Sillabario Pedagogiko – Dispositivi

Nel 2020 ci saranno 50 miliardi di oggetti connessi alla rete. L’internet delle cose.

Tutti gli oggetti comunicano tra loro, tutte le informazioni che riguardano noi e i nostri rapporti con gli oggetti sono già da tempo in circolazione, sono a disposizione, passano attraverso i dispositivi che usiamo ogni giorno. Martin Heidegger scriveva molti anni fa, quando nemmeno i tecnologi della seconda guerra mondiale avevano ancora immaginato gli smartphone: “le cose ci posseggono”.

Le intercettazioni sono uno dei nuovi quotidiani incubi mediatici che occupano sia le pagine della cronaca politica sia quelle di Wired. Ci sono, d’altra parte, effetti dei dispositivi molto più profondi delle intercettazioni, effetti che potremmo definire pedagogici in senso stretto.

In ogni istante siamo “soggetti ai dispositivi”, nel senso in cui ne parlava Michel Foucault, ossia che sono i dispositivi a creare i propri soggetti.

Certo le informazioni sono importanti, oggi sono economicamente “la cosa” economica per eccellenza: l’economia della conoscenza e dell’esperienza, che ha segnato questi primi quindici anni del XXI secolo e i primi venticinque anni di vita del world wide web, spesso non considera l’altra parte della questione. I dispositivi non hanno solo importanza rispetto alle informazioni che generano e veicolano, su noi tutti, sulle nostre più minuziose abitudini e suoi nostri più segreti – si fa per dire, ormai – comportamenti.

I dispositivi, oggi sempre più, generano effetti formativi.

Che cos’è un dispositivo?

Foucault definisce un dispositivo attraverso tre caratteri essenziali: 1. la rete che si può stabilire tra un insieme di elementi eterogenei (discorsi, istituzioni, architetture, forze); 2. il tipo di legame, estremamente variabile, che si stringe fra gli elementi e li collega; 3. la capacità di fornire risposte efficaci a un’urgenza storica. Si trattava per questo autore di investigare i modi concreti in cui le positività (o i dispositivi) agiscono nelle relazioni, nei meccanismi e nei «giochi» di potere. Foucault ci restituisce la positività degli “oggetti” pedagogici in quanto dispositivi e sistemi procedurali, sia nel senso di tecnologie esterne dello spazio, del tempo, del corpo, dell’attività, sia che queste riguardino un assoggettamento “interno” relativo alla cura e alla formazione di sé.

Quel che conta nella questione del pedagogico è provare a comprendere meglio quali logiche segnano le pratiche formative, minime e allo stesso tempo specifiche, che trasformano la nostra esperienza e quella degli altri. Accedere al livello dei fenomeni formativi significa comprendere come possiamo interagire strategicamente e tatticamente con le forme e le positività che vanno differenziandosi nell’esistenza intorno e attraverso di noi.

Oggi una delle maggiori preoccupazioni diffuse riguarda la difesa della libertà dei propri comportamenti, per non farli usare da qualcuno per scopi che non condividiamo o che approfittano dei dati che “circolano” su di noi.

Più complesso è difendersi da quegli effetti che noi stessi portiamo dentro la struttura del nostro rapporto con la storia, con la “positività” per dirla con Foucault, agendo attraverso i dispositivi ed essendo agiti dai dispositivi.

Più complesso e più latente è rendersi consapevoli, attivi, trasformativi rispetto agli effetti formativi dei dispositivi che ci fanno essere quello che siamo o quello che crediamo di essere.

E questo investe un problema pedagogico in senso stretto.

Se si superano di slancio le migliaia di pagine cartacee e virtuali spese dai detrattori e dagli entusiasti degli effetti della svolta digitale sui processi d’apprendimento e sulla “realtà aumentata” (quale realtà sia da considerare tale è ancora tutto da capire, peraltro) si può provare a cambiare prospettiva. Di solito la questione può essere ridotta al dato, scientificamente constatabile, che i dispositivi dell’epoca dell’immagine digitale aumentano le capacità e le competenze di chi ne fa uso. Questo “dato” diventa quasi immediatamente un valore. È questo il passaggio semplificato che andrebbe pedagogicamente sorvegliato, e forse “punito”. La cosa interessante è che gli effetti formativi vengono troppo frettolosamente giudicati seguendo l’unico criterio dello sviluppo di competenze neurofisiologiche? Beh, sì, questo può diventare un problema se non si comprende che molto spesso, a qualunque livello, se c’è un problema questo problema, che lo si voglia riconoscere o no, al 90% è pedagogico.

Proviamo a vedere la cosa da un’altra angolazione.

Per esempio, potremmo provare a valutare gli effetti formativi dei dispositivi in termini di sviluppo di “sensibilità”. Contro l’ingente koinè cognitivo-neocomportamentista che come un contagio, ormai troppo spesso, si arroga il diritto di valutare ogni cosa avvenga nel vasto e vario campo conteso delle scienze umane, potremmo ripresentare le istanze del “sentire”, quella strana categoria che riguarda l’innesto magmatico della cognizione e degli affetti, dell’intelletto e della sensazione, dell’immaginazione e della realizzazione, del conscio e dell’inconscio.

Potremmo chiederci se i dispositivi ai quali siamo esposti, dispositivi di vario genere, non solo digitali, ma anche visuali, immaginari, virtuali, istituzionali, organizzativi, relazionali che hanno effetti “storici”, che creano i loro soggetti possono essere valutati in termini formativi rispetto ad un aumento di presenza del soggetto, non solo a se stesso. Oppure, di converso, potrebbero essere valutati in termini formativi rispetto a un aumento di assenza del soggetto, non solo a se stesso, a dispetto della retorica social, che indurrebbe in tutti una fortissima dose di “presenza ovunque e comunque”.

Ovviamente si tratterebbe di intendersi rispetto al significato che, dal punto di vista formativo, si dà alla presenza e all’assenza. In via preliminare potremmo dire che non si tratta solo di guadagnare o riguadagnare la consapevolezza di sé, dei propri meccanismi di funzionamento, consci e inconsci, o meglio non riguarda solo questo, che è già il primo obiettivo che un buon dispositivo pedagogico dovrebbe aver di mira. Forse la questione dell’uso del linguaggio, quella che aveva ben segnalato Wittgenstein, potrebbe essere applicata e ripensata rispetto agli effetti formativi dei dispositivi odierni. Quest’uso implicherebbe un pensiero delle pratiche e l’analisi  delle esperienze che i dispositivi allestiscono; potrebbe altresì spiegare l’importanza che i rapporti tra la costruzione del sapere e le nuove tecnologie veicolate dagli odierni dispositivi – si badi qui l’espressione ‘dispositivi’ è usata volutamente nel senso più ampio possibile – devono avere anche nell’analisi e nell’interpretazione degli effetti pedagogici coatti ai quali i soggetti oggi sono esposti.

D’altra parte vorrei proporre anche un altro spunto per osservare la questione degli effetti formativi dei dispositivi. Potremmo pensare di valutare questi effetti in termini di “creatività”. Si dirà: “Niente di nuovo, anzi”. La questione però diviene meno superficiale, forse, se proviamo a intendere la creatività come qualcosa di molto lontano, quasi di opposto, rispetto a quella evanescente evocazione che è diventata la creatività nel gergo del marketing globale, che caratterizza quasi tutte le attività considerate cool, nel vasto mondo della società dello spettacolo che ormai ha inghiottito anche le scienze, umane e non.

Pensando agli effetti formativi dei dispositivi, insospettabilmente, può essere interessante segnalare ciò che la creatività significa nel pensiero e nel lavoro di Donald Winnicott.

Proponendo la bipolarità ‘vero Sé – falso Sé’, inserita nell’ipotesi di uno spazio potenziale in cui l’esperienza culturale vada intesa in termini di gioco, Winnicott cerca di rendere conto in modo originale dell’identità umana e della sua genesi. Ogni senso del Sé per essere autentico deve sfociare in una sua capacità di essere creativo, poiché per Winnicott la creatività è intrinseca al fatto stesso di esistere: vita, creatività e being, come si vede negli ultimi scritti di questo autore, sono ben lontani da esprimere un ingenuo misticismo vitalistico. Com’è noto, la creatività per Winnicott è in profonda relazione con l’uso creativo degli oggetti, che sono i grandi mediatori-protagonisti dello spazio potenziale e dell’area intermedia di esperienza in cui il bambino mette realmente in gioco le potenzialità più essenziali del processo psichico e della formazione del suo rapporto tra mondo interno e mondo esterno. Il compito dell’uomo, scrive in Gioco e realtà, che consiste “nel mantenere separate, e tuttavia correlate, la realtà interna e la realtà esterna” è interminabile, ed è lì che risiede il suo paradosso, ossia nel dover accettare, tollerare e ammettere di non poter arrivare a una soluzione definitiva: proprio da ciò dipende un “creativo senso del Sé”. È nel giocare che il soggetto, bambino o adulto, è in grado di essere creativo, di fare un uso integrato delle sue possibilità, tra corpo e mente, tra affetti e concetti, “ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé”.

Se ipotizziamo che i nuovi “oggetti transizionali” per eccellenza oggi siano proprio quei dispositivi che amplificano le nostre capacità, aumentano le nostre realtà, documentano, trasformano e possono a volte rendere “creative” le nostre esperienze quotidiane in ogni momento, dovremmo riguardare con più attenzione e con uno sguardo pedagogico smaliziato alla dialettica tra vero Sé e falso Sé. Oggi tale dialettica potrebbe essere molto più significativa e dirimente, non solo per chi si occupa di educazione e formazione, del dibattito sulla necessità di diagnosticare capillarmente ogni nostro comportamento.

Michel Foucault, in una delle sue ultime interviste, chiamava “estetica dell’esistenza” il modo creativo di poter sfuggire alle maglie sempre un po’ troppo strette dei dispositivi di potere-sapere, letteralmente “creando delle linee di fuga”. Abbiamo bisogno di teorizzare e praticare, anche attraverso un uso creativo dei dispositivi, un’estetica della formazione: per immaginare e creare “spazi trasformativi”, nei quali il soggetto possa seguire queste linee fuga sempre incerte e sempre attuali. Anche per trasformare i vincoli dettati dai dispositivi in nuove possibilità di soggettivazione.