Star bene con i cavalli

Prati e boschi, cavalli al pascolo, cani gatti pulcini e due asinelle che ti vengono ad annusare….

Un ambiente sereno e rilassante dove diventa naturale in poco tempo “cambiar codice”: levarsi di dosso la schematicità dei rapporti usuali (a casa, a scuola, al lavoro, in ambulatorio …) per immergersi in un mondo di segnali e vibrazioni che arrivano direttamente, senza mediazioni, e che immediatamente richiedono una risposta:
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la paura del cane che si muove troppo velocemente, il fiato caldo dell’asinella, il muso troppo grosso del cavallo, la voglia di accarezzarlo, il rendersi conto di essere troppo piccoli, di non avere la possibilità di scappare da soli, di non sapere come fare per giocare con questo yo-yo che ti attira con forza verso questi esseri così potenti e allo stesso tempo ti allontana …
Si entra in un gioco che i grandi incominciano a gestire con la ragione e le parole, e che i bambini – e chi come loro è poco abituato o impossibilitato a usare il verbale – se li lasciamo fare giocano immediatamente attraverso il proprio corpo: arretrano, si avvicinano, allungano la mano, la ritirano, sondano gli spazi e i tempi propri e dell’altro.
Ed è in quel momento che avviene il miracolo della comunicazione: il corpo enorme caldo e peloso del cavallo sta facendo esattamente la stessa cosa fiutando e sondando il corpo inquieto, ma mai predatorio, del bambino o il corpo incerto e spesso sottostimato della persona “diversamente abile”. E i due corpi, le due menti, le due energie incominciano a incontrarsi e a fondersi. Con i loro tempi, i loro modi, i loro linguaggi.
E’ un momento che si traduce di solito in un profondo respiro del cavallo, e in un rilassamento completo dei muscoli del bambino, o del diversamente abile. Da lì comincia il gioco del movimento, il dondolamento, il lasciarsi trasportare, la vibrazione tutta interiore che passa da un corpo all’altro e dice “vai” o “fermati”, l’adattamento reciproco, l’ascolto reciproco, le orecchie tese del cavallo e lo sguardo attento e qualche volta bloccato di chi ci sta sopra, fino al respiro più profondo e regolare di tutti e due.

E’ un gioco di linguaggi che si coglie solo nel silenzio, creando una situazione di sicurezza e di presenza discreta, esattamente come nei nidi migliori si permette ai bambini di 8 mesi o a quelli di 20 di stare cinquanta minuti con il cesto del tesoro o con il gioco euristico a esplorare, sperimentare, imparare, scoprendo il mondo e il proprio corpo in relazione.

Mettersi a disposizione di questo gioco vuol dire imparare a essere i professionisti un po’ magici dell’organizzazione dell’ambiente, della comunicazione, delle attività e delle proposte per qualcuno che convive col disagio, che sa di avere un corpo inadeguato, che sfugge a sguardi e sorrisi.
Il risultato non è una magia: è il benessere ritrovato, la sensazione di corpi più in equilibrio, di sguardi più consapevoli, di sorrisi più diretti.

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