell’annichilente retorica del politicamente corretto. Che tristezza! Povera Patria, cantava Battiato. Niente male, a questo proposito, il suo concerto con Antony, anche se quest’ultimo ogni tanto mi pare esageri alquanto, perdendosi un poco in vertigini vocali fini a sé stesse. Commovente, almeno per me, la ripresa di una strepitosa canzone di Claudio Rocchi, che avevo ai suo tempi amato: “La realtà non esiste”.

Ma, restiamo, dunque, “chez nous”. E, cioè, in Italia. E’ qui che voglio arrivare.

Prendo stimolo da un brano di Pippo Pollina, “Cantautori”, terza traccia dell’album L’appartenenza. Così recita l’incipit della canzone: “Siamo tutti orfani di Lucio e di Fabrizio/ non perché difetti a noi l’arguzia e il coraggio/ ma è solo una questione di cuore e di coraggio/ di idee che mai diventano scorta d’equipaggio”. Salvo poi concludere: “Siamo tutti orfani di Enzo e di Fabrizio/ non perché difetti a noi la fantasia/ ché la sofferenza a volte è come un vizio/ che accarezza e nutre la malinconia”. Sarà, ma, ma nasce proprio lì il problema. Come se la cosiddetta canzone d’autore soffrisse d’una sorta di complesso Zelig (vi ricordate il film di Woody Allen?).

E’ il segno o, freudianamente, il sintomo della difficoltà dei cantautori italiani a costruire una loro personalità autonoma, uno stile loro, autonomo che li differenzi dagli artisti che li hanno preceduto e di cui si sentono orfani. Eppure sono capaci, creativi, ma… E ritorna il “ma” che, come il “però”, ha il magico potere di depotenziare l’affermazione che lo precede, esaltando quella che la segue. Qui, allusivamente, rappresentato dai puntini di sospensione.

Provo a diradare la fugace nebbia. Almeno la mia, non mi è facile, perché il panorama d’insieme è alquanto variegato e non voglio cadere in generalizzazioni eccessivamente semplificatrici. Cito, dunque, un po’ a caso, giusto per rendere l’idea. A scanso di equivoci, lo preciso senza ambiguità:  L’appartenenza è gran bel cd, contiene ottime canzoni. Ne consiglio vivamente l’acquisto e l’ascolto. I brani, lo ripeto, sono intensi, non banali e Pippo ha una voce robusta e duttile.

Per quanto, di tanto in tanto, si avverta lo sforzo del cantautore siciliano di emanciparsi dall’ombra (ingombrante?) di chi l’ha preceduto (e condizionato). Faccio un esempio: “Laddove crescevano i melograni” è un brano stupendo, lucido, ma (e, mannaggia, ci risiamo con… il “ma”) è puro De André. Altrove, lo dico per onestà, il nostro riesce a smarcarsi, ma (e, ancora, riappare la congiunzione avversativa…) quanta, quanta fatica!

Pippo lotta e si dibatte coi fantasmi dei padri, uscendone alla fine (quasi) vincitore. Gianmaria Testa, per fare un altro nome, invece no. Lui, siamo passati dalla Sicilia al Piemonte, sembra soccombere. Anche qui, lui è un artista sensibile, creativo, ma (insisto sul “ma”) è come se non riuscisse a emergere del tutto, a… Insomma, dai, ci siamo capiti. Si può ascoltare il suo ultimo cd Men at work giocando a indovinare i cantautori cui fa eco in una maniera quasi imbarazzante.

Ascoltate “Le traiettorie delle mongolfiere” e pensate a Fossati o “Dimistichezze d’amor” a Capossela e poi, via di questo passo, facile riconoscere le tracce di De André, Conte o persino Branduardi… Quando è troppo è troppo! Se poi vi si aggiunge il parlato che accompagna le canzoni, una dopo l’altra, l’apologia di quel politicamente corretto che accomuna accademici e presentatori alla Fabio Fazio deborda senza limiti e priva di pudore. A ragione, Alain Finkielkraut lo  definisce il conformismo ideologico del nostro tempo.

Nel concludere, tuttavia, transito per la Toscana e per la mitica Livorno. Lì, mi imbatto in autore  sicuramente originale, forse perché guidato dalla bussola di un’insana follia mi pare Bobo Rondelli.  Un mio amico livornese me l’ ha fatto conoscere. Per amor del cielo è il cd che ho ascoltato ed è semplicemente fantastico. Lo ammetto, il cd non è affatto un cd nuovo, lui ne ha inciso poi altri. Al momento, non li conosco. Vedrò di aggiornarmi. Se, anche qui, tuttavia giocoforza, devo indicare un padre, direi, senza dubbio, Piero Ciampi. Un livornese maledetto, anche lui, troppo in fretta dimenticato. Ora, si sa quanto gli abitanti della città toscana siano polemici, arguti e spesso irriverenti. Bobo non smentisce la tradizione, per quanto canti la sua città come nessun altro. Mi verrebbe, a questo punto, da dire: scopritelo Bobo! Anche se, andando su “Youtube”, si può vederlo “nature”, come mamma l’ha fatto, in un concerto dal vivo. Lui, in definitiva, lo spogliarello se lo fa da solo, in pubblico. E’, forse, per questo che i Liftiba non l’hanno più voluto a d aprire le loro esibizioni? Nudo, comunque, a occhio, non è granché… Parere personale, “of course”. Meglio starlo a sentire, molto meglio.