Solitudini nell’amore

Solitudini nell’amore

In alcune circostanze il senso di solitudine s’insinua in modo fortuito, improvviso e, come una lama affilata, taglia la pienezza dell’esperienza amorosa in un prima e in un poi che non saranno più ricomposti. Cercherò di cogliere, per quanto possibile, le solitudini che s’insinuano in esperienze comuni e condivise, come la nascita e l’innamoramento, quando dovrebbe prevalere, più che mai, un senso di pienezza e di realizzazione.[1]

Silvia Vegetti Finzi*

Solitudini nell’amore

In alcune circostanze il senso di solitudine s’insinua in modo fortuito, improvviso e, come una lama affilata, taglia la pienezza dell’esperienza amorosa in un prima e in un poi che non saranno più ricomposti. Cercherò di cogliere, per quanto possibile, le solitudini che s’insinuano in esperienze comuni e condivise, come la nascita e l’innamoramento, quando dovrebbe prevalere, più che mai, un senso di pienezza e di realizzazione.[1]

Silvia Vegetti Finzi*

Il tema di questo incontro, Solitudini nell’amore, risulta per certi versi paradossale perché i due termini, almeno apparentemente, si contraddicono. Come si suole dire, “l’amore si fa in due”. Tuttavia in alcune circostanze il senso di solitudine s’insinua in modo fortuito, improvviso e, come una lama affilata, taglia la pienezza dell’esperienza amorosa in un prima e in un poi che non saranno più ricomposti. Ciò accade soprattutto negli intervalli del tempo, nelle sospensioni che ne scandiscono il flusso, nelle pause, intese nel senso musicale del termine. Cercherò di cogliere, per quanto possibile, le solitudini che s’insinuano in esperienze comuni e condivise, come la nascita e l’innamoramento,
quando dovrebbe prevalere, più che mai, un senso di pienezza e di realizzazione.

Non ci sono parole adeguate per dire le solitudini immotivate, acute, improvvise, più intuite che pensate, lampi che attraversano il corpo e la mente senza lasciare traccia, senza depositarsi negli archivi della memoria. Eppure alcune espressioni temporali quali – “tra non molto”, “quasi subito”, “prima o poi”, “presto o tardi” – che ci aiutano a collocare quegli stati mentali negli interstizi del tempo, nelle intermittenze del cuore. Quando questo avviene? Nell’intervallo tra l’attesa e l’evento, in una scollatura che non ne fa più coincidere i lembi.

Un esempio in cui tutti possiamo riconoscerci.

Supponiamo di stare aspettando una persona amata, che tra poco suonerà alla nostra porta. L’attesa non è mai vuota perché la mente, che teme l’ignoto, si affanna a pre-vedere, proprio nel senso di vedere prima, di prefigurare l’assente. Eppure, quando apriamo la porta, scopriamo con stupore che l’ospite che ci sta di fronte è sempre diverso da quello che ci saremmo aspettati d’incontrare. Attesa e sorpresa non coincidono mai.

Una esperienza analoga accade all’inizio della vita, nel corso del primo, fondamentale incontro della madre con il figlio appena nato. Durante i nove mesi della gravidanza, al grembo pregno corrisponde una mente piena, una evocazione del nascituro che non può ridursi al test di gestazione, ai controlli periodici, ai riscontri ecografici. Il bambino che nascerà è già nella mente della madre, come possiamo rilevare dai sogni, dai pensieri, dai sintomi delle gestanti.

Secondo il titolo di un bel libro di Eugenio Borgna, Noi siamo un colloquio, pensare è sempre dialogare, essere con, procedere insieme. Persino quando si parla tra sé e sé si evocano interlocutori assenti o presenti, vivi o morti, reali o immaginari.

Prima ancora di venire al mondo il nuovo nato ha già avuto un predecessore nella immaginazione materna, nel fantasma che ho chiamato “il bambino della notte”, una imago cangiante che compare tanto nell’inconscio individuale quanto nell’immaginario condiviso, quello che si esprime nei riti, nei miti, nelle favole e nel folklore.

Una conferma del fatto che ciascuno di noi ha avuto un doppio, una sorta di sosia prenatale si può ritrovare nella pittura rinascimentale.

In quell’ambito culturale sensibile all’arcano, curioso degli aspetti criptici del mondo, capace di intercettare l’inconscio attraverso la magia, l’alchimia, il sogno e la follia, è stato possibile rappresentare l’altra scena della maternità. Nelle immagini di Maria Vergine, dipinte dai maggiori artisti dell’epoca (Leonardo, Tiziano, Raffaello, Correggio, Bronzino, Botticelli, Mantegna, Pontormo e altri ancora) i bambini sono due: Gesù Bambino e il quasi coetaneo San Giovannino, il profeta che, dopo aver vissuto da eremita nel deserto, annuncerà la venuta di Gesù. In queste coppie di infanti è facile riconoscere, per tanti simbolici richiami, il bambino della notte e il bambino del giorno. In seguito quella consapevolezza è andata perduta e, con essa, l’impegno richiesto alla mente materna al momento dell’incontro tra il bambino atteso e il figlio reale.

Nelle ultime generazioni di mamme, utenti di Internet come gli adolescenti analizzati la volta scorsa da Charmet, la riflessione interiore, l’introversione, il dialogo tra sé e sé, la meditazione assorta, sono stati sostituti dalle conversazioni in chat, da relazioni virtuali, da scambi simbolici che sostituiscono quelli reali. Proiettandosi nella Rete, conversando tra mamme, l’argomento centrale diviene la loro relazione a scapito dei contenuti. Mentre condividono le emozioni del momento, dimenticano di prepararsi all’evento, mentre acquistano competenze sul fare, trascurano di approntare la mente, il grembo psichico, a contenere il figlio che nascerà. Dopo il parto, spesso cesareo, il bambino appena nato viene rapidamente mostrato ai genitori e, soltanto dopo averlo accuratamente esaminato e valutato, consegnato alla mamma.

E qui avviene un evento invisibile, quasi inconsapevole: la seconda nascita, quella psichica. Quando il corpo materno si apre al primo abbraccio, come d’incanto il bambino della notte svanisce al confronto con quello del giorno. Il contenimento del suo piccolo corpo, caldo e vivo, mette in fuga il fantasma dell’attesa. Ma l’ospite che sopraggiunge è sempre diverso da quello immaginato, segnato da una estraneità che deve essere familiarizzata. In questo senso siamo tutti figli adottivi. Nell’intermezzo tra l’evanescenza del sogno e il riconoscimento della realtà, tra il passato e il futuro, cade la fredda lama della solitudine, il taglio che separa il “prima” dal “dopo” parto, la gestazione dalla filiazione. Non a caso Borgna aveva definito la solitudine “stella del mattino”. Il fantasma che se ne va lascia al suo posto un calco vuoto, un’ombra ormai impercettibile. Eppure capace di suscitare nella puerpera un senso di perdita e di lutto che appare a lei stessa immotivato. Ciò spiega la depressione, più o meno grave, che colpisce tutte le donne dopo il parto.

In quel momento avrebbero bisogno di silenzio, di presenze discrete, di disponibilità sommesse per mobilitare le potenzialità affettive ed emotive necessarie per tollerare il vuoto e accogliere il nuovo. Scatta invece, in conformità a una società eccitata, incapace di comprendere i sentimenti in penombra, di tollerare la malinconia e il rimpianto, la baraonda dei festeggiamenti. La stanza della puerpera viene invasa da parenti, amici e conoscenti, frenetici nello scattare foto, portare fiori, regali, informarsi, congratularsi, auto-invitarsi a casa dei novelli genitori. Per la mamma, frastornata dal parto, è difficile riconoscersi un po’ infelice quando tutti la vogliono assolutamente felice.

In tal modo viene invaso lo spazio e il tempo del primo incontro, quando la madre, prendendo tra le braccia un cucciolo della razza umana, lo riconosce figlio e, come tale, unico, impareggiabile, insostituibile, uguale solo a se stesso. Dobbiamo a quella seconda nascita la nostra convinzione, per altro mai dimostrata, di essere persone uniche, opere d’arte non riproducibili, capolavori che non avranno copie. La genealogia umana non procede, come quella animale per riproduzione, ma solo per procreazione, dove la creatività si avvicina più che mai a quella attribuita agli dei. Mettere al mondo un bambino è un atto creativo nel senso più forte del termine e, come tale, richiede una condizione di solitudine partecipata, di silenzio condiviso, di premurosa accoglienza. Ma nella società della fretta non vi è più tempo per la vita interiore, per stare soli con se stessi. Per fortuna sopraggiunge talora l’insonnia a restituirci insperati margini di solitudine, deserti dove perdersi per ritrovarsi, dove connettere la fantasia al mondo, la presenza all’assenza.

Il figlio che non è stato accolto nella mente profonda della madre è condannato a sentirsi solo per tutta la vita. Le prime fobie sono quelle dell’oscurità e della solitudine. A entrambe è comune il fatto che si avverte la mancanza della madre. “Udii un bambino”, racconta Freud, “che aveva paura al buio, gridare dalla stanza vicina: «Zia, parlami, ho paura». «Ma a che ti serve? non mi vedi mica»; e il bambino. «Se qualcuno parla, diventa più chiaro». La nostalgia provocata dall’oscurità viene quindi trasformata in paura dell’oscurità”. (S. Freud, L’angoscia, volume 8, p. 559). Come osserva Salvatore Veca nel suo libro a me più caro, L’incertezza: “nella solitudine la paura categorica di perdersi è saliente e riconoscibile” ( p. 274).

Solo se il nuovo nato, gettato nel mondo, come dice Heidegger, troverà una mente pronta ad accoglierlo e disponibile a pensare insieme sarà in grado, crescendo, di tollerare la solitudine esistenziale e quella interstiziale che traspare negli snodi della vita, quando qualche cosa si perde e qualche cosa si guadagna e per uno che va, un altro sopraggiunge a prenderne il posto. Ma non subito. E non sempre.

Solitudine e innamoramento

Un ulteriore spiraglio di solitudine si apre nel corso del primo amore, dell’amore allo stato nascente, quello che inaugura la relazione sentimentale che, per essere la prima, risulterà impareggiabile.

Gli innamorati”, canta Gino Paoli, “sono sempre soli, soli sulla strada, soli nella notte…”. Ma questa solitudine a due la chiamerei piuttosto intimità escludente, isolamento protettivo, legame selettivo.

La solitudine straziante è un’altra cosa, è l’emozione che assale gli innamorati presi nella contraddizione di unione e separazione perché mentre convergono tra di loro si distaccano dalla famiglia. Un distacco tanto più doloroso quanto più forte è stato l’attaccamento.

Ai
primi oggetti d’amore, i genitori, si sostituisce una nuova figura, il partner su cui in quel momento si proiettano tutti i sentimenti amorosi.

Nella nuova avventura, padre e madre non saranno più accanto a loro come angeli custodi, e gli innamorati dovranno procedere da soli verso l’ignoto. Mentre una spinta vitale li sospinge l’uno tra le braccia dell’altra facendoli volare sopra i tetti come gli amanti lunari di Chagal, improvvisamente si voltano indietro e vedono con sgomento allontanarsi le rovine dell’infanzia ormai finita mentre i genitori, che li avevano sinora accolti e protetti, si ritraggono sullo sfondo, diventando piccoli piccoli, come tutte le cose lontane.

Ma le solitudini qui evocate, per quanto simili, provocano differenti effetti: quella della madre che riconosce il figlio è una solitudine creativa, quella dell’adolescente che procede impavido verso l’amore, è una solitudine emancipativa.

Tra andare verso e allontanarsi da, in quella frattura dello spazio e del tempo, cade l’ombra della solitudine esistenziale che, nel meriggio della vita, ne preannuncia il tramonto. La riconosciamo nei fulminanti versi di Quasimodo: “ognuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera”.

Una solitudine da tutti condivisa eppure schermata dall’appartenenza a una comunità, a una famiglia, a una lingua, a una cultura.

In quanto elaborata culturalmente, la solitudine esistenziale risulta intellettualmente accettabile, più difficile appare invece riconoscere la solitudine acuta, inattesa, lacerante che paradossalmente accompagna, tra presenza ed evanescenza, gli incontri più importanti della nostra vita.

Lo squarcio che essa provoca nella continuità del tempo cronologico, quello che procede verso il futuro, lascia intravedere la corrente sotterranea che scorre in senso opposto, nella direzione del passato, là dove l’inizio e la fine si ricongiungono, dove gli elementi vitali si spengono nella materia inerte da cui sono sorti. Freud, riprendendo concezioni filosofiche come quelle di Empedocle e Schopenhauer, chiama questa corrente “pulsione di morte”.

La deriva che va dall’organico all’inorganico, benché sia evidente in ogni manifestazione della vita, è così generica che ci lascia emotivamente indifferenti. Diventa perturbante solo quando, come accade negli stati di solitudine acuta, comprendiamo, in un frammento di verità, che essa ci riguarda, ci coinvolge trascinandoci là dove non vorremmo sapere che stiamo andando. Come canta Leopardi, con la consapevolezza dell’artista: “Vo dove ogni altra cosa/ Dove naturalmente/ Va la foglia di rosa/ E la foglia d’alloro” (G. Leopardi, Canto xxxv, Imitazione).

Cogliamo allora, nella caducità del tutto, la nostra estrema vulnerabilità, la nostra inesorabile finitezza. Si tratta indubbiamente di esperienze dolorose ma, se accolte dalla mente ed elaborate dal pensiero, ci preparano ad avvicinarci serenamente alla fine.

In fondo, negli incontri imprevisti con la solitudine, nella rivelazione del contro-tempo che essa reca con sé, possiamo scorgere, come negli squarci d’azzurro che trapelano tra le nuvole infuocate del tramonto, il volto della nostra vita che dolcemente ci dice addio.

*Psicologa e Docente di Psicologia dinamica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pavia.


[1]             Questo articolo è tratto da un intervento tenuto da Silvia Vegetti Finzi a Milano nel Palazzo dei Giureconsulti il 13 Ottobre 2011 in occasione del primo incontro dei Seminari organizzati dall’associazione Vidas su “Le Solitudini”.