Società e valori

Gli uomini e le donne da sempre vivono la vita relazionale e inventano le poleis, le società civili: in esse nascono – e diventano necessari – i valori.

Società e valori

Gli uomini e le donne da sempre vivono la vita relazionale e inventano le poleis, le società civili: in esse nascono – e diventano necessari – i valori.

Giancarla Codrignani*

Le società sono mobili e mutabili perché gli esseri umani, come individui e come gruppi, sono sempre in cammino. Purtroppo è umano che piaccia, anche collettivamente, stare seduti, subire il fascino di un’esperienza sola, sia che sembri gratificante, come quella amorosa o familiare, sia per abitudine e apatia. I valori rappresentano anch’essi un prodotto del vivere insieme (se fossimo soli, esisterebbero?). Viaggiano nel tempo e proiettano i loro simboli lontano, indirizzando all’utopia, che non è l’illusione, ma la relativa certezza che, prima o poi – certamente non entro la nostra breve esistenza, che pur si spende nella ricerca di sempre maggiori approssimazioni ai fini – otterranno una concreta, forse totale realizzazione.
Non è facile rendersi conto della libertà, esigenza ineludibile, e insieme dei condizionamenti che connotano la nostra vita. Come tutti i valori, la libertà corrisponde alla capacità critica degli umani e alla responsabilità delle scelte che si operano, perfino senza volere o sapere. L’umanità, intanto, vive in un ambiente che perfino gli animali imparano a conoscere come proprio: ne accetta il clima, i terremoti, i raccolti, la bellezza, ma mentre gli antichi pagani intravedendo in ogni fonte o albero, nel mare, nel fuoco tracce divine, non lo devastavano, noi moderni, pur consapevoli di essere responsabili al 95 % dei mutamenti distruttivi, non desistiamo dall’egoismo proprietario, nonostante il possesso di così tanto sapere da poter evitare i  danni irreparabili.
Gli uomini e le donne da sempre vivono la vita relazionale e inventano le poleis, le società civili: in esse nascono – e diventano necessari – i valori. In primo luogo quelli della sopravvivenza e della convivenza. Poi gli altri, che sono soprattutto aspirazioni in mancanza di corrispondenti capacità di realizzazione, a partire dalla giustizia e dalla pace. Infatti siamo liberi non tanto di scegliere il bene e il male, ma di ragionare su che cosa sia bene, a partire da me, un “io” che è unità di misura anche per gli altri. Che sono diversi e, tanto per cominciare, sono uomini e donne. Quindi l’unità di misura che siamo noi, oltre a non poter essere autoreferenziale ed egoista, è anche mobile e implica capacità di relazione che la diversità delle condizioni rende complessa.
Per questo i Greci dicevano (Aristotele) che l’essere umano è, sì, un animale, ma un animale “politico”, vale a dire sociale e conduttore della propria vita insieme con quella degli altri. Dicevano anche (Solone) che è la società (la polis) che educa l’uomo (e la donna, questo lo aggiungo io perché non è così sicuro che anche oggi davvero “l’uomo comprenda anche la donna”). Per molti la società è come la boccia d’acqua dei pesciolini in salotto, mentre non ci si può muovere senza avere dei fini per i quali spendere la vita. La vita, infatti, deve essere “buona vita”: ma la qualità è prodotta dalle nostre scelte. L’essere umano è “la misura di tutte le cose”: Protagora sintetizza la responsabilità che ci connota. Sembra invece che “misura” siano diventati il denaro e la merce. Non è un bene: anche la polis greca ha fallito per abbandono dei fondamenti.
Questo non per dire che ci siamo ridotti male, che stavamo meglio quando stavamo peggio, che siamo vittime del consumismo, dell’euro, della globalizzazione. Ma per ricominciare a tessere le lodi della politica: se per caso quella attuale non ci piace, non dimentichiamo che in essa ci specchiamo. Se c’è corruzione, ci sono i corrotti. Non lo saranno “tutti”, mentre, di fatto, non facciamo più distinzioni analitiche. Nemmeno i politici sono tutti corrotti: in Parlamento sono quasi un migliaio e quelli davvero discutibili non possono coinvolgere la maggioranza di buona volontà e di seria competenza: d’altra parte tutti, anche i peggiori,vengono eletti dai cittadini. La proporzione di moralità nella società civile degli elettori è, più o meno, la stessa: si sottraggono alla corruzione quanti praticano la legalità, ma molti vengono travolti – e dovrebbero saperlo – nella complicità dalla disinformazione e dalle distorsioni mediatiche. Chi non chiede la ricevuta del caffè al bar sottrae un euro all’asilo dei propri bambini; e chi denuncia il vicino che ha il suv (o la barca) registrata in Croazia compie il proprio dovere di cittadino, perché il controllo non spetta esclusivamente alla Guardia di Finanza. Nel nostro paese – altrove meno – i cittadini vorrebbero sicurezza senza sentirla come compito anche civico: vorrebbero essere “sorvegliati” da migliaia e migliaia di poliziotti e carabinieri.
Non dimentichiamo che la prima Repubblica non è stata esemplare, se l’antica Democrazia cristiana faceva campagna elettorale assegnando pensioni di invalidità a chi invalido non era e se l’evasione fiscale e il debito pubblico sono diventati mostruosi non improvvisamente. Per questo è necessario riparlare dei valori: infatti non ne cambia il senso, se non si presentano più con lo stesso abito, come l’individuo non è giusto solo perché non commette crimini, ma vive la legge morale nei fatti non sempre felici. Il cielo resta stellato al di sopra.
In particolare, nella fase di trasformazioni destinate ad essere radicali – forse non ancora ben percepite: bisognerà aspettare di vederne più forti effetti – ci si aspetterebbe che le società del mondo, coinvolte nelle fatiche della prima fase trasformativa – necessariamente decostruttiva dopo troppi ritardi – per poter riedificare, reagissero con minor paura del futuro, almeno per curiosità.
Viviamo, infatti, solo nel 2014. Che non è gran cosa, soprattutto perché non sappiamo quasi nulla della vita e della morte e nemmeno del pianeta in cui abitiamo, tranne che (la terra, non l’umanità che potrebbe essere migrata) è destinato, quando che sia, all’estinzione. Per ora la nostra vita dura solo un tot di anni, pieno di limitazioni: sarebbe opportuno cercare, in primo luogo, di dare un senso, perfino inventandolo, a qualunque cosa facciamo. Anche perché le generazioni precedenti, a cui spettava fare prevenzione dai guai che, senza interventi correttivi, era prevedibile accadessero, sono rimaste culturalmente inerti ed hanno prodotto non solo altra inerzia, ma disimpegno, ignoranza diffusa, antipolitica: quando deploriamo il grigio destino dei giovani constatiamo la nostra scarsa innocenza.
La politica – in alto e in basso, sia i governi che i cittadini – ha peccato di omissione della responsabilità culturale e del confronto su tutto, ha studiato poco i segni dei tempi, ha praticato competitività interna e divaricazioni, specularmente con la frammentazione della società lasciata a se stessa. I valori sono stati sempre evocati e predicati; ma nell’immobilizzazione. E’ così che anche i valori possono appannarsi e regredire.
Rifacciamo, dunque, un po’ di conti, prevalentemente politici. Sulla storia antica e sulla contemporanea. Infatti i problemi coinvolgono – proprio per la radicalità del cambiamento – non un paese solo: il futuro si prospetta globalizzato e, quindi, complesso e carico di questioni incerte, anche di quelle non nostre, che comunque ci riguardano. Restando in Europa (dove viviamo la nostra seconda cittadinanza: non siamo più solo italiani) ovunque la democrazia sembra in crisi. E’ questa la verifica del fatto che i valori non sono stati accompagnati nel loro incarnarsi nel tempo: anche la democrazia, che è un valore, può andare (sta andando?) in default. Forse potrebbe solo cambiare: in meglio o in peggio, va deciso dalla gente.
Mai come in questo periodo vengono in mente i commenti dei padri, che erano ragazzi quando si manifestò lo squadrismo che portò alla dittatura e, vent’anni dopo, alla seconda guerra mondiale. Gli italiani dignitosi che vissero da perseguitati e da precari per non essersi mai iscritti al partito fascista, avevano sofferto la rottura delle amicizie con i compagni di scuola entusiasti del “movimento” che voleva rifare l’Italia e darle uno spazio vitale fra le nazioni. Chi vedeva la crisi del dopoguerra, con i reduci senza lavoro, le donne ritornate  casalinghe dopo esser state lavoratrici, gli scioperi e le paure, poi strumentalizzate dal padronato, delle violenze di una rivoluzione, era più che preoccupato: la sinistra riformista non controllava le reazioni popolari e gli spiriti rivoluzionari non si rendevano conto delle condizioni reali. Mussolini, che era un socialista, massimalista per giunta, ebbe seguaci perché inventò il populismo. L’irresponsabilità di casa Savoia non deresponsabilizza un paese pur arretrato dall’aver votato la vittoria del Pnf, visto che già si erano manifestate le violenze e la volontà di sopprimere le istituzioni.
I tempi non sono mai confrontabili, ma le forme della vulnerabilità riemergono se  un’economia che si trasforma in finanza produce impoverimento e disagi e sembra che a nulla valga l’incremento delle conoscenze e le innovazioni scientifiche e tecnologiche: la pratica dell’universo di internet sommerge gli utenti, che non controllano il mezzo perché non educati a scegliere. La grande ricostruzione dell’Italia dopo la liberazione non ha prodotto uguale crescita in campo morale e non ha del tutto trasformato i suoi abitanti da sudditi in cittadini se è vero che tuttora manca un autentico senso dello stato. Il voto espresso è sempre stato moderato e il non aver mai avuto alternanza di governo (fino a Romano Prodi) rappresenta un unicum nella politologia comparata europea.
Eppure tutti dicono di amare la nostra Costituzione, “la più bella del mondo” come diceva Benigni. Forse bisognava subito farla imparare a memoria nelle scuole. Ma forse tutti i poteri avevano paura che i cittadini ne chiedessero l’applicazione. Oggi è ovvio – ma non a tutti – che la Carta fondamentale ha bisogno non di un cambiamento dei valori, ma di nuove interpretazioni del loro senso attuale (qualcuno si accorgerà che, se la famiglia è fondata sul matrimonio, non dice di “quale” famiglia si parli, come il non essere il matrimonio “indissolubile” ha poi consentito il divorzio). Non dovrebbe essere difficile capire che la parte relativa alle istituzioni ha bisogno di manutenzione. Per esempio, il Senato del “bicameralismo perfetto” non solo non ha corrispondenza in nessun altro paese europeo, ma non può continuare a servire da camera di compensazione della complessità delle procedure. Non possiamo più permetterci ritardi nel fare leggi (e anche nel delegificare, pratica ormai necessaria per ridurre l’ingolfamento burocratico), se è vero che per trasferire nel codice penale lo stupro da reato contro la morale a reato “contro la persona”, cambiamento giuridico apparentemente ovvio, sono stati necessari vent’anni e sette legislature.
Tuttavia, la difesa dei principi impegna in modo non platonico, ma propositivo: i giudizi di negazioni senza appello e le contestazioni radicali non servono. Occorre che alle proposte si oppongano altre proposte e che sia sempre possibile discutere per emendare. Preoccupa l’aggressione alle istituzioni democratiche in quanto tali. Sembra che “non piacciano”. Il verbo “piacere” è entrato nel lessico politico impropriamente: se si fa politica, la si fa pensando al “bene comune”, che, in quanto tale, non è un “koinòn” astratto a cui aderire una volta per tutte: lo si costruisce nelle situazioni date, non sempre “piacevoli”, ma piene di contenuti possibili.
Infatti se la democrazia corre pericoli, la situazione diventa via via drammatica, oltre che per l’informazione inadeguata dei media, per il crescente distacco causato dall’abbandono in cui è stata lasciata la gente, diventato disaffezione e disincanto, soprattutto antipolitica. Può essere giusto il rancore verso i partiti che non hanno retto l’urto della crisi perché incapaci di autocritica e autoriforma; ma la causa del disagio collettivo è a monte: è la finanziarizzazione dell’economia e l’invenzione dei derivati; i vecchio “imperialismo delle multinazionali” è diventato irrimediabilmente la globalizzazione e nemmeno gli orfani dell’internazionalismo hanno saputo provvedere ad una qualche controglobalizzazione culturale, che, mediante l’uso mirato delle nuove tecnologie, poteva essere davvero terapeutica. Così interi stati sono diventati vulnerabili, si è venuta allargando la forbice tra i ricchi e i poveri, con i ricchi sempre più ricchi (ma anche più numerosi) e con il ceto medio e mondo del lavoro diventati, senza nemmeno accorgersene, la nuova “classe precaria”. Gli antichi insegnavano che non si fanno debiti: sono stati chiamati “mutui” e vivere al di sopra delle possibilità è sembrato un diritto. E i governi si sono comportati allo stesso modo.
Non è il caso di disperare dei principi, che possono venire oscurati per un periodo, mai per sempre: il loro silenziamento dura in proporzione con il recupero del controllo. Nel 2014 sarebbe almeno il caso di prevenire i guai prevedibili. Almeno di una cosa siamo sicuri: che – se non accadano catastrofi ambientali o belliche – i paesi del mondo sono destinati ad un cambiamento epocale che avrà conseguenze antropologiche destinate ad interferire con gli stili di vita oggi praticati. Il lavoro non sarà mai più quello di prima, se i robot stanno sostituendo gli operai nelle fabbriche: “di per sé” non è certo un danno che lavorare non significhi più solo fatica. E’ già tempo di pensare a conservare in altro modo il “valore lavoro”, quello per cui la nostra Repubblica ci è fondata sopra. Sembra evidente che deve cambiare il sistema produttivo, che sono necessari spostamenti di asse e correzione sistemiche per passare dalla produzione di merci (saranno sempre più accessibili  con i computer tridimensionali) alla produzione di benessere umano. La disobbedienza civile o, peggio, la violenza è non senso, fa solo perdere tempo. Occorrono proposte graduali e selettive che consentano lo spostamento degli equilibri possibilmente senza eccessivi traumi e senza perdita di diritti. Anche i diritti sono valori; e crescono se ne argomentiamo, senza imposizioni, i benefici che comportano.
Solo il recupero della politica autentica potrà salvarci. Bisogna rieducarci – ma, forse, educarci almeno come se fosse la prima volta – a considerare la politica come la cosa più degna, pulita, intelligente. Se per caso dessimo per persi i contemporanei e noi stessi, guardiamo il futuro delle nuove generazioni. E facciamo scuola, anche se siamo maestri che debbono studiare la lezione prima di salire in cattedra perché sono poco preparati. Partire dal linguaggio è già un modo di relazionarci fra noi nel rapporto educativo: guardare un dibattito televisivo mostra quanto ci siamo ingaglioffiti. Non si tratta di “buone maniere”: la volgarità, la mancanza di rispetto, l’implicita violenza rendono impossibile il passaggio a parlare di valori, di nonviolenza, sobrietà, mutuo aiuto, coerenza, equità, uguaglianza fra diversi, a partire dai sessi, la solidarietà con il prossimo in difficoltà. A partire dalle relazioni più prossime, quelle familiari, oggi in cedimento per mancanza di riconoscimento anche dell’affettività: se non ci si conosce fra genitori e figli, se i bambini non riconoscono in ogni anziano un nonno, difficilmente potremo parlare di etica fra adulti.
Neghiamo ai giovani la speranza nel futuro; eppure, anche se non possiamo dare loro un mondo riconfezionato di illusioni, il valore-speranza non è solo il posto di lavoro (che non c’è) o il successo e il denaro. Siamo noi adulti che non lo coltiviamo più, che manteniamo in casa il figlio adulto, ma non lo abbiamo educato ad contare su se stesso. Fondamentale è, quindi, il dovere della conoscenza di sé e del mondo, di fare e dare scuola, per impadronirsi degli strumenti necessari per guardare oltre la precarietà del presente.
Ma anche la scuola si colloca dentro l’anima politica della società: la priorità delle priorità per chi crede che i valori siano una cosa seria.

*Giornalista e scrittrice

 

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