Sillabario Pedagogiko

Sillabario pedagogiko

di Francesco Cappa

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo. Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Sillabario pedagogiko

di Francesco Cappa

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo. Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Apprendistato

Nel momento di massima diffusione dei tutorial in rete, qual è il significato che può assumere la parola “apprendistato”?

Quale senso può assumere l’esperienza dell’apprendistato nell’epoca in cui il reality mostra la sua virata verso format centrati sul training, per diventare chef, stilista, manager o popstar?

L’apprendere ha sempre un costo, materiale o immaginario, economico o meno che sia. Ogni apprendimento chiama in causa il valore di quello che si fa, dell’esperienza che si attraversa, della cosa che si prende dall’altro o si lascia all’altro.

Nel momento in cui l’esperienza oltre che impoverirsi, perché sempre più frammentata, istantanea, velocemente destinata all’oblio, tende a divenire “gratuita” o apparentemente tale, il valore di quello che si apprende fatalmente diminuisce.

Questo non significa, ovviamente, sostenere che il livello di condivisione consentito dal carattere specifico dell’esperienza contemporanea, così legato alle (non sempre) buone pratiche dei new media, sia da contrapporre all’esclusività di una relazione meno “mediata”, che si supporrebbe più autentica e meno superficiale. Piuttosto dovrebbe far riflettere il fatto che la gratuità, sul piano economico, implica quasi sempre una svalutazione di ciò che si prende o si apprende.

Si tratta di un fenomeno simile all’effetto fotocopie. Fotocopiando un libro invece di acquistarlo – ma non solo, oggi lo stesso vale per la foto fatta ad un’opera d’arte in un museo, ad una mostra, fino alla ripresa clandestina di un film fatta al cinema e poi messa in rete – si hanno due effetti immediati. Da una parte si detronizza il valore di quel che ha preso la forma di un libro, si impoverisce istantaneamente il valore dei contenuti e dell’autore; dall’altra si dà a se stessi l’impressione di aver già “letto” il libro poiché lo si è archiviato fra le proprie cose e spesso messo in un luogo dove la polvere sarà la più assidua lettrice.

L’espressione “apprendistato” potrebbe richiamare esperienze ormai desuete nell’epoca dell’accesso e dell’eccesso di connessione. Allo stesso tempo questa espressione rimanda ad un tipo di esperienza che, proprio oggi, tutti vorrebbero e pochissimi riescono a fare. Esistono almeno due motivi che alimentano questo desiderio: l’apprendistato è legato storicamente in modo stretto all’inizio di una relazione lavorativa destinata a durare nel tempo, ma la congiuntura economica e politica che stiamo vivendo dichiara che il lavoro non deve essere più pensato in termini di continuità stretta, nello spazio e nel tempo. In secondo luogo sembrano non esserci più le condizioni di fiducia tra le giovani e le vecchie generazioni: l’apprendista è tale se c’è una relazione che si affida alla cura di un maestro, termine da intendere in senso lato o nel senso del “mastro” artigiano. Nell’apprendistato la relazione tra maestro e apprendista non è ambigua, si basa sul riconoscimento di una competenza tecnica che, spesso, diventa anche una sensibilità etica.

La posizione che l’apprendista assume, di norma, è di attenzione, di attesa, di iniziale passività che gradualmente si trasforma in un’attività, nell’acquisizione di una “maestria” appunto, che non è solo tecnica. L’iniziale e necessaria passività dell’allievo nell’apprendistato testimonia del riconoscimento del sapere e del fare dell’altro, di chi guida, insegna, forma. Tale passività iniziale è necessaria alla comprensione della pratica e non solo alla conoscenza riproduttiva di una procedura. Solo così l’attesa diventa pazienza, la capacità di resistere in un’attività frustrante, fino a mutarsi in una vera abilità, ossia la capacità di rimanere concentrati a lungo e di entrare in una relazione creativa con la resistenza opposta dalla materia alla quale si vuole dare forma. Sperimentando questa temporalità speciale, tipica dell’esperienza formativa di ogni apprendistato, i gesti del maestro si trasformano in un fare insieme all’apprendista, per permettere a quest’ultimo di agire in futuro da solo, anche diversamente.

La dimensione formativa dell’apprendistato riguarda inoltre quello che avviene al valore delle cose che passano attraverso l’apprendimento quando mira ad “acquisire uno stato”, come spiega l’etimologia della parola. Questo “stato” si può raggiungere attraverso un modo di fare che si pone l’obiettivo di acquisire un sapere, di padroneggiare una tecnica, ma soprattutto di mutare il modo di essere.

L’apprendistato implica sempre una promessa che circola nella relazione pedagogica che esso attiva. Facilmente però – specie se seguendo le perversioni attuali della retorica del selfmade man – si intende la promessa come il permesso di fare meno per ottenere di più. Un vero apprendista dovrebbe invece legarsi di più all’indicazione del “mastro”. L’indicazione non dice solo: “Potrai essere come me”, che spesso viene inteso da chi apprende come: “Prenderai il mio posto”. Un movimento questo che mira alla concessione più che a valorizzare un’eredità. L’indicazione, nei processi formativi, sposta il vettore del cambiamento di stato di chi apprende dalla direzione che indica – sempre troppo spesso – se stessi, verso un oltre, un altrove, un’altra cosa, anche differente da quella che si immaginava inizialmente di carpire e prendere al maestro.

Quella cosa che ognuno, grazie all’apprendistato – di qualunque natura esso sia – dovrebbe iniziare ad amare per sé e non solo perché la ama, la desidera un altro. Fosse anche il proprio maestro o mentore.

In passato il laboratorio dove si svolgeva l’apprendistato era per l’artigiano la sua casa, in senso letterale. Nel medioevo, gli artigiani dormivano, consumavano i pasti e allevavano i figli negli stessi locali in cui svolgevano il loro lavoro e accoglievano gli apprendisti. Oggi assistiamo ad un ribaltamento: la casa ha assunto su di sé le caratteristiche del luogo di lavoro, generando però effetti ansiogeni rispetto al lavoro e alla conciliazione, soprattutto per le madri, con la vita privata, quella del tempo proprio e “liberato”.

Per esempio la necessità, oggi sempre più frequente, di condividere gli spazi di lavoro tra professionisti diversi, la sua necessità socio-relazionale, nasce anche da questo ribaltamento e assume i caratteri di un apprendistato che riguarda l’identità personale ancor più che quella professionale.

Oggi l’apprendistato è la condizione più sperimentata dalla classe operaia precaria, ma assume inevitabilmente il tratto della solitudine. In uno stato di crisi la solitudine determina scelte dettate da un’utilità ristretta. È questa “utilità ristretta” che finisce per coincidere senza resti con la ricerca d’identità. Il significato che oggi l’apprendistato potrebbe o dovrebbe assumere forse riguarda l’occasione di sperimentare un apprendimento non tutto schiacciato su una visione “ristretta” di sé, a una dimensione, come ha scritto profeticamente Marcuse molti anni fa. La condivisione dell’esperienza e l’apprendimento generato dall’esperienza tra chi insegna e chi apprende, tra chi forma perché possiede la tecnica e chi cerca di formarsi e non solo di imparare un mestiere, tra chi conosce e sa tradurre per altri la “cultura materiale” che sostiene la sua pratica, fa diventare l’apprendistato la metafora di quello che il lavoro oggi dovrebbe essere. Slegandolo dalla frammentarietà e dall’urgenza dello stato di crisi in cui versa e mostrando nuovamente la potenzialità che ha di essere un’esperienza che ci attraversa e ci cambia. In tedesco per un’esperienza di questo tipo si usa il termine Erfahrung; termine che sottolinea la natura esplorativa di un viaggio, di un attraversamento guidato da una temporalità differente da quella del vissuto estemporaneo e occasionale.

In questo modo l’utilità, non più ristretta, di ogni apprendistato può diventare un’occasione mediata dall’esperienza. In questo modo si potrà ricominciare a fondare un luogo comune, materiale e non solo immaginato, in cui apprendere e operare insieme affinché, come nelle botteghe artigiane, il lavoro venga alimentato non solo da uno status professionale da raggiungere, ma dall’amore condiviso per un cosa ancora da ideare e realizzare. Che molto tempo prima, magari, era solo il sogno di una cosa e che ora può diventare un gesto, un’azione condivisa.