Scuola Costituzione Resistenza

Il mito della Resistenza per salvaguardare e consolidare le istituzioni democratiche

E’ vero: c’è stato un momento nella nostra storia repubblicana in cui la Resistenza, da evento eminentemente etico-politico, si è fatta mito. Un mito accompagnato, anche all’interno della scuola, da un tono di conformismo retorico ed esortativo in virtù del quale, dunque, ogni cenno critico che a quelle pagine della nostra vita di italiani avesse fatto riferimento, sembrava valere quale abiura di fede democratica. Le ragioni di quel mito convenzionale? Sicuramente un problema di difficili equilibri politici che, comunque la si voglia vedere, in quel tono retorico potevano anche trovare l’enfasi di un comune ed autentico valore – l’antifascismo – come sintomo di una compatibilità democratica tra sistemi di pensiero ed orientamenti ideologici antagonisti tra loro. Una compatibilità, in tal senso, assai difficile da immaginare a prescindere da ciò che la lotta armata contro il nazifascismo aveva saputo rappresentare, sia dal punto di vista dei concreti legami politici che nel CLN avevano trovato modo di essere costruiti all’insegna di un responsabile realismo storico, sia soprattutto dal punto di vista di una pedagogia civile che doveva pur sempre tornare al compito postrisorgimentale di «fare gli italiani». E di farli, come recitava l’ottocentesca espressione di D’Azeglio, offrendo loro, nel contempo, un punto di riferimento morale che valesse, insieme ed antinomicamente, come punto di rottura con il proprio passato recente e come punto di sutura con il proprio passato remoto. Donde la Resistenza, appunto, come ripresa e come compimento del Risorgimento, nel segno di una ricerca d’identità nazionale che non a caso trova emblematica espressione didascalica nel Museo del Risorgimento di Torino, il cui percorso guidato – di profondo respiro nazionale – tenta giustappunto la carta di una vera «didattica della storia» che di simile sforzo pedagogico diventa documentazione suggestiva e coerente. Cosicché, se oggi alle cose si abbia il coraggio di guardare inforcando gli occhiali di una cultura più autenticamente sensibile alle ragioni formative della scuola stessa, non si potrà non riconoscere in quegli stessi limiti retorici la necessità, altrettanto cogente in quel torno di tempo, di salvaguardare quel tanto di storia democraticamente condivisa, al fine di un consolidamento non solo delle giovani istituzioni democratiche, ma più ancora al fine di una necessaria interiorizzazione morale di ciò che dalla Resistenza era stato partorito, nel secondo dopoguerra, in termini di appartenenza ad un comune sentire nazionale. Un comune sentire cui non a caso veniva affidata, dagli stessi padri costituenti, la speranza di formare un popolo capace di riconoscersi nel documento etico-giuridico-politico su cui quelle istituzioni soltanto potevano appoggiare la loro legittimità: una legittimità che per essere tale, non poteva dunque che venire resa sostanziale dal consenso autentico, maturo e solenne di tutti gli italiani. Quel documento, appunto, va sotto il nome di «Costituzione della Repubblica Italiana». E poiché in esso la scuola, anche al di là degli articoli 33 e 34 che proprio alla scuola fanno preciso riferimento, assume a sua volta il compito primario di perseguire la formazione del cittadino – che è poi colui cui la Costituzione stessa si rivolge – va da sé come la continuità Resistenza-Costituzione-Scuola abbia finito per segnare il tono, talvolta purtroppo miseramente liturgico, con il quale le nostre radici storiche sono state rivisitate dal mondo della scuola stessa. Una rivisitazione, appunto, frequentemente retorica, che dunque ha finito spesso per fare da velo alle ragioni profonde e nobilissime che quella sequenza storico-culturale in verità implica, e che qui si cerca di documentare in nome e per conto di una responsabilità etico-politica senza la quale – come di recente si è tentato di fare con libri e convegni – sarà sempre più difficile parlare, nel nostro paese, di educazione tout court.

Mai come oggi, infatti, un revisionismo storiografico aggressivo, e soprattutto politicamente strumentale, consente, a posteriori, di destituire il tono di altissima religione civile che ha segnato la continuità Resistenza-Costituzione. Ma se è vero che  la grossolanità che accompagna spesso quel revisionismo non fa che metterne in luce, non tanto e non solo la  mediocrità culturale, quanto piuttosto la  natura di semplificazione ideologica con cui  esso tenta di banalizzare l’idea stessa di democrazia, è altresì vero che è proprio da alcune sue mancate sorveglianze critiche che ciascuno di noi può forse operare una ripartenza storico-culturale che voglia salvaguardare il senso stesso di una scuola cui sia affidato, come volevano i costituenti, il compito di promuovere la dignità e la libertà dei cittadini. E di
farlo senza mai più cadere, per converso, nelle liturgie di un tempo, almeno a partire da una doppia intima testimonianza autobiografica che forse bene documenta l’orizzonte di questo intervento. Da una parte il fatto di essere stato al centro – chi scrive – di un’aspra contestazione sul finire degli anni settanta, quando, avendo denunciato – da «sinistra» – quel limite retorico e liturgico di cui si diceva, egli sembrava imputabile di lesa maestà in quanto evocava, in pubblici dibattiti, la difficoltà di qualsiasi «educazione alla storia» che prescindesse, a proposito di Resistenza e di Costituzione, dal necessario ed equilibrato approfondimento critico che quei valori etici, sociali e politici in verità implicavano per i giovani di allora. Dall’altra il fatto, altrettanto esemplare  ed efficacemente simbolico, di una nota – questa – scritta contemplando sulla parete del proprio studio di casa – una piccola mansarda torinese – il documento ufficiale dell’ANPI, semistracciato ed amorosamente incorniciato, in cui il comandante partigiano della colonna «Giustizia e Libertà» operante in Lunigiana, Blandino Blandini detto «Tigre», certificava, a Liberazione avvenuta, la funzione di combattente in azioni di guerra di un neo maestro elementare – Vincenzo Erbetta – il cui compito era stato soprattutto quello, a vent’anni, di preparare gli altri partigiani meno «fortunati» di lui a conquistarsi, a tempo debito, un titolo di studio decente. Compito assolto con la perdita di un occhio e con una vita di affascinante e mite educatore, cui la sorte riserverà un figlio un po’ intemperante che non tarderà, da giovinotto, a tacciarlo di piccolo-borghese per le sue inesorabili tentazioni «socialdemocratiche»,  ma che a lui dovrà la pazienza di averlo aperto alle prospettive morali e culturali di un azionismo politico radicale ed intransigente cui spetta la paternità di una gauche tutt’altro che respecteuse. E cui spetterà il merito, in sovrappiù, di averlo circondato di libri e di dischi, e tra quei libri, dei libri di Piero Calamandrei, oltreché di un disco in vinile in cui la voce di questo padre della Costituente si rivolge, nel gennaio 1955, ai giovani di Milano con il suo Discorso sulla Costituzione. Un discorso che, l’anno prima della sua scomparsa, si presenta, dunque, come il testamento «pedagogico» di uno che – per dirla con Norberto Bobbio – «appartenne alla schiera di coloro che, nella storia del nostro paese, hanno sempre torto. Hanno torto e sanno di averlo».

Già! Piero Calamandrei: un nome che, avventatamente in bocca ad alcuni tragicomici esponenti politici dell’ultima ora, risuona grottesco alle orecchie di chi scrive, come grottesca può risuonare la parola «amore» pronunciata in un bordello. Ma è appunto grazie alla mediocre cultura che simile inconsapevole comicità detta – è grazie a ciò, dunque, che a noi è data, come si diceva, la possibilità di una limpida ripartenza critica. Perché se è vero che il mondo della scuola Calamandrei lo ha portato diritto nei suoi manuali con la celebre epigrafe da lui stesso dettata nel Palazzo Comunale di Cuneo il 21 dicembre del 1952, in ricordo dell’eccidio di Boves (Lo avrai – camerata Kesserling – il monumento che pretendi da noi Italiani, ma con che pietra si costruirà toccherà a noi deciderlo….), è altresì vero che quel suo altrettanto celebre Discorso assume la cifra emblematica di ciò che si è cercato fin qui di dire. Ovverosia l’idea secondo la quale la lezione storiografica che segna la continuità Resistenza-Costituzione non è affatto appannaggio ideologico di una parte delle forze politiche che la Resistenza hanno talvolta egemonizzato, magari con la generosa preponderanza del loro coraggio di combattenti armati, quanto piuttosto il minimo comune denominatore – l’antifascismo – come ciò che in sé porta nientemeno che una vera idea laica di educazione e che di questo compito formativo porta in nuce i presupposti teorici e gli orizzonti di senso.

Non a caso, d’altra parte, proprio Calamandrei era stato anche il protagonista, nel 1948, di una polemica politico-universitaria, quando il Ministro Guido Gonella non rinnovò al grande italianista Luigi Russo la Direzione della Normale di Pisa, così come la consuetudine e la prassi dettavano, a causa della sua candidatura alle elezioni politiche di quell’anno – elezioni storiche! – nelle fila del Fronte Popolare. In quell’occasione, infatti, Calamandrei, in quel momento deciso avversario politico di Russo – ma di comune ed amicale matrice azionista – non esitò, in Parlamento e sulle Riviste del tempo, ad intervenire In difesa dell’onestà e della libertà della scuola. Qualcosa che aveva giustappunto a che fare con lo spirito della Resistenza, la quale guardava all’educazione come al vero spazio di libertà critica della persona umana. E che, secondo Calamandrei, la Costituzione aveva recepito, non già come trascrizione di uno stato di fatto, ma come compito da perseguire da allora in avanti, secondo la prospettiva critica di una Costituzione in fieri che semmai avrebbe dovuto farsi carico di portare a compimento democratico quel che una Resistenza a suo giudizio incompiuta aveva potuto solo testimoniare in forma aurorale. Di qui, dunque, la lucida intelligenza e la vibrante passione che permea il Discorso sulla Costituzione. E se ascoltare la viva voce di Calamandrei su disco in vinile aveva dato alla giovinezza di chi scrive l’entusiasmo inatteso di una presenza incarnata che sapeva toccare le corde più intime dell’ascoltatore messo dinanzi alla semplicità fenomenologica di una voce che dice, e che dicendo turba, rileggerne ora le pagine scritte può forse restituire al mondo della scuola la consapevolezza di un necessario percorso di «resistenza culturale». Una resistenza culturale liberata, finalmente, dagli orpelli della retorica e dagli strumenti dell’indottrinamento ideologico. Purché – ecco il punto – ciò che sta scritto nelle pagine di Calamandrei possa rintracciare, alle proprie spalle, una doppia condizione di lettura che al mondo della scuola offra una vera traccia didattica di ripensamento civile e culturale. Per un verso quella, sicuramente inedita, di scoprire come la lotta di Liberazione sia stata, direttamente ed indirettamente, all’interno di sé e per il mondo circostante, anche un luogo di elaborazione pedagogica – si pensi alla figura del «commissario politico» – e di pratiche formative che tentavano, magari tramite forme che ci possono anche apparire ingenue, di prefigurare una scuola democratica sostanzialmente sostenuta dal rigore di una «pedagogia dello sforzo» che allo studio affidasse il compito di promuovere, insieme, la libertà della scienza e gli strumenti di un dinamismo sociale che rispondesse ai principi, così cari proprio a Calamandrei, di una democrazia sostanziale. Per l’altro verso di potervi rintracciare quelle esemplarità antiretoriche che, liberandoci dal mito della Resistenza, di essa ce ne hanno restituito, insieme, il senso di una necessaria tragedia esistenziale che soltanto una forma di lucido coraggio intellettuale e di altrettanto lucida fermezza morale potevano collocare nel situazionismo etico di chi sa di non-potere-che-fare-così. Alla maniera di quel mite e gracile filosofo che è stato Pietro Chiodi – il «bandito Valerio» – alle cui pagine autobiografiche moltissimo deve ogni sincero uomo di cultura. Se non altro perché il suo Banditi rappresentò una vera svolta letteraria della memorialistica resistenziale, esattamente nel segno di una autenticità che lui – traduttore italiano di Heidegger – non poteva non contrapporre ai recitativi liturgici di chi della Resistenza ne andava facendo, in fin dei conti, un esclusivo mito di consumo ideologico.

E’ allora in questa sequenza – la ripubblicazione del Discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei; Scuola ed etica della Resistenza di Silvano Calvetto; Il bandito Valerio: educatori del tempo di Elena Madrussan – che la nostra nota tenta di ridare al mondo della scuola la possibilità di rileggere in chiave non retorica quel che appare, semmai, come conditio sine qua non di una quale che sia progettualità educativa. E di farlo alla luce di almeno due ineludibili e precise intenzioni culturali.  In primo luogo quella di rivendicare la memoria storica come orizzonte di senso dell’agire educativo, soprattutto in un momento così drammaticamente pervaso d’incertezza etica e di smarrimento culturale, nella consapevolezza che proprio alla scuola tocca il compito di custodire criticamente il presupposto stesso della nostra democrazia. In secondo luogo quella di offrire la traduzione di quella memoria storica in esplicito modello formativo, secondo le linee, non didascaliche ma aperte e didatticamente intrecciate, di possibili percorsi di lettura che sempre pongano al centro della scena la libertà dinamica che attiene alla vita degli uomini in carne ed ossa. Quella libertà
che è fatta, insieme, di generose passioni e di grandi delusioni, di gioie irrefrenabili e di inaudite sofferenze, di grandi progetti e di molti fallimenti, ma sempre e comunque di autenticità esistenziale e di impegno storico concreto. Ove, alla fine, non vi sia spazio né per la compiaciuta vocazione retorica dell’anima bella né, tantomeno, per la scaltra furbizia di chi, con l’ignobile compiacenza del mezzosorriso complice e provocatorio, tutto vorrebbe annegare nell’eguagliamento del pensiero unico. Cosicché riproporre la sequenza Scuola-Costituzione-Resistenza all’attenzione degli educatori significa forse restituire alla scuola stessa l’estrema dignità culturale che la modernità le aveva affidato. Non già quella, francamente deludente, di produrre «frammenti di uomini» resi utili alle logiche del mercato, quanto l’altra, ben più gravida di responsabilità civile, di restituirci uomini «a tutto tondo», per i quali la consapevolezza «pedagogica» di ciò che li fa liberi diventa condizione essenziale di ulteriore libertà e di ulteriore impegno.

Quanto basta, allora, per giustificare una attenzione, non necessariamente polemica ma sicuramente intransigente, a quel che sta accadendo nella scuola e nella cultura italiane. Qualcosa che, sicuramente incitando a dismettere l’abito liturgico che ne ha accompagnato troppo a lungo le celebrazioni rituali, altrettanto sicuramente esige, a proposito di Costituzione e di Resistenza, precisazioni puntuali e testimonianze serene. Tanto che, alla fine del nostro percorso di ripensamento, si potrà forse ritrovare la lucidità necessaria per tornare a fare del 25 Aprile non già l’anniversario di una vicenda truculenta ed omicida – come qua e là si cerca di accreditare – ma quella festa di libertà che uomini  e donne hanno saputo consegnare, appunto, non ad una «carta morta» ma, come diceva Calamandrei, al «testamento di centomila morti».

D’altra parte, e sempre che mi sia consentito un briciolo d’amabile autoironia: che me ne farei nella mia mansarda torinese di un certificato per uomini liberi se al mio affascinante e mite educatore Vincenzo – detto Minuccio – dovessi affibbiare, in sostituzione, un sorridente diploma, posticcio e taroccato, di management industriale?

Non se ne parla nemmeno! Altro che piccolo-borghese tentato dalle seduzioni «socialdemocratiche»: credo che il Minuccio, che non ha mai fatto del male a una mosca, verrebbe di notte a toglierlo anche a suo figlio l’occhio sinistro. E ne avrebbe ben donde!

*Professore ordinario di Storia dell’Educazione Europea

Università di Torino

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