Sillabario Pedagogiko – Aula

Sillabario pedagogiko

di Francesco Cappa

di Francesco Cappa*

AULA

Negli ultimi vent’anni ho votato molte volte. Ho assistito, spesso attonito, all’insediamento di numerosi governi. Non mi era mai capitato finora di osservare un’attesa così spasmodica, anche dal punto di vista mediatico, per il primo giorno in aula dei nuovi parlamentari. L’espressione più usata dagli stessi protagonisti della nuova possibile legislatura è: si respira l’emozione del primo giorno di scuola.

Certo, le ultime, non sono state elezioni di routine; sono state molte le sorprese, più o meno annunciate, ma ciò che più mi ha colpito è stata l’attenzione completamente rinnovata che l’intero paese ha dedicato ad un luogo, l’aula del Parlamento Italiano, che prima d’ora tutti consideravano o troppo lontana o il luogo dove il potere non esercitava attrazione per il popolo, il supposto soggetto regnante della democrazia.

Da questa prospettiva, propiziata dalla piccola rivoluzione dei giochi di partito portata da un movimento politico radicalmente alieno ai luoghi del potere consolidato, l’aula, non solo parlamentare, ha iniziato a esercitare su di me un fascino allo stesso tempo nuovo e antico.

Un’associazione, non tanto libera, si è presentata quasi immediatamente vedendo le agitazioni, ascoltando le ipotesi e le interpretazioni generate dall’incertezza del quadro politico e sociale: qual è il luogo paradigmatico dell’incontro e dello scontro tra le diverse condizioni sociali, tra le diverse generazioni, tra i differenti caratteri personali, tra le diverse provenienze culturali e posizioni ideologiche se non l’aula scolastica?

La dialettica, la forma che conosciamo meglio in Occidente per comprendere la doppia natura dell’incontro e dello scontro, non andrebbe mai pensata solo in astratto. Così come la dialettica dell’esperienza pedagogica, intrisa di incontri e scontri, andrebbe sempre pensata, anche e soprattutto, a partire dalla materialità del luogo in cui si svolge; a partire dalla sua determinazione storica, dalla spazialità e dalla temporalità che la ospita e la rende possibile o che a volte la contiene, segnalandone i limiti da non valicare.

Il termine ‘aula’, nella tradizione antica, indicava sia l’atrio della casa romana sia la corte del signore. Il termine aula quindi indicava uno spazio d’ingresso, un inizio nella relazione con qualcuno, una soglia verso un’esperienza d’incontro che la casa poteva offrire. Il ‘foro’ invece, in origine, descriveva lo spazio intorno alla casa e alla tomba, solo in seguito divenne il termine che indicava il luogo proprio delle cerimonie pubbliche.

Anche per questo l’aula, non solo scolastica, mostra immediatamente una natura pedagogica: l’ingresso di ogni casa insegna qualcosa, come l’incipit di un buon romanzo. Ogni ingresso presenta qualcosa di importante, di norma, sia per chi accoglie che per chi viene accolto. La possibilità di mostrarsi o di alludere a qualcosa che riguarda il padrone di quello spazio che stiamo per varcare, invitati o meno. Qualcosa che all’interno della casa, nello spazio pienamente offerto della relazione con il soggetto che la abita, potremmo trovare. L’aula non apre completamente la casa, conserva la maggior parte della casa nascosta e protegge le sue parti più preziose, più intime. D’altra parte ogni aula consente, o dovrebbe consentire, di stare in un luogo in cui l’incontro può determinare un cambiamento.

In questo senso l’aula scolastica diventa davvero un luogo paradigmatico per comprendere i caratteri di una società, e forse anche del tempo che stiamo vivendo. L’aula scolastica è il luogo in cui diverse operatività s’incontrano. Certo è lo spazio di incontro di soggetti diversi, con funzioni, compiti, obiettivi differenti, ma soprattutto è il luogo in cui si può dare un’esperienza e come tale va considerata come un campo in cui una complessità di forze e di azioni vengono a convergere. È necessario sottolineare la densità “operativa” dell’aula, altrimenti si rischia di vedere solo elementi inerti, giustapposti, affiancati nello stesso spazio, e non sto pensando solo agli studenti e agli insegnanti.

John Dewey, che ha molto riflettuto sul rapporto tra democrazia e educazione, ricordava spesso che la questione cruciale, per comprendere pienamente quanto la scuola sia uno specchio dell’esperienza democratica di una comunità, sta proprio nel pensare che l’accordo delle idee con i fatti è sempre di natura contingente, ossia determinata da specifiche circostanze materiali, storiche. D’altra parte, aggiungeva, le idee vanno sempre pensate come “ipotesi operative”, ipotesi la cui verità è sempre da sperimentare attraverso l’azione. È questa la profonda crepa aperta da Dewey sulla superficie smaltata dell’idea romantica della scuola e dell’educazione: la ragione è uno strumento per l’azione, non una facoltà contemplativa. Questa posizione ci costringe a pensare l’educazione come un esercizio attivo di funzioni cognitive complesse, come esperienza vissuta densa di valenze affettive, come rapporto costitutivo con l’ambiente naturale e la vita sociale. Riccardo Massa ha sottolineato molti anni fa, in un testo intitolato Cambiare la scuola, che “questo voleva dire superare la separazione tra formazione umanistica e istruzione tecnica, tra educazione e formazione professionale. Pensare la scuola in termini radicalmente democratici. Dopo Dewey il fastidio per la pedagogia è il fastidio stesso per l’idea di democrazia”.

Da un’altra angolazione questa radicalità democratica è la stessa che ritroviamo in Lettera a una professoressa di Don Milani, dove l’aula e la didattica diventano il luogo di un intreccio simbolico e immediatamente politico.

L’aula può essere il luogo privilegiato per recuperare un rapporto “sufficientemente buono” con la democrazia praticata e non con quella solo enunciata?

Questo può avvenire se l’aula – in questo caso anche quella parlamentare – non diviene solo il luogo di un passaggio del sapere e del potere calato dall’alto. In fondo il governo Monti ha in parte fallito perché nell’aula parlamentare “faceva lezione” di correttezza, di tecnica della gestione della cosa pubblica, ma implicitamente pretendeva di “insegnare” le regole della democrazia, con conseguenze che non sembrano aver stimolato nei cittadini un sentimento di equità a fronte della ‘lezione ricevuta’. In parte la posizione dei nuovissimi parlamentari ‘a cinque stelle’ che cerca di incarnare una supposta “purezza” della democrazia e dell’esercizio del potere solo come servizio può facilmente ricadere in una supponenza di matrice opposta ma sostanzialmente identica a quella dei professori – dove, detto per inciso, al posto della tecnica dei professori si sostituisce, troppo velocemente, la ‘tecnologia’ della democrazia dei nuovi media.

Ma la politica non è il luogo della purezza, poiché è prima di tutto una pratica, esattamente come l’educazione e la formazione. L’aula – anche quella parlamentare e non solo quella scolastica – deve configurarsi come un setting pedagogico. Uno spazio dove le regole e le procedure che riguardano la materialità di un luogo specifico vengono interpretate su una scena in cui tutto gli attori (docenti, studenti, parlamentari) siano consapevoli del gioco relazionale al quale non possono sottrarsi. Questo riguarda anche le pratiche di insegnamento e di apprendimento che l’aula può generare e tali pratiche, mentre negoziano e gestiscono conflitti, devono consentire una “tenuta” e un’interpretazione degli assetti interni di chi partecipa al gioco. E questi assetti interni riguardano il significato che i soggetti sulla scena danno a ciò che accade o che potrebbe accadere.

Se l’aula, come campo di esperienza educativa, tiene fede al valore che i vincoli del setting rappresentano, tutti gli attori saranno portati a sentire la responsabilità di progettare, gestire, verificare e valutare i processi decisionali messi in atto come l’espressione collettiva di una necessità. Anche della necessità di un cambiamento, individuale e collettivo.

L’aula può diventare il luogo di una trasformazione, una matrice di cambiamento comunitario, se riesce a toccare le prospettive di significato, il senso che si dà al legame profondo fra quello che si pensa e quello che si fa.

Secondo Wittgenstein le nostre convinzioni profonde non sono la causa effettiva delle nostre azioni. Sono piuttosto le condizioni in cui ci troviamo e le modalità di risposta che abbiamo appreso rispetto a queste condizioni che ci inducono ad agire in un certo modo. L’aula, qualunque essa sia, descrive queste condizioni e ci ricorda che le regole del gioco sono il frutto di una storia che è fatta di incontri e scontri che non nascono solo con noi.

Per capire come e perché le persone imparano e possono cambiare, dobbiamo esaminare con attenzione le prospettive di significato che hanno in comune – nei termini di Wittgenstein, dobbiamo comprendere i giochi linguistici che mettono in atto, le regole che stanno seguendo mentre giocano.

Ognuno porta con sé, nel momento del suo ingresso nell’esperienza educativa, le sue prospettive di significato. C’è reale cambiamento – soprattutto nell’educazione degli adulti – se queste prospettive vengono toccate da azioni che le problematizzano fino a mutarle in qualcosa di nuovo, da sperimentare seguendo altre regole, condivise con altri. Ogni aula in fondo nasce per valorizzare le differenze di prospettiva. Questa trasformazione possibile, che richiama il significato più autentico della vita politica, del singolo e dei gruppi, indica forse il cuore di ogni processo formativo. È una soglia, un’aula che in fondo si varca già la mattina del primo giorno di scuola.

Una volta dentro però siamo invitati immediatamente a prendere una posizione. Dopo poco tempo iniziamo a sentire che credenze, relazioni, azioni e verità divengono le facce di uno stesso problema che ci tocca intimamente e ha conseguenze sulla nostra vita.

Con il passare del tempo, sulle pareti dell’aula, si fanno sempre più nitide tre scritte. Conosci te stesso. No Man is an Island. Non cambia il mondo se non cambia il mio. A ognuno le scritte appariranno in una sequenza unica, propria e ogni soggetto presente in aula è invitato a interpretarle dalla sua posizione.