Sillabario pedagogiko – Connessione

Sono passati trent’anni dal 1984. Ne sono passati trenta, in un certo senso, anche da quel 1984 immaginato e descritto da George Orwell. Orwell, come è noto, scrisse il suo libro nel 1948, profetizzando molto di quello che noi abbiamo incontrato nella storia del secondo Novecento. L’era dell’accesso e l’epoca dell’information technology negli ultimi anni hanno portato all’onore delle cronache i problemi del digital divide e della formazione dell’opinione pubblica nella network society. Questioni, a ben vedere, dipinte con grande veggenza e precisione già nelle pagine di Orwell, soprattutto se si pensa alla questione della manipolazione delle informazioni.

Se l’atmosfera di 1984 era decisamente cupa, figlia dell’onda della resistenza postbellica, il tempo che viviamo ha tratti sicuramente più ambivalenti. Dopo la sbornia che l’esplosione del world wide web ha determinato in tutto il mondo, gli entusiasti e gli scettici della rete oggi hanno ben altro a cui pensare. La svolta digitale ha determinato uno scarto antropologico incontestabile, che non solo ha mutato il modo di osservare e sperimentare la realtà, ma ha prodotto, anche in senso letterale – si pensi alle potenzialità delle nuove stampanti 3D – nuove realtà.

Oggi, come trenta o settant’anni fa, un problema sembra essere sottovalutato: quali pratiche formative, e non solo di apprendimento, veicolano questi nuovi modelli di produzione di beni, materiali e immateriali, di esperienze e conoscenze? Che atteggiamento assumere nei confronti dell’industria culturale del XXI secolo e della sua produzione di beni “superflui”?

Bisogna in qualche modo adattarsi e fare i conti con quella che si chiama realtà. “Tale realtà ha i tratti facilmente individuabili, perché la loro violenza è quella di una mortuaria vitalità che dilaga su tutto: perdita di antichi valori (comunque li si voglia giudicare); borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo attraverso l’alibi di una ostentata ed enfatica ansia democratica; correzione del più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”. Così scriveva Pasolini nel 1975 sul Corriere della Sera. Queste considerazioni, rivolte all’innesto tra politica e società dei consumi, sono del tutto anacronistiche? Lasciamo, per ora, la domanda sospesa.

Quello che è interessante notare è che l’esperienza contemporanea, sul piano formativo, ripropone con uno scarto la questione che Pasolini denunciava senza tregua: se a partire dagli anni Sessanta del XX secolo l’avere aveva spudoratamente impoverito l’essere, potremmo dire che oggi l’avere – informazioni, conoscenze, aver fatto esperienze – genera la necessità di essere connessi.

La connessione, l’essere o – più sottilmente, dal punto di vista del marketing dell’esperienza – il sentirsi connessi sono diventati valori assoluti.

Ciò risulta evidente e immediatamente percepibile sul piano commerciale: non essere in grado di entrare nella rete del mercato globalizzato determina con ottime probabilità il fallimento.

Se si osserva il fenomeno della connessione da una prospettiva pedagogica, le conseguenze sulle strutture dell’esperienza, sui modelli formativi, sulle relazioni educative, sui processi di insegnamento e apprendimento, sugli strumenti di valutazione ci costringono a riflettere con più attenzione sia sulle immagini di Orwell sia sulle parole di Pasolini. La questione, ovviamente, non sta nell’essere entusiasti delle possibilità dei social network o considerarle una forma deteriore di esperienza della socialità, che determina un nuovo “isolazionismo”, come viene descritto, depressivamente ma in modo illuminante, in “La possibilità di un’isola” di Michel Houellebecq. Piuttosto si tratta di osservare il fenomeno della connessione come una grande metafora dell’esserci e quindi anche del modo di formarsi e di formare.

Quando il web iniziò a manifestarsi in tutte le sue potenzialità, il grande appello degli intellettuali e degli stessi guru di internet riguardava il fatto che c’era una grande cornice vuota, algoritmi pronti a galoppare in ogni angolo della terra, ma il vero problema riguardava i contenuti. Poi vennero i contenuti, di ogni tipo e forma, fino ad oggi, momento in cui il vero contenuto della rete sono le vite, le abitudini, le preferenze, le aspirazioni, i desideri, le perversioni, le esigenze reali e indotte degli individui, di tutti noi, anche di chi cerca di sottrarsi – come è ben testimoniato dai falsi profili facebook e twitter. Il trattamento dei contenuti rappresenta un grande tema della formazione, dell’educazione, dell’istruzione.

La rete, come infinito bacino di informazioni potenzialmente formative, non presenta più un carattere di superficialità strutturale, nella misura in cui l’interazione tra le fonti e i materiali, iconici e non, oggi permette di approfondire la conoscenza e di non perdere quasi nulla rispetto alla libertà di accesso e di correlazione fra le informazioni. Rimane d’altra parte un’oggettiva difficoltà a contrastare l’onda immensa di prospettive, ancor più che di informazioni, che ogni punto della rete che noi tocchiamo immediatamente ci scarica, fisicamente, addosso sotto forma di items.

Se l’accesso all’informazione non si annoda, in ogni soggetto, al campo di esperienza che i processi formativi mettono in movimento, l’eccesso di connessioni può generare una crisi della presenza anziché un potenziamento delle opportunità di formazione del sé. Il potere pulviscolare espresso dall’apertura estrema che la network society ci offre, in ogni istante, può generare un effetto di passivizzazione a fronte, a volte, di un’ostentata ed enfatica attività di ricerca. Un’attività che spesso più che aver di mira qualcosa, qualcosa che desideriamo, che ci interessa, che ci serve, che ci apre al mondo, ha in realtà di mira la ricerca di un rilancio della nostra debole sommersa presenza, nel rimbalzo che la risposta dell’altro sembra offrirci, anche solo per un attimo.

La connessione induce anche un ritmo, spesso compulsivo, segnato dalla logica dell’adempimento costretto dai software, che, a dispetto del nome, pesantemente e in modo subliminale, ci suggeriscono e molto spesso costringono ad “aggiornarci” di continuo, pena l’esclusione da una piena e soddisfacente operatività. Un’operatività che non riguarda più solo i nostri device, ma la nostra stessa identità, professionale e relazionale.

A fronte di un accesso infinito, teoricamente democratico, l’ossessione della connessione testimonia di un riconoscimento che spostiamo quasi tutto sull’altro, anche solo nella forma del seguirlo o dell’essere (per-)seguiti, nella logica dei followers di twitter. Questo tratto, sul piano dell’istruzione, si può ritrovare in alcune recrudescenze dell’autorità dell’insegnante, ostentata più che praticata dall’interno del lavoro effettivo dell’insegnamento. Tali ritorni di fiamma per una certa idea autorità peraltro sono richiesti da genitori che sono i primi a non riconoscere tale autorità se i propri figli non vengono valutati secondo le loro aspettative o, più spesso, i propri desideri.

Altra conseguenza interessante è un’idealizzazione dell’autoformazione attraverso gli smartmedia che riduce la mediazione educativa e formativa, e quindi le professionalità ad essa connesse, a mere perdite di tempo e denaro.

A livello esperienziale la connessione può determinare una perdita di contatto, ancor prima che di profondità, con gli altri reali, attraverso una quasi totale aderenza alla cose, viste come gadget, come oggetti-merce anche quando si regala un magnifico week end in una Spa ai propri nonni che vivono lontani e sperduti in una valletta senza wi-fi. Se tutto può essere “app”, tutto viene continuamente applicato al reale come mera strumentalità alla mano, forse anche per questo, seguendo quello che scriveva Heidegger quasi cent’anni fa, le relazioni si sono ridotte a “Chiacchiera”: il linguaggio e la scrittura hanno oggi perso qualcosa, o molto, della loro potenziale autenticità. La proliferazione della scrittura, dicono i linguisti, non corrisponde a una maggiore competenza e raffinatezza nell’espressione, non solo nei più giovani. Forse anche perché la scrittura e la lettura sono diventate spesso intermittenze, schiacciate su una temporalità che non permette sedimentazione.

La formazione, in questa prospettiva, viene riconosciuta come ‘sensata’ solo se fondata sulla connessione: non tanto, però, legata con il nostro singolare modo di connettere, di “valutare per connettere”, come ha scritto Anna Rezzara in un suo testo sulla valutazione formativa, ma con quello che la connessione stessa ci offre, già depositato e istituito. Ci sarebbe quindi un paradossale effetto di passivizzazione della formazione che interviene nel momento in cui l’essere connessi, spesso guidato dal desiderio di dimostrare agli altri di esserlo, diventa formativo in sé, come ostensione di una condizione che è “in formazione permanente” perché eternamente connessa a tutto lo scibile.

Un ottimo analista e interprete dei rapporti tra saperi e poteri nella società contemporanea come Manuel Castells, sperava, concludendo una sua lezione alla Bocconi di Milano nel 2008, che lo spazio pubblico potesse diventare “la costruzione di un network di connessione tra le menti” e la diversità di vedute potesse rendere le reti di comunicazione più aperte.

Credo che si sottovaluti, a volte, in questi discorsi, il fatto che la pedagogia, la formazione, l’educazione si occupa di una qualità della connessione che sta a monte di quella evocata da Castells. Una connessione che forse ha più a che fare con un’esperienza più rischiosa e avventurosa di quella offerta da un semplice “invio”. Qualcosa che Karl Marx scrisse in una lettera al suo amico Engels alla fine dell’estate del 1867: “Mi è costato tanta fatica trovare le cose stesse, vale a dire la loro connessione”. Tale connessione esprime la tensione del soggetto, anche corporea espressa in quella fatica, a scoprire la struttura, l’articolazione, la legge del mutamento che governa le forme della storia, della società, dei fenomeni che ci attraversano e ci formano. Quello che Marx chiamava scienza della forma reale dei fenomeni al di là della loro forma apparente.

Ogni gesto pedagogico dovrebbe mirare a questa connessione.