Suggestioni educative e proposte metodologiche dal mondo dell’Instructional Design

Suggestioni educative e proposte metodologiche dal mondo dell’Instructional Design

L’Instructional Design è quella disciplina che si occupa di formalizzare modelli, metodi, strategie e procedure didattiche capaci di ottimizzare i processi di creazione della conoscenza. L’instructional designer è invece colui che interviene nella progettazione di eventi formativi per allestire e gestire impianti didattici mutuati da teorie scientifiche e relative modellizzazioni.

di Massimo Bellagente*

di Massimo Bellagente*

L’Instructional Design: una tradizione di studi poco conosciuta

In Italia pochi sanno cos’è l’Instructional Design e che razza di mestiere sia mai l’instructional designer. Spiegarlo in poche parole non è facile anche per chi ha svolto per qualche anno questa professione. Volendo proporre una definizione di massima, potremo dire che l’Instructional Design è quella disciplina che si occupa di formalizzare modelli, metodi, strategie e procedure didattiche capaci di ottimizzare i processi di creazione della conoscenza. L’instructional designer è invece colui che interviene nella progettazione di eventi formativi per allestire e gestire impianti didattici mutuati da teorie scientifiche e relative modellizzazioni. La disciplina si è sviluppata essenzialmente negli Stati Uniti dove gli studiosi più seri hanno cercato di elevarla al rango di Scienza Applicata, anche se “i lavori sono in corso da tempo” e a livello teorico esistono ancora alcune questioni aperte che ostacolano la definizione di una sua identità chiara e condivisa. In genere, dal dibattito sulla natura dell’Instructional Design scaturiscono idee, spunti e riflessioni di tipo pragmatico che non lasciano indifferente chi vuole operare nel campo della formazione avvalendosi di teorie che abbiano spessore e dignità scientifica. Per questo, vale la pena di ascoltare quel che ha da dire questa tradizione di studi così poco conosciuta da noi.

Innanzi tutto, bisogna premettere che il termine “Instructional Design” è poco noto in Italia ma non in altre realtà, essendo già in uso negli Stati Uniti fin dagli Anni ‘60 e, secondariamente, occorre precisare che non è semplice trovare una sua traduzione in italiano che risulti linguisticamente aggraziata (Progettazione Istruzionale, Progettazione della Formazione…); per questo, forse, si preferisce utilizzare l’originario anglosassone.

Se qualcuno vuole saperne di più sull’argomento e cerca contributi nella letteratura esistente o visita in rete i siti specializzati (quasi sempre americani), trova sicuramente molto materiale (in lingua inglese), ma scopre presto che chi si occupa di Instructional Design tende ad enfatizzarne una dimensione (magari quella tecnologica) a scapito delle altre (quella psicologica, ad esempio). Spesso anche gli studiosi che si sforzano di affinare il livello di formalizzazione della disciplina utilizzano linguaggi settoriali e propongono visioni piuttosto unilaterali.

In questo senso, possiamo evidenziare almeno tre punti di vista teorici che ricorrono più frequentemente in letteratura:

– ci sono visioni mono-dimensionali un po’ restrittive, di cui fa eco Wikipedia, che si limitano a focalizzare solo gli aspetti tecnologici della disciplina legati agli sviluppi della informatica;

– ci sono visioni multi-dimensionali un po’ dispersive, come quella proposta da Berger e Kam[1], che enfatizzano i vari aspetti della disciplina (l’Instructional Design come processo, come disciplina, come scienza, come realtà, come sistema, come tecnologia) senza giungere però ad una formulazione definita che le conferisca un’identità precisa;

– ci sono infine concezioni che si sforzano di garantire la multi-dimensionalità della disciplina integrandola in visioni d’insieme unitarie e ben strutturate sul piano scientifico. Sono opera essenzialmente di autori statunitensi come Reigeluth[2] che si mostrano particolarmente impegnati a definire lo statuto epistemologico dell’Instructional Design. In Italia, i contributi non sono molti; tra di essi spicca quello fornito alcuni anni fa da Ranieri[3].

Pur nella loro diversità, i vari approcci presentano comunque un tratto comune: l’orientamento alla prassi. Infatti, essi sembrano quasi più interessati all’applicazione pratica dei modelli istruzionali che alla riflessione sui loro stessi fondamenti teorici. Tale orientamento, ispirato molto spesso alla logica del controllo di processo, ha generato una serie di metodologie progettuali che sono state ampiamente utilizzate da scuole, università e aziende d’oltreoceano per gestire le iniziative di formazione. Nel corso degli anni c’è stata certamente anche una commercializzazione di questi approcci metodologici, ma ciò non toglie che autori di spessore, come Reigeluth o Tennyson, si siano preoccupati non tanto di “vendere” teorie e impianti didattici quanto di definire l’Instructional Design come scienza applicata.

L’Instructional Design e le Scienze Umane

Scorrendo gli elenchi di autori e studiosi che si sono occupati di Instructional Design o che, comunque, sono citati in letteratura, scopriamo che molti di essi sono psicologi o pedagogisti. Troviamo nomi storici come Anderson, Bruner, Gagnè, Merril, Schank, Brandford, Ausubel e tanti altri. Ci si chiede allora quale sia il rapporto tra questa (relativamente) nuova branca del sapere e le altre scienze umane. La risposta non è semplice, ma si può dire che oggi tale rapporto sia caratterizzato in gran parte da effettiva interdipendenza e mutuo scambio: ciò che le Scienze Umane teorizzano come verità possibile l’Instructional Design utilizza come ipotesi di lavoro; ciò che l’Instructional Design sperimenta a livello di processi formativi viene offerto come oggetto di riflessione della speculazione teorica delle altre discipline, per lo meno negli Stati Uniti. In questo quadro di riferimento non sembra trionfare in maniera chiara ed evidente una specifica scuola di pensiero o un solo indirizzo teorico. E’ vero che agli albori della storia dell’Instructional Design i modelli ad orientamento comportamentista la facevano da padrone e che, successivamente, abbiano avuto preminenza gli approcci di tipo cognitivista e costruttivista. Oggi, però, leggendo certi articoli specializzati e visitando i siti delle università più accreditate (come quella di Denver in Colorado), non sembra di assistere tanto ad una guerra tra teorie quanto ad una coesistenza pacifica tra modelli diversi, l’uno maggiormente efficace in certe situazioni l’altro in altre; come se il terreno applicativo fosse il vero elemento aggregante e l’unico giudice della bontà di un approccio rispetto ad un altro. Non che la disputa teorica sia assente, ma in molti ambienti, più accademici che professionali, si percepisce un certo rispetto tra paradigmi teorici. Ne beneficia lo statuto epistemologico della disciplina che così facendo può meglio definire la propria identità e, indirettamente, rafforzare la propria efficacia applicativa.

Le classificazioni dei modelli e delle metodologie

Il lettore curioso e lo studente interessato a conoscere lo stato dell’arte dell’Instructional Design faticano a trovare in Italia un numero consistente di pubblicazioni che forniscano visioni panoramiche della disciplina. Però possono reperire facilmente in rete alcuni contributi che risultano preziosi per capire il grado di evoluzione del percorso di formalizzazione teorica conseguito dall’Instructional Design. Ad esempio, Martin Ryder propone da anni un elenco molto ricco di modelli teorici e metodologie di progettazione[4] che offre una base di conoscenza molto vasta e stimolante per chiunque si occupi di queste tematiche. Ma ci sono altri siti consultabili su internet, come quello di Brenda Mergel[5], che da tempo forniscono generosamente elenchi di riferimenti teorici e bibliografie di grande interesse. Si noterà che la fluidità epistemologica che caratterizza la giovane disciplina consente di classificare in modi differenti i modelli teorici che ne costituiscono la materia. Le catalogazioni sono effettivamente piuttosto eterogenee, ma forniscono comunque una serie di indicazioni di innegabile interesse scientifico. Chi invece volesse aggiornarsi leggendo una rivista online che illustra il quadro odierno degli ultimi contributi può riferirsi a The Journal of Applied Instructional Design[6].

Le potenzialità dell’Instructional Design

E’ interessante notare che nella tradizione dell’Instructional Design trovano pari dignità i riferimenti alle teorie generali (Anderson, Skinner…), ai modelli pensati per la formazione scolastica (Ausubel, Bruner…) e alle metodologie ideate per la formazione specifica degli adulti (Knowles, Cross…). Questa copertura ad ampio spettro la dice lunga sulle ambizioni di questa disciplina: laddove istruire e formare sono effettivamente bisogni da soddisfare, laddove si voglia davvero investire in processi di Creazione della Conoscenza, l’Instructional Design offre modelli e procedure per conseguire risultati concreti e scientificamente verificabili… ognuno con i suoi punti di forza e i suoi aspetti di criticità:

– ci sono proposte che ruotano attorno al concetto di ottimizzazione controllata dell’apprendimento individuale, come i modelli di scuola comportamentista (Atkinson, Hull, Mager…) che attivano processi dove la dimensione sociale è però ridotta ai minimi termini;

– ci sono approcci che si ispirano al Cooperative Learning e che, al contrario, puntano sulle risorse del gruppo e privilegiano la dimensione sociale dei processi di acquisizione della conoscenza rispetto a quella individuale;

– ci sono metodologie che definiscono in modo massiccio e capillare le modalità di progettazione di un corso (metodologia ADDIE) ma riducono al minimo l’attenzione verso i processi di studio e di memorizzazione;

– ci sono all’opposto dei modelli ispirati al Mastery Leraning che puntano sulla preparazione accurata del materiale di apprendimento e predispongono l’erogazione del sapere in modo logico-sequenziale per garantire a tutti il raggiungimento della padronanza dei contenuti;

– ci sono metodologie di stampo essenzialmente cognitivista (Landa[7], Reigeluth…) che cercano di ottimizzare gli esiti del processo di creazione della conoscenza, introducendo strategie di controllo che agiscono non tanto sul piano didattico quanto su quello strettamente psicologico, recuperando esplicitamente anche la dimensione cibernetica presente nei processi di apprendimento;

– ci sono orientamenti che puntano volutamente su specifici aspetti del processo di formazione che si ritengono prioritari rispetto ad altri, come i vari approcci al Problem Solving o quelli che enfatizzano il transfer di apprendimento, cioè la capacità di contestualizzazione delle conoscenze in ambiti nuovi o inattesi.

L’elenco sarebbe ancora lungo, ma forse sta proprio in questa ricchezza di contributi il potenziale valore aggiunto offerto dall’Instructional Design: fornire tante frecce all’arco del progettista, del docente, del formatore in modo che egli le possa usare al meglio in base alle loro caratteristiche e al contesto di fruizione. Non si tratta, cioè, di affidarsi unilateralmente ad una sola scuola di pensiero ma ad una serie di metodiche differenti così da poter sviluppare al meglio e in modo verificabile le potenzialità umane, siano esse riferite a studenti universitari, a bambini che frequentano una scuola primaria, ad adulti in azienda o a over 50 che devono riqualificarsi per essere reintegrati nel mondo del lavoro.

E’ indubbiamente suggestivo questo tentativo di mettere a punto delle Tecnologie di Progetto e di Processo capaci di attivare al meglio le nostre risorse mentali e garantire percorsi di studio dai risultati altamente prevedibili. Ma la deriva tecnocratica è sempre possibile e può sedurre anche i modelli nati con le migliori intenzioni di correttezza scientifica, facendoli scivolare inconsciamente su posizioni autoriferite di tipo manipolatorio e illudendoli di aver trovato il metodo perfetto per ogni situazione. Ci si permetta allora di far notare quanto invece l’efficacia di tale tentativo risulti potenziata se sul piano etico essa viene guidata da una sorta di filosofia del Servizio che pone sempre al primo posto l’utente della formazione. In questo caso, ogni sforzo progettuale ha come scopo prioritario quello di mettere le persone nelle condizioni di apprendere veramente quel che serve a loro e alle loro esistenze e non quello di polemizzare con altri modelli o cercare il trionfo effimero della propria scuola di pensiero sulle altre. L’esperienza sul campo come instructional designer ha insegnato a chi scrive come questa scelta valoriale, alla lunga, paghi molto di più.

*Insegnante e psicologo.


[1]   Berger, C. and Kam, R. (1996). Definitions of instructional design. Retrieved on November 27, 2006, from http://www.umich.edu/~ed626/define.html de Lisle, P. (1997) What is instructional design theory? Retrieved on November 27, 2006 from http://hagar.up.ac.za/catts/learner/peterdl/ID%20Theory.htm

[2]   Reigeluth C. M. (a cura di) (1999), Instructional Design Theories and Models: A New Paradigm of Instructional Design, Vol. II, Lawrence Erlbaum Associates, Mahwah (NJ). Citato da Ranieri (vedi nota successiva).

[3]  Ranieri (2005), Instructional Design: modelli e teorie in FORM@RE – NEWSLETTER PER LA FORMAZIONE IN RETE © 2004-2006 Erickson Portale Internet – ww.formare.erickson.it.

[4]   http://carbon.ucdenver.edu /~mryder/itc/ idmodels.html

[5]  Brenda Mergel, instructional Design & Learning Theory in Learning Theories of Uinstructional Design, 1998.  http://www.usask.ca /education/coursework/802papers /mergel/brenda.htm

[6]   http://www.jaidpub.org.

[7]   Landa, Lev N. Regolazione controllo e nell’istruzione. Cibernetica, algoritmizzazione e euristica nell’educazione. Firenze, Giunti Barbera Ed. 1985

Author