Scelti per voi

Rocco Carbone

Libera i miei nemici

Mondadori, pagg. 232, e 16, 50

Rocco Carbone lavora da diversi anni come insegnante nel carcere di Rebibbia a Roma. Questo romanzo parte quindi da un materiale autobiografico, pur essendo una storia di finzione in cui non si parla assolutamente di avvenimenti e persone realmente esistenti.

Lorenzo, il protagonista della storia, lavora presso un grande archivio enciclopedico, in cui ha fatto carriera abbastanza velocemente e senza metterci troppo impegno. Conduce un’esistenza da solitario: un fratello minore che vede molto raramente, qualche amico che ha ormai messo su famiglia e soprattutto l’attività di volontariato come insegnante nel carcere femminile.

Nel carcere Lorenzo è una sorta di mosca bianca: non è cinico, cerca sempre di essere umano, tratta le detenute come pari.

Il punto di vista dal quale viene analizzata la condizione carceraria, quello del volontario, è allo stesso tempo marginale e privilegiato. Marginale rispetto alle istituzioni (molto belli nel romanzo sono i dialoghi con una direttrice pragmatica e disillusa), privilegiato perché il protagonista è forse nella sola posizione in cui può riflettere su quello che significa la prigionia e soprattutto su quello che significa la prigionia per una donna, il corpo che si ingrossa e si lascia andare, la consapevolezza di non poter più piacere ad un uomo.

Molto suggestivo nella narrazione è il gioco fra indefinitezza e minuzia di particolari descrittivi. Da un lato l’autore non nomina mai direttamente i luoghi: le vicende si svolgono in una grande città con il mare non lontano ma non si dice mai che si tratta di Roma, il carcere non è mai chiamato direttamente Rebibbia, il quartiere multietnico vicino alla stazione centrale dove il fratello del protagonista inizia ad avere i primi problemi di droga è naturalmente quello di Piazza Vittorio, ma anche in questo caso il nome viene omesso. Il lettore si trova quindi di fronte ad una precisione descrittiva tale da arrestare in dei momenti la narrazione, ma è anche portato a trasfigurare questi luoghi così concreti in entità astratte e simboliche. Il fulcro emotivo del romanzo è nella solitudine del protagonista, che si incrocia e si scontra con le altre solitudini del romanzo. Quella della sue allieve-detenute, per le quali il suo corso e le sue attenzioni sono l’unico contatto con un uomo; quella di suo fratello, perso nella droga e in un rapporto da sempre difficile e conflittuale; quello della terrorista Lucia, per la quale Lorenzo sembra avere un’attenzione particolare.

La narrazione del presente, piana e lineare, è spesso interrotta da due narrazioni parallele: il passato di Lorenzo, le occupazioni a scuola, la storia d’amore con una sua compagna di scuola e i dubbi e le critiche alla lotta armata; le confessioni di Lucia al processo, un lungo monologo (“non risponderò alle domande”, dice Lucia ai giudici) in cui la donna cerca di spiegare, comprendere, giustificare, prendere le distanze da fatti dai quali, per le vittime, è difficile tornare indietro. La figura di Lucia, così diversa da altri terroristi tratteggiati dalla letteratura contemporanea (per non parlare poi dei libri autobiografici scritti dagli stessi terroristi) rimane nella mente del lettore.

Libera i miei nemici è un libro che serve: un’analisi storico-politica non retorica, uno spaccato sulle condizioni carcerarie, una riflessione sulla solitudine. E’ un libro che commuove e che coinvolge, senza mai cadere nel patetico.

D. C.

Barbara Mapelli

Nuove virtù.

Percorsi di filosofia dell’educazione

Guerini e Associati, 2004, pagg. 215, e 18,50

Trarrà vantaggio dalla lettura di Nuove virtù (Barbara Mapelli, Guerini, 2005) chi percorre il sentiero della ricerca di sé, l’esplorazione del proprio limite nel tentativo di farne soglia di conoscenza. A lasciarsi sollecitare, il testo circola nei pensieri e getta luce in zone d’ombra. In quanto strumento di autoanalisi, offre spunti a chi si occupa, per lavoro e/o per passione, di relazioni educative. Chi non è disposto ad apprendere, mettendosi in discussione, come può pretendere di insegnare?

Duccio Demetrio, autore del saggio introduttivo, lo definisce “breviario laico”, un “sintetico e fecondo compagno di strada per aspiranti al piacere (al vizio) e al tormento (alla virtù) del filosofare, in questa occasione, di sentimenti”. A me piace pensare a questo testo come ad un canzoniere: amore, coraggio, umiltà, dipendenza, distanza, malinteso, tradimento, fiducia, attenzione, cura, ironia, rispetto e pietà – ogni virtù una “canzone” che narra una storia e la sua “morale” – sono indagati attraverso l’accostamento
di frammenti letterari eterogenei: autrici e autori autorevoli, elementi autobiografici, schegge di testo di persone comuni incontrate dall’autrice nel corso delle proprie vicende professionali e umane. Ogni capitolo si apre con una storia, appunto, un testo letterario noto (da La lettera scarlatta a Le mille e una notte, per citare solo due esempi) da cui l’autrice procede per svolgere la propria trama. L’andamento narrativo che ne deriva porta ad una lievità che invita a lasciarsi andare al piacere della lettura.

L’autrice intende rinnovare il significato di virtù, spogliandolo dei riferimenti alla morale religiosa, da un lato, ai tratti virili contenuti nella radice stessa del termine, dall’altro. A questo termine sono infatti ricondotti aspetti dell’esperienza “tradizionalmente interpretati e nominati come sentimenti, modi dell’agire e dell’essere e sentirsi nella vita vissuta, nei pensieri e nelle azioni, nelle relazioni con contesti e persone”. Le “nuove virtù” si rifrangono e rispecchiano la pluralità di soggetti e le molte inedite modalità in cui si forma il “soggetto morale”. Infatti, la trama del libro può anche essere descritta come la trama di un soggetto che non conosce mai compiutamente se stesso e l’altro da sé, in quanto è farsi soggetto, nel tempo, nello spazio, nell’incontro.

Il testo ci aiuta ad osservarci in relazione a quel “lembo d’inconoscibile” (Deriu) che ci portiamo dentro e che segna il bordo del proprio essere. Se ci sporgiamo sul bordo, vengono le vertigini, soprattutto quando le vicende della vita ci rendono improvvisamente esposte ad un vuoto e ad un caos senz’argini. Vicende che oggi – in particolare per le persone giovani, ma non solo – sono profondamente intrecciate con la precarietà (di lavoro e di vita) che condiziona le scelte e dunque il rapporto con i propri desideri e con l’altro da sé.

Eleonora Cirant

Luca Leone, (a cura di)

Anatomia di un fallimento

Centri di permanenza Temporanea e Assistenza

Sinnos Editrice, 2005, pagg. 271, e 13,00

Giornali e televisioni italiane si riempiono durante l’estate di immagini di sbarchi di stranieri, soprattutto sulle coste siciliane e pugliesi. Quasi ignoto, però, è quello che accade a tali persone dopo il loro arrivo in Italia. Questo rapporto di Medici Senza Frontiera è la prima analisi scientifica su quello che avviene all’interno dei cosiddetti Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), dei quali tanto si è parlato e discusso, ma poco, pochissimo si sa, anche perché è praticamente impossibile entrarvi. L’èquipe di MSF ha visitato almeno due volte ciascun centro di cui si parla nel volume, facendo attenzione soprattutto alle condizioni igieniche e sanitarie dei “detenuti” e cercando di capire se in questi centri siano realmente rispettati i diritti umani.

La prima parte del libro è dedicata all’evoluzione delle leggi che hanno portato all’istituzione, nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, dei CPTA. L’attenzione è poi spostata sull’analisi della legge Bossi-Fini, entrata in vigore nel 2002 e parzialmente ma sostanzialmente bocciata già due volte dalla Corte Costituzionale perché infrange alcuni principi della Carta dei Diritti dell’Uomo approvata a Ginevra nel 1948. Per un illecito amministrativo e non penale quale l’assenza o la perdita del permesso di soggiorno, infatti, non è possibile attuare il regime di detenzione per il contravventore: e l’ambiguità dei CPTA risiede proprio nel confondere stranieri senza permesso di soggiorno e criminali comuni, diventando di fatto un vero e proprio carcere.

La seconda  e la terza parte del libro sono dedicate ai rapporti sui CPTA e sui centri di identificazione (CDI) che dovrebbero trattenere i richiedenti asilo nell’attesa della regolarizzazione dei documenti.

Il quadro che ne esce è desolante: nei CPTA è spesso negata l’assistenza legale ai detenuti, la maggior parte delle persone vengono trattate con psicofarmaci dei quali diventano ben presto dipendenti, in alcuni centri ci sono stati casi di pestaggio e violenze da parte delle forze dell’ordine, talvolta le aree maschili e femminili e quelle per i minori non sono divise, manca, ad eccezione di rari casi, una figura di ascolto e sostegno psicologico.

L’èquipe di MSF ha anche raccolto alcune testimonianze di reclusi nei centri, testimonianze che hanno una volta di più dimostrato il bisogno che queste persone hanno di essere ascoltate e la paura di esporsi e denunciare soprusi, per le possibili rappresaglie da parte delle forze dell’ordine e dell’ente gestore del cetro.

Il rapporto di MSF non è un pamphlet politico volto a convincere il lettore della necessità di chiudere questi centri: le conclusioni a cui sono giunti gli autori partono esclusivamente da dati scientifici e s’interrogano su come migliorare i CPTA, visto che ormai esistono e che la Bossi-Fini è in vigore.

L’ultimo paragrafo analizza anche quello che è successo dopo la pubblicazione del rapporto di MSF, che ha creato molti problemi politici all’organizzazione, poiché il Ministero dell’Interno, che ha concesso fra mille difficoltà le autorizzazioni alle visite, non si attendeva certo tali critiche. Purtroppo la situazione è rimasta più o meno invariata: recentemente è stata negato addirittura il permesso di entrata a due commissari dell’ONU che per la prima volta venivano a sincerarsi della condizione dei reclusi.

Due appendici finali, molto utili, infine, spiegano la composizione dell’equipe di MSF e la metodologia di lavoro; vi è anche un glossario che aiuta il lettore a districarsi fra le sigle delle tante organizzazioni implicate nei CPTA e nel controllo e nella regolarizzazione del flusso dell’immigrazione.

Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza. Anatomia di un fallimento è un testo di analisi molto accurata e chiara su quello che sta succedendo nel Paese e che troppo volte sembra non riguardare assolutamente il cittadino comune.

Daniele Combierati

Ferdinando Menga

La passione del ritardo

Dentro il confronto di Heidegger con Nietzsche

Franco Angeli, 2004, pagg. 272, e 23,00

Non amo particolarmente Nietzsche, filosofo che, a mio modestissimo parere, mi è sempre parso alquanto sopravvalutato. Né, d’altro canto, vado in visibilio per la prosa ridondante di Heidegger, per il suo pensiero poetante che spesso mi risuona come inquietantemente tronfio, pomposo. Concordo, nello specifico, con Adorno. Ciò non esclude che i due pensatori tedeschi abbiano entrambi svolto un ruolo determinante, oserei direi schiacciante, nella riflessione contemporanea: filosofica e, ahinoi, non solo.

L’interesse per il libro di Ferdinando Menga si situa in rapporto a una tematica che, nella rilettura heideggeriana di Nietzsche, l’autore isola come centrale, quella cioè dell’origine. Come è facilmente intuibile, si tratta di una questione per più aspetti scottante che ben si dispone su quell’ambiguo e fecondo crinale che, dalla speculazione astrattamente filosofica, si spinge sino a toccare implicazioni esistenziali e politiche di vasta portata.

Per Heidegger, il folle e acuto creatore di Zarathustra rappresenta il punto d’arrivo della metafisica occidentale. Le ragioni del confronto con il suo testo trovano, proprio attorno a questo punto, la loro spiegazione. Il libro di Menga riprende passo passo, in maniera puntuale l’itinerario concettuale che il pensatore di Essere e tempo instaura con l’opera di Nietzsche. E’ un’occasione stimolante per ripensare, dietro alle rappresentazioni che il linguaggio filosofico propone, problematiche assolutamente cruciali. La critica heideggeriana alla metafisica occidentale poggia sulla sua incapacità a pensare l’originarietà dell’essere, per via della forma oggettivante attraverso cui la rappresentazione ha cercato di coglierlo. L’obiezione è nota: l’essere è stato ridotto all’ente. Da qui, il dispiegarsi involuto della speculazione heideggariana, mirata a ricercare una sorta di originarietà mitica in grado di cogliere autenticamente l’essere, inteso come essere di pensiero.

Menga finisce per porre in gioco, in Heidegger che legge Nietzsche, il secondo contro il primo, riabilitando, in opposizione all’equivoca e inquietante mistica heideggariana, la funzione (o finzione, non sarebbe questo il vero punto nodale dell’intero discorso?) irrinunciabile della rappresentazione come elemento necessario e fondativo di ogni legame sociale e costituzione individuale, pur nella sua inevitabile precarietà. Il tempo di ritardo che Menga sottolinea è, per l’esattezza, ci viene da aggiungere, il tempo stesso del soggetto, strutturalmente e non occasionalmente in ritardo.
L’origine è, semplicemente, l’irrappresentabile, più ancora della morte. La sua feticizzazione assume un carattere unilateralmente reazionario che alimenta le più oscure nostalgie. Ciò, però, obbligatoriamente non conduce, alla soluzione (umana, troppo umana ) dell’ “originarietà inevitabile del supplemento”, anche perché, c’è supplemento e supplemento. E poi, soprattutto, perché parlare di supplemento, se l’origine è irrappresentabile ? La verità, d’altronde, ha sempre una struttura ambigua, il che non significa, per fortuna, che non sia distinguibile dalla menzogna. Con buona pace di Nietzsche.

Angelo Villa

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