SPORT “SENZA FRONTIERE”

Note pedagogiche e pratiche educative

In un mondo in cui coesistono individui, comunità e culture differenti si pone come necessario focalizzare l’attenzione pubblica sui problemi della relazione, dell’incontro e della coesistenza come basi di processo educativo nel quale lo sport diventi occasione di incontro e di confronto tra gli uomini.

Intercultura e dintorni: uno sguardo allo sport

Viviamo oggi in un mondo pluralistico, nel quale coesistono più o meno pacificamente individui e comunità, che hanno visioni del mondo e culture spesso difficilmente conciliabili tra di loro. La società odierna è un patchwork di realtà differenti e desiderose di affermarsi. La globalizzazione[1] è condizione necessaria e generale di vita. Diviene focus di interesse scientifico e non solo riguardo all’attuale questione dell’educazione interculturale[2]. Questa nuova situazione, con assoluta priorità, sottopone all’attenzione di tutti noi i problemi della relazione, dell’incontro e della coesistenza delle differenze. Parlare, oggi, di intercultura è una necessità assoluta e una responsabile scelta culturale.

Essa potrebbe essere considerata base di una pedagogia intesa come sapere prassico-poietico e progettuale, il cui tèlos sia il reale miglioramento delle condizioni e pratiche di vita. Necessaria, a tal proposito, è una riflessione sul valore educativo e culturale della pratica sportiva, strumento educativo incisivo sulla condizione umana. Occuparsi del dialogo interculturale, allora, è un impegno educativo.

Intercultura è sinonimo di pluralità di punti di vista; è richiamo alla necessità di tuffarsi nella profondità della condizione umana, per comprenderne la molteplicità e la complessità interiore. L’intercultura, a buon diritto, necessita di una riflessione approfondita sui meccanismi, che legano la progettualità teorico-disciplinare con la concreta azione educativa spendibile in ogni campo del sapere. L’educazione allo sport potrebbe esserne una chiave interpretativa.

La società odierna, molteplice per definizione, dovrebbe trovare nel rispetto delle differenze, delle minoranze, dei diritti dell’essere umano i suoi pilastri portanti. È per noi un dovere ineludibile comprendere il valore del pluricentrismo etnico e culturale, valorizzando la differenza come momento di rafforzamento e crescita della propria identità e strumento di relazione e confronto con l’altro. Lo sport è occasione di incontro e di confronto tra gli uomini.

Le problematiche attinenti al progressivo ampliarsi del fenomeno migratorio e all’ampliamento del tessuto connettivo urbano estendono a livello planetario le problematiche di coesistenza di culture differenti. Spesso si fa un uso indiscriminato di termini quali “multicultura” e “intercultura”[3]. In realtà, il significato dei termini è distinto e specifico. Concentriamoci sulla multicultura, cioè la compresenza su uno stesso territorio di popoli diversi per etnia, lingua, cultura, senza che questo comporti necessariamente confronto, incontro, scambio. Una situazione statica del fenomeno, che prende solamente atto dell’esistenza di una pluralità di popolazioni all’interno di uno stesso contesto territoriale. Caso emblematico sono le Olimpiadi, kermesse di strategica importanza culturale ed educativa, che proietta sua scala planetaria non la cultura dell’uomo, ma la “cultura degli uomini”. L’evento olimpico è un mezzo per sollecitare trasformazioni culturali, che portano a un cambiamento di atteggiamento rispetto alla pace e alla cultura delle differenze (De Coubertin docet). La ricerca della pace è un tema che sta molto a cuore al famoso barone francese e la bandiera olimpica simboleggia proprio questo. Essa è rappresentata su sfondo bianco, con al centro il famoso simbolo olimpico, cioè i cerchi. Ogni cerchio ha un colore diverso a cui è associato un continente: il verde all’Europa, il giallo all’Asia, il nero all’Africa, l’azzurro all’Oceania e infine il rosso all’America. I cinque anelli concatenati l’uno con l’altro, simboleggiano l’unione dei cinque continenti, ovvero il legame che esiste tra i popoli. La bandiera olimpica metaforicamente è l’incontro, la fratellanza e l’universalità dei Giochi Olimpici. Nella cultura occidentale e non solo, il valore del gioco è di fondamentale importanza, e ancor di più il sistema di valori al quale è connesso.

Le Olimpiadi vanno collocate sia nella grandezza e nella universalità dell’evento stesso, che in una dimensione salutista e igienista[4]. Lo sport come occasione trasversale tocca ogni sfera a cui l’uomo è relazionato.

Parlare di intercultura vuol dire anche ricercare forme, strumenti, occasioni per sviluppare un confronto e un dialogo costruttivo e creativo. Presuppone la capacità e la volontà di promuovere situazioni di analisi e comparazioni di idee, valori, culture differenti alla ricerca di intese e di punti di incontro, che non annullino le differenze, ma che le esaltino attraverso un intreccio dialettico di scambi necessari per il reciproco riconoscimento. Se la multicultura rappresenta una condizione oggettiva di compresenza di più culture tra loro, l’intercultura è la risposta educativa alla società multiculturale e multietnica. Su questa base è possibile delineare, allora, l’idea di una “trans-cultura” capace di attraversare e oltrepassare i confini delle singole culture. È un’idea che si fonda sul riconoscimento dell’appartenenza alla comune specie umana e alla comune terra-madre. Fondamentale risulta essere la condivisione di un progetto di cittadinanza planetaria sorretta dai principi e dai valori di un’etica cosmica. Con questi parametri, la nostra Europa va necessariamente analizzata sia nella sua unità antropologica che nelle sue diversità individuali e culturali.

Nel caso delle istituzioni scolastiche, è necessario riflettere sulla necessità di utilizzare strumenti educativi nuovi e più efficaci sia per il percorso formativo degli individui sia per rispondere fattivamente alle mutate esigenze della territorialità. Oggi più che mai, affrontando i problemi primari dell’educazione, bisogna “guardare il mondo” in maniera riflessiva e comprensiva, con la consapevolezza che lo studio del pianeta-uomo non possa prescindere dall’analisi dell’essere-con, cioè il carattere strettamente intersoggettivo di qualunque interazione umana. Lo sport è occasione di interpretazione di questa nuova dimensione umana.

La pratica sportiva e l’azione pedagogica

L’educazione allo sport è stata ritenuta, esclusivamente (e purtroppo da tempo immemore), esercizio fisico e preparazione tecnica. Lo sport è molto di più; è necessariamente legato alla dimensione educativa e a quella ludica. Con il passare degli anni l’elemento più significativo, che lo ha identificato, è stato considerato il gioco, lo svago, il divertimento (valenza che ne richiama l’intrinseco valore etimologico, dal francese deport). L’attività sportiva, successivamente divenuta seria, professionale e non più spontanea, perde forse la sua ragion d’essere ludica e di espressione personale dell’individuo; mantiene, però, in sé l’idea di competizione (in greco agòn). La pratica sportiva è esperienza di vita e di crescita dell’essere umano. Essa non deve mai perdere il suo spirito ludico, pur mantenendo una forte impronta educativa e di intervento sulla formazione della persona. Oggi purtroppo lo sport è stato privato fortemente di questi elementi e spesso diviene strumento di spettacolarizzazione, di divismo e/o di business. Epurarlo in parte da sovrastrutture devianti, che si allontanano dalla sua vera essenza è operazione culturale dal grande significato, che comporta assunzione di responsabilità, coscienza collettiva e precisa prassi educativa. Parlare di assunzione di responsabilità spinge a pensare a una “pedagogia della responsabilità”, strumento di azione nella pratica di vita.

L’attività sportiva è indiscutibilmente strumento efficace dell’azione pedagogica; la prassi educativa abbisogna di una sinergia di interventi tra tutte le agenzie formative: famiglie, scuola, associazioni culturali, enti formatori.

L’improvvisazione e l’impreparazione da parte delle agenzie formative sono ostacoli a un concreto miglioramento della società. È la nuova scommessa della società odierna. Deve nascere una nuova coscienza collettiva, che rappresenti un’unitas multiplex[5] e implichi una nuova comune idea di Europa. I cittadini europei dovrebbero “percepire” la loro identità in relazione alle singole alterità, che compongono il panorama culturale comunitario. L’educazione sportiva, le gare e le manifestazioni sportive rappresentano occasioni di attuazione di questo progetto educativo. Questa la nuova avventura dell’umanità e della società, che diviene una comunità in perenne fieri, che deve mettere e mettersi in discussione. È una sfida culturale, che deve elaborare nuove strategie e ricostruire una sua nuova identità alla luce di un armonico e bilanciato rapporto tra le sue parti.

Lo sport, fondato sul concetto di playing, pone come finalità educativa primaria la formazione globale dell’uomo. L’attività sportiva non è il riduttivo “superamento dell’altro, ma sinonimo di impegno, sacrificio, amore.

Gioco e sport vengono attraversati dalla reciprocità e di conseguenza sono volti a ricercarla e ottenerla. La reciprocità pone in relazione i “giocatori” ed è alla base di qualsiasi “gara”, cioè di qualsiasi confronto sportivo.

La socializzazione è obiettivo educativo sia per lo sport che per il gioco. Essi sono occasioni di relazione con gli altri e di confronto con diverse situazioni. Sport e gioco stimolano le abilità intellettive del soggetto, favorendone la crescita intellettiva-cognitiva. Sviluppano la creatività interessando i vari livelli “di comprensione, di memoria, di ragionamento”[6], di orientamento spaziale. Attraverso il percorso ludico-sportivo l’allievo potenzia la sua creatività e originalità. La pratica sportiva è anche occasione di assunzione di responsabilità e di rispetto delle proprie scelte nella dimensione individuale e collettiva. Attraverso la gara, la persona acquisisce consapevolezza, spirito di gruppo e solidarietà.

L’educazione sportiva e la cultura dei diritti umani

Rispettare i diritti umani vuol dire credere in un modello politico e in un modus vivendi, che trovino nel dialogo, nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco la loro ragion d’essere. L’educazione sportiva è un possibile strumento di attuazione di questo progetto di vita. Lo sport e la pratica sportiva sono diritti inalienabili dell’essere umano. È altresì un modo di interpretare la nostra Weltanschauung, i nostri standard di vita, i modelli culturali, ma anche il sistema democratico in cui viviamo, o almeno così dovrebbe essere! La democrazia è un sistema di convivenza pacifica e un «laboratorio d’incubazione», in cui nasce la riflessione politica sulla forma di governo che, secondo una “definizione minima” di Karl Popper, è «quel regime in cui è possibile sbarazzarsi pacificamente dei governanti»[7].

Codice identificativo del sistema democratico è l’aggregazione in gruppi; lo sport mantiene in sé una forte vocazione alla socializzazione ed è uno strumento fortemente aggregativo. La vocazione alla pluralità è la sua ragion d’essere. Praticare attività sportiva e indirizzare i giovani (e meno giovani) all’educazione fisica è un chiaro segnale di consapevolezza umana e formazione critico-autonoma.

Nella società odierna è necessario favorire comportamenti positivi e critici, che sostengano un’educazione civile, improntata al rispetto del corpo e della mente, in chiave individuale e anche collettiva. Parlare in termini di fiducia nei confronti dell’altro vuol dire mettersi continuamente in discussione anche attraverso l’educazione fisica. Lo sport abbatte le barriere. Popoli e culture hanno le loro “note distintive”, strumenti unici di decodificazione e comprensione degli uomini. Forse lo sport è strumento di individuazione di particolari “coloriture culturali”. In tal senso è fondamentale promuovere la qualità dei rapporti interpersonali tra gli individui attraverso percorsi di crescita, che trovino nelle pratiche educative dello sport e dell’intercultura la loro ragion d’essere. È necessario attivare forme di partecipazione attiva, ottimizzando lo spazio degli individui in qualsiasi contesto operino. In quest’ottica la pratica sportiva è strumento di promozione dell’integrazione/interazione educativa e sociale degli uomini; si agevolano interventi di promozione del benessere volto a incrementare l’incontro e la partecipazione attiva alla crescita formativa. Favorire processi di comunicazione e dialogo ha come obiettivo la creazione di un fattore protettivo e di eliminazione di pericolose occasioni di isolamento. L’educazione allo sport è strumento di promozione di una convivenza basata sulla cooperazione, lo scambio, l’accettazione produttiva della differenza come valori e opportunità di crescita democratica.

A tal proposito forte è il richiamo dei giochi olimpici a ideali di pace e confronto. Lo sport è un linguaggio universale, che accomuna tutto e tutti. I giochi olimpici, nell’antica Grecia, addirittura facevano cessare qualsiasi tipo di ostilità e rappresentavano un momento di grande sincretismo culturale, in cui coesistevano elementi differenti di culture differenti. Indubbiamente la forma mentis olimpica era alimento per lo spirito agonistico del superare gli altri, del primeggiare ad ogni costo, ma non a discapito del rispetto delle regole o della dignità dell’avversario. Questo modo di pensare non caratterizzava solo l’educazione atletica (agonistica), bensì rientrava in tutti gli ambiti della vita.

La Grecia descritta da Omero è una società propensa alla guerra e a quei principi individuali che prevedono successo, egoismo, forza (ma non solo). La dimensione educativa, inizialmente, si basava puramente sull’atto eroico. La cura del corpo era al centro della vita di ogni uomo greco.

Le Olimpiadi, oltre a rappresentare l’insieme di tante gare sportive, favorivano “lo sviluppo di ogni forma artistica”[8]. Si svolgevano, infatti, agoni, cioè dei concorsi di ispirazione artistica, “gare letterarie”, che interessavano poeti, musicisti, pittori e filosofi. La città di Olimpia diveniva melting pot e crocevia, non solo di atleti, ma anche di importanti filosofi e uomini di cultura, come Platone e Aristotele. È chiaro, allora, che i giochi olimpici favorirono una mescolanza di tradizioni e culture differenti.

La cultura olimpica, allora, secondo molti studiosi, non ha solo una dimensione antropologica e culturale, ma ha costituito anche un format, che ha, poi, caratterizzato il modello educativo vincente della Grecia antica.

L’oltrarsi: sport, identità e ricerca dell’alterità!

Da quanto detto, particolarmente significativo è un pensiero di Morin secondo cui: “… la nostra educazione ci ha insegnato a separare, compartimentare, isolare, e non a legare le conoscenze, l’insieme di queste costituisce un puzzle intelligibile […]; l’incapacità di organizzare il sapere sparso e compartimentato porta all’atrofia della disposizione mentale naturale, a contestualizzare e a globalizzare[…].

Così, più i problemi diventano multidimensionali, più si è incapaci di pensare la loro multidimensionalità; […] più i problemi diventano planetari, più diventano impensati. Incapace di considerare il contesto e il complesso planetario, l’intelligenza cieca rende incoscienti, irresponsabili”[9].

La nostra è una società complessa, con problematiche complesse, pertanto dobbiamo essere semplici nei nostri ragionamenti e tentare di ritornare alla “pianta uomo” nella sua intima essenza. Forse l’educazione sportiva, intesa come percorso umano di formazione per il raggiungimento di un equilibrio psico-fisico, è una delle vie più sane.

I giochi olimpici erano certamente una grande vetrina, che divulgava e trasmetteva coram populo i valori di fratellanza, convivenza pacifica tra gli uomini (venivano sospese le attività belliche[10] qualsiasi atleta vincitore veniva apprezzato per le sue qualità atletiche senza considerare la provenienza geografica,
culturale o l’estrazione sociale), rispetto delle regole e della sana competizione.

Fare meno la guerra e praticare di più attività sportiva!

Purtroppo non sempre i modelli educativi e culturali odierni (o comunque la comune percezione delle cose) favorisce una serena e approfondita riflessione sui percorsi culturali, che poi hanno fondato il nostro apparato identitario.

La nostra è la società del paradosso. Già nell’idea stessa di società o di Europa è insita l’idea di gruppo, di comunità, di comprensione (anche se cerchiamo sempre di farne a meno!). Viviamo in un mondo dove la diversità e la differenza dovrebbero realmente essere considerate tesori da salvaguardare, risorse da sfruttare e non elementi da ghettizzare o da distruggere (mi riferisco anche e non solo al dramma dell’incomunicabilità e della voglia di prevaricazione e sopraffazione nella vita quotidiana, in quella lavorativa, nelle istituzioni preposte per definizione all’educazione e alla formazione, come scuole e università… ma questa è un’altra storia!).

Credo, invece, che per un corretto approccio interpretativo dell’alterità e concreta attuazione di pratiche educative, l’educazione allo sport possa essere una ricetta vincente e aprire nuovi orizzonti culturali.

Lo sport è strumento educativo e culturale per il raggiungimento di un equilibrio psico-fisico armonico e totale, ma serve anche a imparare, dal confronto sportivo, il rispetto per le regole, per l’avversario e per la trasparenza del proprio agire. L’avversario va rispettato non solo perché tale nell’agone competitivo, ma anche e soprattutto nella sua unicità di uomo. Oggi si può perseguire la pace, il dialogo e la tutela dei diritti umani, rivalutando e traendo dal passato spunti di profonda catarsi interiore, passando poi dall’analisi al reale miglioramento delle condizioni di vita quotidiana. Stimolare allo sport vuol dire rendere concreto il dialogo tra i popoli e tra gli individui, in generale, e investire su uno strumento culturale di grande incisività educativa, garanzia di una pace concreta e duratura, cominciando dal nostro futuro, i giovani.

Docente di Pedagogia generale e sociale, Università degli Studi di Palermo

Suggerimenti bibliografici

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Mei P., Pescante M., Le antiche Olimpiadi. Il grande sport nel mondo classico, Milano, Rizzoli, 2003.

Morin E., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001.

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Moscato M.T., Il viaggio come metafora pedagogica. Introduzione alla pedagogia interculturale, Brescia, Editrice La Scuola, 1994.

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Piantoni  G., Diritto allo stadio: sport, costume e valori, prefazione di C. Cannavò, Milano, V&P, 2005.

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Catapane, A., Psicomotricità e pedagogia dello sport, Roma, A. Armando, 1984.

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Bottignole S., Lo sport dei valori, prefazione di S. Simeoni, Torino, Bradipolibri, 2005.

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Il mito del corpo nella società contemporanea: atti del Ciclo di aggiornamento per insegnanti organizzato dall’Istituto Gramsci Emilia Romagna e dal Centro studi UISP Emilia Romagna Bologna, Edizioni di Area Uisp, 1996.

[1] F. Cambi, Intercultura: fondamenti pedagogici, Carocci, Roma, 2001.

[2] Per ulteriori approfondimenti su queste tematiche rimando a M.T. Moscato, Il viaggio come metafora pedagogica. Introduzione alla pedagogia interculturale, Editrice La Scuola, Brescia, 1994.

[3] Cfr. F. Pinto Minerva, L’intercultura, Roma-Bari, Laterza, 2002.

[4] G. Bonetta, Corpo e nazione: l’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco Angeli, 1990; Id., Il secolo dei ludi: sport e cultura nella società contemporanea, Roma, Lancillotto e Nausicaa, 2000.

[5] La difficoltà di pensare la nuova Europa scaturisce dalla necessità di pensare l’identità nella “non identità”. La complessità europea si fonda su complementarità, antagonismo e concorrenzialità delle singole parti. Cfr. E. Morin, Pensare l’Europa, Milano, Feltrinelli, 1990.

[6] Ivi, p. 108.

[7] M. Bovero, Contro il governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 147.

[8] P. Mei, M. Pescante, Le antiche Olimpiadi. Il grande sport nel mondo classico, Milano, Rizzoli, 2003, p. 65.

[9] E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001, p. 43.

[10] I greci chiamavano questo periodo ekecheirìa, la cosiddetta tregua olimpica, ovvero totale astensione dall’uso delle armi; cfr. Accademia Olimpica Nazionale Italiana, La XV Sessione della Accademia Olimpica Nazionale Italiana. Giochi olimpici:parametri culturali e morali, Roma, AONI, 2004. Per la precisione ricordiamo che il territorio del santuario di Olimpia era territorio sacro, pertanto inviolabile. Era un po’ come il Rubicone per i Romani: nessun esercito o soldato armato poteva oltrepassarne i confini, pena la dichiarazione di essere considerato nemico pubblico oppure empio (ancor peggio!). La tregua garantiva facilità e sicurezza negli spostamenti per atleti, curiosi, visitatori e artisti. Tale pace garantiva asilo politico a chi andava a Olimpia e severissime pene ai trasgressori di questi accordi.

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