Sillabario Pedagogiko – Comunità

“All inclusive!”

Sembra questo, oggi, lo strillo più coerente con il tempo che viviamo.

Una volta, non molto tempo fa, potevamo sentire echeggiare altri strilli nelle strade e nei salotti: “Viva la Rivoluzione!”, “Abbasso la borghesia!”, “Money, money, money!”, “Stop the War!”, “Il corpo è mio!”, “Paradise, Now!”, “L’immaginazione al potere!”. Ogni tempo ha lo slogan che si merita. Ogni epoca sogna la successiva, diceva un grande storico della Rivoluzione francese.

A quale sogno dà voce l’imperativo “all inclusive”?

Proviamo a forzarne la traduzione in italiano e azzardiamo un’ipotesi che riguarda il sentire sociale diffuso: poniamo che si possa tradurre “all inclusive” non come “tutto incluso”, ma con “tutti inclusi”: come se prima della parola “all”, ci fosse sottinteso il pronome “we”, “noi”.

Il tempo che viviamo, insieme a tutto il resto che ci sommerge e frastorna, sembrerebbe suggerirci che lo stile dell’epoca contemporanea richieda che tutti siano inclusi, che ognuno sia o almeno creda di essere incluso.

Ma incluso in cosa?

Una delle possibili, e forse più ovvie, risposte è: incluso in una comunità.

Ci sono, in epoca social, comunità per tutti i gusti, dalle più classiche comunità professionali, alle più autoriferite denominate da “tutti quelli che…”, alle più varie, eventuali, istantanee, raccapriccianti e inutili.

Il concetto di comunità è uno dei più controversi delle scienze sociali. Nel linguaggio corrente – dicono le enciclopedie più blasonate – sta a significare, molto approssimativamente, un gruppo di persone che hanno in comune origine, idee, interessi e consuetudini di vita. Cosa concretamente designi il termine è più difficile dirlo, dal momento che non è chiaro cosa debba intendersi per “comunanza”.

La grande distinzione rispetto a ciò che deve essere inteso per “comune” riguarda o un concetto di comunità fondata sugli ordini, a composizione sociale omogenea, oppure una comunità di tipo contrattuale, a composizione sociale eterogenea.

Le società vaste e complesse come la nostra, sono sottoposte a un’integrazione crescente, a un’organizzazione sempre più capillare, e quindi all’utilizzazione massiccia di meccanismi burocratici, spersonalizzanti, di controllo più o meno consapevole da parte dei singoli soggetti e del potere sui singoli soggetti. Il risultato finale è che il senso, le finalità, la percezione di incidere nella vita della società si diradano, quando non scompaiono. Il ricorso, in questa situazione, all’idea e alle pratiche di comunità – oggi ancora di più che cinquant’anni fa – può rappresentare una rivendicazione della necessità di dare dei significati all’agire sociale, di dare valore ai rapporti personali diretti, alla comunicazione interpersonale, di non trasformare i mezzi in fini (nei casi migliori, perlomeno), di praticare effettivamente delle esperienze di fratellanza e uguaglianza.

Vista così, la questione sembrerebbe rimandare a una visione romantica della comunità che trasversalmente tocca l’esperienza di comunicazione, di relazionale e politica del soggetto contemporaneo. Forse potremmo addirittura tentare un’analisi che provi a vedere quanto la vecchia tesi di Tönnies che indicava nel sangue, nel luogo e nello spirito i rapporti comunitari fondamentali, trovi insospettabili traduzioni in non poche comunità – anche foriere di voti – che pullulano intorno a noi.

Ogni comunità, ogni sua idea porta con sé l’edificazione di un fantasma di qualcosa di perduto, che in teoria sarebbe stato spazzato via dal disagio della civiltà attuale.

Come ha scritto Jean-Luc Nancy, ne La comunità inoperosa: “La società non si è edificata sulle rovine di una comunità. È sorta dalla scomparsa e dalla conservazione di ciò che – tribù o imperi – aveva forse ben poco a che fare sia con quella che chiamiamo ‘comunità’ che con quello che chiamiamo ‘società’. La comunità, lungi dall’essere ciò che la società avrebbe perso o infranto, è ciò che ci accade – questione, attesa, evento, imperativo – a partire dalla società. Niente dunque è stato perduto e perciò niente è perduto. Perduti siamo solo noi stessi, noi sui quali il ‘legame sociale’ (i rapporti, la comunicazione), nostra invenzione, ricade pesantemente come la rete di una trappola economica, tecnica, politica, culturale. Impigliati nelle sue maglie ci siamo forgiati il fantasma della comunità perduta”.

Nell’infinita riproducibilità tecnica della comunità 2.0, quale senso può assumere il termine ‘comunità’ per l’educazione, per la formazione del soggetto?

Se si osserva la comunità da una prospettiva educativa, dove l’educazione è intesa come l’apertura a una qualità dell’esperienza che indica nuove possibili identità e l’esplorazione di nuovi modi di essere che travalicano la condizione attuale del soggetto, i caratteri fondamentali dell’essere della comunità, del suo effettivo “darsi”, sono molto lontani da quelli criptofascisti dei gruppi che cercano, spesso disperatamente, un capo carismatico.

Un’indicazione interessante, in tal senso, viene dagli studi di Etienne Wenger sulla comunità di pratica. Da questo punto di vista, dobbiamo pensare all’educazione non solo come un periodo iniziale di socializzazione con la cultura, definito, ma più che altro in termini di “ritmi” con cui la comunità e gli individui si rinnovano in continuazione. La natura delle comunità virtuali, di qualunque tipo esse siano, rappresentano sicuramente un nuovo ritmo che non si può far finta di non sentire pulsare nella vita di ognuno, indipendentemente dall’età anagrafica posseduta.

L’impegno reciproco in una pratica condivisa può diventare un processo complicato di costante messa a punto tra esperienza e competenza. Poiché nelle nuove comunità il dato rilevante riguarda la posizione bidirezionale e simmetrica degli individui rispetto al sapere condiviso: ciò diviene ancora più rilevante, da una prospettiva pedagogica, poiché tali comunità non costituiscono solo un contesto per l’apprendimento dei nuovi appartenenti – i newcomer, nel linguaggio usato da Wenger – ma anche un contesto per la trasformazione delle nuove informazioni in conoscenze.

Non si deve mai dimenticare che la comunità, non solo di pratica, è una forma vivente. In quanto tale promuove un’esperienza personale di impegno attraverso la quale incorporare le competenze in una identità di partecipazione. In questo caso la comunità diviene un luogo privilegiato per l’acquisizione delle conoscenze. Nel caso in cui la comunità di pratica funzioni bene, invece, diviene un contesto in cui le informazioni radicalmente nuove, che in comunità deboli o rapprese stolidamente intorno alla figura del capo genererebbero una diaspora immediata, attivano un apprendimento avanzato e intorno all’impegno reciproco necessario a questo tipo di apprendimento si innesta un effetto di legame molto più profondo. In questo caso le condizioni di comunità non stimolano solo l’appartenenza e l’identità, ma il piacere diffuso nella comunità, dato dalla creazione di conoscenze.

Quest’ultimo aspetto sembra indicare l’orizzonte auspicabile per la comunità educante del nostro tempo. Le istituzioni, i gruppi, i luoghi canonici dell’educazione, della formazione e dell’insegnamento possono riguadagnare la loro specificità non se diventano pallide imitazioni della rete e delle reti, più o meno informali, che costellano ormai la nostra vita iperconnessa. Si tratta, piuttosto, di approfondire le strutture dell’esperienza e le nuove forme di vita che emergono come effetti di apprendimento, di conoscenza, di professionalizzazione dal modo in cui si muovono e vivono queste comunità nella liquidità e nell’anomia in cui tutti navighiamo. Studiarle come forme di vita per comprenderne a fondo non i movimenti superficiali, ma il ritmo interno che le regola e le modella.

La questione del ritmo oggi può rappresentare la cifra temporale specifica di una comunità educante, poiché la realtà “extraeducativa” è spesso molto propensa a prendere su di sé l’onere e la responsabilità di istituire dei momenti pedagogici, più subiti che desiderati: l’esempio canonico è diventato ormai il continuo aggiornamento dei sistemi operativi dei nostri devices, che rappresenta, forse, uno dei più leggeri e potenti dispositivi pedagogici e di apprendimento coatto mai esistiti. Inoltre, questi aggiornamenti sono legati di frequente alle nostre performance nelle comunità che frequentiamo o dove occupiamo un ruolo di “amministratori”.

Come scrivevano qualche anno fa i “ribelli” del gruppo Tiqqun, quello della comunità oggi “è un tempo impenetrabile in cui la forma-progetto e la forma-abitudine incombono sulle nostre vite lasciandole prive di spessore. Possiamo definirlo come il tempo della libertà ingenua, in cui tutti fanno ciò che vogliono, perché è impossibile volere altro da quello che già c’è”. La comunità, infatti, ci è data o, meglio, noi siamo dati nel modo di essere-in-comune della comunità. La comunità non è un’opera da fare, ma un dono da rinnovare, da comunicare, scriveva ancora Nancy.

La comunità educante dovrebbe essere il miglior antidoto a ogni idealizzazione della comunità, soprattutto a quell’essere-in-comune che diviene così mediato da trasformarsi in un gioco di fuochi fatui relazionali e di immagini che non lasciano più nessuno spazio all’immaginazione, ma si riducono alla brutale estroflessione di un bisogno personale. L’educazione potrà presentarsi, oggi più che mai, nello spazio conteso della comunità, come un compito infinito nel cuore della materialità della vita e della sua finitezza. Ribadendo che questa finitezza ha il sapore e la forza di un’avventura da mettere in comune.