Servizi in rete

Un metodo efficace per la realizzazione di progetti sovracomunali di qualità

La situazione normativa Il decennio appena conclusosi è stato fortemente segnato, per quanto riguarda la pubblica amministrazione e in particolare gli Enti locali, dall’impegno volto a “riscrivere” le regole in grado di avviare un reale ammodernamento complessivo del sistema organizzativo. Soprattutto si è rivolto uno sforzo notevole nella direzione chiara di rendere effettivo il passaggio nell’agire pubblico da un’efficienza formale ad una sostanziale, superando la vecchia cultura burocratica e autoreferenziale per approdare ad una concezione aziendalistica della struttura organizzativa improntata ad una gestione per progetti, obiettivi e risultati.

Occorre osservare che il “tessuto connettivo” delle autonomie locali nel nostro Paese è rappresentato da un numero molto elevato di Comuni di piccole dimensioni. Lo stesso disegno di decentramento amministrativo (avviato in maniera massiccia con le Leggi Bassanini) e di riconoscimento di sempre maggiore autonomia e responsabilità ai poteri locali, del tutto condivisibile nei presupposti generali, presuppone sul piano attuativo una solidità organizzativa e una professionalità altamente qualificata degli Enti locali.

D’altro canto è d’uopo considerare che l’attuale sistema dei servizi alla persona a livello territoriale, pur esprimendo un numero di risposte non indifferente, sembra evidenziare una certa incapacità a raggiungere il bisogno in modo decisivo ed efficace. Ciò è dovuto essenzialmente ad una frammentarietà ed eterogeneità dei servizi resi, a fronte dei quali è quasi sempre constatabile la presenza di problematiche simultanee ed interconnesse, che richiedono sempre più interventi integrati e coordinati fra loro.

Dinnanzi ad una realtà siffatta, caratterizzata e connotata in maniera sempre maggiore dalla multiproblematicità, sembra utile allora ipotizzare che per favorire lo sviluppo di nuove modalità di approccio alla situazione esistente è necessario dare spazio ad un cambiamento radicale che concerne l’atteggiamento e il comportamento di coloro che sono chiamati a far parte della classe dirigenziale e manageriale di un’organizzazione pubblica. Evidentemente appare opportuno sottolineare che il fattore culturale risulta determinante in quanto è potenzialmente in grado, in qualsiasi momento, di rendere inutilizzabili anche le tecniche più avanzate o di impedire di manovrare entro gli spazi che la nuova normativa pubblicistica potrebbe consentire.

Occorre in sostanza uscire da una logica di struttura, fondata sul concetto statico di istituzione, per entrare in una logica di organizzazione, basata su un concetto dinamico del gruppo di lavoro, in cui vengano promosse la flessibilità e la capacità di adattamento delle risorse umane, consentendo loro di governare i processi di cambiamento e riprogettare le strategie d’intervento.

Ciò comporta sicuramente la necessità di attrezzarsi con azioni diversificate e differenziate, ma occorre altresì agire sul sistema di governo delle risorse, garantendo soprattutto un’opera di integrazione tra servizi, progetti, professionalità e competenze.

Appare indispensabile, in una logica eminentemente strategica, garantire e favorire il più possibile l’incrocio e lo scambio di esperienze e conoscenze tra i vari attori sociali chiamati in gioco. Proprio lavorando in rete e per progetti, in cui si trovino coinvolti una pluralità di soggetti, viene favorita la creazione di una trama di rapporti e relazioni nel tessuto sociale di una comunità volti a consolidare processi di lavoro capaci di autoalimentarsi nel tempo.

Dal punto di vista normativo e strutturale, d’altra parte, il futuro vede una trasformazione epocale del ruolo del Comune che sempre più dovrà operare all’interno di sistemi di servizi pubblici integrati su basi territoriali più ampie, con responsabilità dirette verso le comunità amministrate.

Nell’ambito dei servizi alla persona si assiste da ormai un decennio ad un preciso indirizzo normativo volto a promuovere ed elaborare una logica di rete. Esempi di questo orientamento sono la L. 162/90 ed il connesso DPR 309/90 (nuova disciplina della prevenzione, cura e recupero delle tossicodipendenze) insieme alle successive leggi applicative con periodicità triennale per la ripartizione del Fondo nazionale per la Lotta alla droga; la L. 261/91, relativa alla prevenzione e recupero della devianza minorile; la normativa sulle cooperative sociali (n. 381/91); le leggi quadro sul volontariato (n. 266/91) e sull’handicap (n. 104/92); il recente “Piano Turco” per la promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (L. 285/97).

Si tratta di normative
imperniate sulla logica del lavoro per progetti che investono il mondo delle istituzioni, organizzazioni pubbliche ed il Terzo Settore, nella prospettiva di realizzare una maggiore integrazione secondo una concezione di tipo welfare mix.

Anche il D.Lgs. 112/98, in materia di servizi sociali, introducendo una radicale riorganizzazione dei compiti e delle funzioni amministrative, intende innovare maggiormente al fine di rendere prossimo il momento di erogazione di servizi con quello di accertamento e di rilevazione del bisogno: così facendo è chiaro l’obiettivo di decentrare al massimo le funzioni per favorire il coinvolgimento da parte degli enti locali di tutti gli attori sociali nella gestione delle social policies.

La rete e i fattori che favoriscono la sua formazione

Le seguenti riflessioni cercano di sondare alcuni dei pre-requisiti per sviluppare una cultura di rete sul territorio.

A ben vedere la metafora della rete racchiude un’ambiguità di significati e concetti: da una parte si vuole alludere a quella immagine positiva nel senso della funzione eminentemente protettiva, mentre dall’altra a un’immagine sostanzialmente negativa in quanto trappola che trattiene in sé e che frena.

Nel primo significato la rete indica un intreccio le cui connessioni configurano rapporti, interdipendenze, vincoli di reciprocità fra individui e gruppi sociali: questi rapporti realizzano e accrescono legami e risorse comunitarie di solidarietà, di care; generano una trama di relazioni e nessi protettivi; attivano nuove forme di sostegno; promuovono partecipazione, condivisione; rendono possibili percorsi innovativi poiché consentono nuove esperienze, nuovi scambi, permettono l’accrescimento delle conoscenze e del sapere, delle informazioni e delle comunicazioni. Lo sviluppo dell’informatica e dei sistemi multimediali – di cui Internet, emblematicamente definita “rete delle reti”, rappresenta la configurazione più recente e sofisticata – ha ulteriormente intensificato e velocizzato le potenzialità di realizzare connessioni.

La rete si presenta, quindi, come una trama di relazioni capaci di garantire sicurezze, un circuito di tutela e di scambi solidali, di benessere e di sviluppo (comunitario, culturale, socio-economico, etc….).

Un’ulteriore accezione è quella di rete come struttura flessibile, un sistema dinamico, capace di adattamento e di interazione costante con il proprio ambiente; un organismo in grado di generare processi innovativi, in contrapposizione ai modelli organizzativi statici, burocratici. In questo senso il termine si è andato affermando e diffondendo per individuare un nuovo paradigma di realtà e di filosofia produttiva : l’impresa- rete1.

Ma la rete, in un significato di senso negativo, può anche rappresentare, come si è poc’anzi accennato, una trappola, uno strumento che imbriglia, che contiene, che cattura. La rete può generare una condizione di precarietà, marginalità. I limiti determinati dal contesto socio-economico, dall’ambiente di vita del soggetto, dall’origine sociale, ovvero dal grado culturale e dal livello economico del contesto ambientale-familiare, ma anche da dinamiche psicologiche e relazionali particolari, possono costruire vincoli e ostacoli ai potenziali cambiamenti di vita della persona e della comunità.

La rete, quindi, in questa seconda immagine, si presenta come un intreccio di legami e di vincoli che condizionano e indeboliscono le capacità e le potenzialità di emancipazione, di sviluppo, di libertà del soggetto e della comunità.

Benchè nell’ambito del lavoro sociale l’uso della metafora della rete attenga naturalmente alla prima immagine evocata, ispirandosi molto spesso, nella realtà dei servizi, al successo del paradigma costituito dal modello dell’impresa-rete, non possiamo sottovalutare l’esistenza del timore che la rete possa costituire, per la prassi operativa dei singoli professionisti e per la vita dei diversi organismi (enti pubblici e agenzie del settore no profit) un insieme di vincoli e di ostacoli. Questa percezione negativa, cioè, non è forse estranea alle stesse istituzioni e agli stessi operatori che, spesso, avvertono e vivono la rete come un rischio. Occorre, dunque, sottolineare anche questa dimensione dell’incertezza della rete – un setting molto particolare e poco rassicurante – quando si fa riferimento ad essa come modello ideale tipico per il lavoro sociale.

E’ stato evidenziato che: “il lavoro di rete non è, in senso preciso, una tecnica di lavoro sociale. E’ qualcosa di molto più ampio (….) è soprattutto una forma mentis. Se fosse una tecnica vorrebbe dire che gli operatori potrebbero acquisirla facilmente, attraverso training o addestramenti mirati. Essendo una mentalità, è più difficile farla propria. Anche perché entra qui in gioco un aspetto personale. L’operatore professionale deve ridimensionarsi e mettersi in qualche modo in discussione”2.

Si tratta di un ruolo di generatore di rapporti, di legami e quindi di rete, ma un processo di rete inizia e può solo iniziare nella testa del singolo operatore.

Recuperando quindi l’immagine positiva di rete, l’operatore dovrà prioritariamente sviluppare un orientamento all’apprendimento interdisciplinare, all’apertura comunicativa, cognitiva e, quindi, all’elaborazione di nuovi saperi.

In questa ottica appare, dunque, sempre più indispensabile per i soggetti attori ed erogatori di servizi alla persona destinare un insieme più consistente di investimenti per elaborare e realizzare programmi di formazione sistematici, con l’obiettivo di favorire l’emergere di figure professionali che interpretino la cultura dell’agire e non del fare: persone che siano particolarmente predisposte ad infrangere le logiche autoreferenziali delle attuali istituzioni pubbliche.

La gestione associata dei servizi alla persona

In linea generale, il ricorso alla gestione in forma associata dei servizi alla persona, su base territoriale corrispondente a due o più comuni, dovrebbe essere valutato in relazione ai possibili vantaggi derivanti da una gestione sinergica sui seguenti aspetti:

• creazione di un sistema di scambi e di relazioni di più ampie dimensioni, diretto a favorire l’introduzione di nuove e diverse modalità di cooperazione;

• condivisione di una cultura gestionale (know-how) avanzata, che tenga conto delle più moderne tecniche di direzione e di coordinamento, avvalendosi di esperienze e di esempi già collaudati e consolidati nel tempo;

• condivisione delle risorse tecnologiche, umane, materiali ed economiche, riducendo i costi nel breve periodo e assicurando maggiore sostenibilità delle capacità gestionali oltrechè dell’equilibrio economico finanziario nel medio – lungo periodo;

• condivisione di metodologie di lavoro, strumenti e criteri gestionali capaci di favorire la costituzione di unità di lavoro sempre più specializzate e qualificate in grado di dare vita a modalità innovative di approccio ai problemi in continua evoluzione: ciò, sia per quanto concerne la possibilità di monitorare in tempo reale i bisogni con i mezzi tecnologici e di ricerca necessari, sia per quanto riguarda la capacità di dare risposte adeguate e tempestive;

• capacità di erogare prestazioni aggiuntive e miglioramento della qualità delle prestazioni tradizionalmente garantite;

• condivisione di progetti e programmi formativi della “risorsa uomo” finalizzati a fare emergere figure manageriali spiccatamente disponibili e predisposte all’assunzione di precise responsabilità in ordine all’implementazione di obiettivi pre-determinati, nell’ottica di agire per lo sviluppo dell’organizzazione cui appartengono.

Tutto questo si traduce nella costruzione di un sistema organizzativo efficace eminentemente orientato al cliente, in cui la valorizzazione delle possibilità comunicative attivano, costruiscono e strutturano strategie di azioni complesse e complementari dirette al soggetto ultimo destinatario.

Sembra utile evidenziare che in organizzazioni improntate a sperimentare il modello a rete è sempre più necessario dotarsi di figure professionali  con spiccate capacità di coordinamento e quindi di governo delle risorse. Appare cioè indispensabile promuovere la formazione di persone in grado di ricercare e mettere in collegamento le sinergie, operando sulla differenziazione, integrazione e sul decentramento dei momenti di coordinamento operativo, in un’ottica il più orizzontale e lineare possibile: il coordinatore è colui che facilita l’incontro e la sintesi di competenze e capacità diverse, senza annullare le differenze originarie pur sempre esistenti fra culture professionali, favorendo la metodologia induttiva, che mobilita
e attiva le risorse, soprattutto umane, prima di scrivere progetti.  Il progetto andrà, di conseguenza, a costituire l’esito atteso del dispiegarsi delle potenzialità e delle risorse organizzative.

I vantaggi qualitativamente constatabili ed osservabili derivanti da una gestione associata di servizi alla persona possono assumere le seguenti forme:

• di ordine strategico: coerenza tra risultati raggiunti e bisogni della popolazione locale nel rispetto delle linee progettuali tracciate con il concorso di più partners che interpretano esigenze ed istanze di diversa natura;

• di ordine economico: riduzione sostanziale dei costi sostenuti per la gestione dei servizi in proprio e razionalizzazione dell’impiego di risorse umane, tecnologiche e finanziarie in direzione di un miglioramento qualitativo delle singole prestazioni e di un potenziamento dei servizi esistenti;

• di ordine sociale: mantenimento della capacità di rappresentare e tutelare gli interessi specifici delle diverse comunità amministrate;

• di ordine organizzativo: creazione di opportunità professionali e di ambiti di lavoro più qualificati per gli operatori e per i dipendenti.

In tale prospettiva verrebbe favorito il reale avvicinamento, tanto auspicato dall’indirizzo normativo dei recenti testi legislativi approvati in tema di decentramento amministrativo, del centro decisionale degli interventi al luogo dell’effettivo sorgere delle emergenze e delle situazioni di bisogno.

L’ente locale acquisirebbe, pertanto, un ruolo di preminenza con l’obiettivo di far interagire efficacemente la conoscenza delle difficoltà e l’intervento.

*Funzionario Servizi Sociali

 Cesano Maderno

 

Note bibliografiche:

1 F. Butera, Il castello e la rete, F. Angeli, Milano 1991.

2 F. Folgheraiter, Interventi di rete e comunità locali, Erickson, Trento 1994, cit. pp. 39-40)