Sillabario Pedagogiko – Bene

Bene – Prima Parte

Bene – Prima Parte

Ogni volta che c’è una crisi economica, tra le varie soluzioni proposte, tutti concordano sempre su una soluzione necessaria: non si esce da una crisi e non c’è futuro se non s’investe sulla formazione.

Quasi sempre si sottintende che la formazione è la formazione dei giovani.

Questo avviene nonostante quasi 20 anni di teorie e pratiche di life-long learning ci abbiano insegnato che le società avanzate hanno sempre più bisogno di stimolare e investire sulla formazione degli adulti e non solo dei giovani.

Si può intendere la formazione come bene e come bene comune in tutti i momenti della vita? Considerare la formazione, e non solo il sapere, come bene comune permette forse di interrogare l’intreccio dell’economia con la formazione, con l’educazione da una prospettiva differente da quella sbandierata e troppo spesso solo enunciata da chi dovrebbe avere idee nuove per portarci fuori dalla crisi.

Forse oggi non si tratta più solo di finanziare la costruzione di luoghi deputati alla produzione di sapere, ma di scoprire nuovi luoghi dove già si produce sapere e dove non viene ancora valorizzato come il frutto di un lavoro comune o come l’effetto delle azioni formative di una comunità? Proviamo a fare qualche riflessione in merito.

Come ha scritto André Gorz, ormai dieci anni fa, formalizzare i saperi può impoverire una cultura. Una cultura può invece rimanere viva e arricchirsi se i saperi comuni si integrano con le nuove conoscenze. La conoscenza è diventata una delle principali forme produttive. Il valore di scambio delle merci, materiali e immateriali, non è più determinato dalla quantità di lavoro sociale generale che contengono ma, principalmente, dal loro contenuto di conoscenze, di informazioni, di general intellect e dunque dai livelli formativi degli attori che partecipano a questa produzione di beni.

La conoscenza designa una grande varietà di capacità, tra le quali il giudizio, l’intuizione, la facoltà di apprendimento e di adattamento a situazioni impreviste, il livello di formazione e di informazione.

Trovare delle misure per questi “prodotti” e per un’economia che è diventata sempre più immateriale è spesso difficile e la crisi della misura del lavoro comporta inevitabilmente una crisi della misura del valore. Il valore, nel senso economico, di norma, si riferisce per definizione al valore di scambio di una merce con altre merci. Ciò che non è destinato allo scambio non ha valore in senso economico: è questo il caso delle ricchezze naturali ed è questo il caso, in teoria, dei beni comuni a tutti, che non possono essere divisi né scambiati con nient’altro, come, ad esempio, il patrimonio culturale. D’altra parte, i beni comuni possono essere resi non accessibili e, come sappiamo fin dagli studi di Rifkin di quasi vent’anni fa, la questione dell’accesso, non solo all’informazione, ha fatto la differenza nell’economia vecchia e nuova.

Il sapere nasce prima di tutto da una capacità pratica, da un saper fare. Il sapere è appreso quando la persona l’ha fatto proprio al punto da dimenticare che ha dovuto apprenderlo. Una cultura è tanto più ricca quanto più i saperi comuni di cui è intessuta le permettono di integrare e trasformare in saperi le nuove conoscenze: il nesso tra apprendimento e trasformazione si fonda su pratiche formative che non rispondono alla linearità classica della formazione aziendale, la quale mira a ottenere guadagni tangibili e immediatamente misurabili.

Più una società codifica, rende ‘mercantili’ e trasforma in conoscenze formalizzate tutti i saperi comuni, più la sua cultura si impoverisce. Durante la seconda metà del XX secolo un numero crescente di saperi comuni sono stati mutati in conoscenze professionalizzate, per diventare servizi a pagamento. Per quanto si spingano oltre queste formalizzazioni rimane sempre un “resto”, che conserva anche nella procedura più formalizzata il marchio della persona che lo esercita.

Sono gli atti che si compiono e il modo in cui li si è appresi o li si apprende che fanno la differenza, poiché nella produzione di tali atti c’è sempre una parte di produzione e di dono di sé.

Ciò è particolarmente evidente nelle professioni educative e nei servizi ‘relazionali’ (istruzione, cura, assistenza, formazione).

I saperi comuni attivati dal lavoro immateriale che vive in questi atti esistono solo nella e per la pratica vivente: è questo un punto fondamentale per impostare un discorso che voglia tener presente la prospettiva del bene e dei beni comuni come una dimensione immanente ai processi formativi.

I saperi comuni attivati dal lavoro immateriale non sono stati acquisiti o prodotti in vista della loro messa al lavoro o della loro messa in valore. Non possono essere staccati dagli individui che li praticano, né valutati in termini di equivalente monetario, né comprati né venduti. Essi risultano dall’esperienza comune della vita in società. In questo senso la formazione come bene comune può essere accostata a quel “nuovo capitale fisso” del quale parla Christian Marazzi ne Il posto dei calzini: “Il nuovo capitale fisso è costituito dall’insieme dei rapporti sociali e di vita, dalle modalità di produzione e di acquisizione delle informazioni che, sedimentandosi nella forza-lavoro, vengono poi attivate lungo il processo di produzione”.

La natura profonda di questo nuovo capitale fisso, che sembra avere la stessa sostanza dei beni comuni, non può prescindere dal modo in cui s’intende la formazione, ossia quel campo di atti personali e impersonali che crea le condizioni per l’acquisizione e la trasformazione degli elementi decisivi per la costruzione di una società che sappia riconoscere le caratteristiche di una nuova socialità. Questo orizzonte appare come l’unico in cui la crisi del capitalismo classico e postmoderno può trovare, secondo i maggiori economisti mondiali, qualche opzione che intercetti di nuovo il “Bene” come oggetto del desiderio dei singoli e punto di praticabilità per un nuovo benessere collettivo.

Il nuovo capitale fisso e, di conseguenza, l’idea contemporanea di “Bene” sono essenzialmente sociali e possono divenire davvero “comune a tutti” se supportati da un modello di formazione degli individui e dei cittadini congruente.

Nel manifesto sui beni comuni di Ugo Mattei si sottolinea che la “cultura critica”, oltre a rappresentare l’investimento necessario per creare domanda di beni comuni e la percezione sociale dell’esistenza e della vulnerabilità di tali beni, è essa stessa un bene comune.

Un bene comune, è differente sia dalla proprietà privata quanto da quella pubblica, esso non può essere concepito come un semplice oggetto: non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica che separa nettamente oggetto e soggetto. Mattei sostiene quindi che un bene comune non può essere ridotto all’idea moderna di merce. “Il bene comune, infatti, esiste soltanto in una relazione qualitativa. Noi non ‘abbiamo’ un bene comune (un ecosistema, dell’acqua), ma in un certo senso ‘siamo’ (partecipi del) bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano o rurale). […] Per questo essi [i beni comuni] resistono a una concettualizzazione teorica scompagnata dalla prassi. I beni comuni divengono rilevanti in quanto tali soltanto se accompagnano la consapevolezza teorica della loro legittimità con una prassi di conflitto per il riconoscimento di certe relazioni qualitative che lo coinvolgono. In altri termini, i beni comuni sono resi tali non da presunte caratteristiche ontologiche, oggettive o meccaniche che li caratterizzerebbero, ma da contesti in cui essi divengono rilevanti in quanto tali”.

In questa prima definizione spiccano due elementi fondamentali: il fatto che il bene comune si fondi su una natura squisitamente qualitativa e che questa natura possa essere compresa, e assume legittimità, solo se agganciata ad una prassi che abbia conseguenze politiche.

Un riferimento fondamentale per la concezione di bene comune sostenuta da Mattei è la fenomenologia: è su di essa infatti che questo autore fonda la sua definizione relazionale del bene comune. Mattei riprende la critica che Husserl, il padre della fenomenologia filosofica, rivolge all’oggettività. I beni comuni, per Mattei, non possono essere “oggettificati”, per questo motivo alcune classificazioni che iniziano a emergere riguardo ai beni comuni, quali per esempio beni comuni naturali (ambiente, acqua, aria pulita) e beni comuni sociali (beni culturali, memoria storica, sapere), o ancora beni comuni materiali (piazze, giardini pubblici) o immateriali (spazio comune del web) devono essere oggetto di una riflessione critica approfondita e devono generare una nuova consapevolezza. Esse veicolano la vecchia logica meccanicistica nella quale è sempre presente un’istanza di mercificazione dell’esperienza umana.

La questione, anche per la formazione, sta proprio qui: bisogna cercare di evitare di mercificare le esperienze, affinché non siano più ingabbiate nella logica stretta dell’uso e del consumo, ma rispondano a un’idea di funzionalismo nel senso più alto del termine. Ossia, se il soggetto prende su di sé una parte della responsabilità che il bene comune pone al centro dell’esperienza sociale, ciò deve implicare una differente posizione del soggetto rispetto alle motivazioni delle sue azioni, dei suoi “atti”.