Terapeuti allo specchio

Nel contatto con le persone sofferenti lo stress è una conseguenza quasi inevitabile sia per l’utente che per lo psicologo e lo psichiatra

Nel lavoro dello psicologo e dello psichiatra, lo stress è una conseguenza quasi inevitabile, sia per il cliente che per il “terapeuta”. E’ infatti frequentemente osservabile negli operatori sanitari e psicosociali, cioè nelle cosiddette “professioni di aiuto” caratterizzate da forte tensione indotta dal contatto con persone sofferenti. L’ipotesi su cui si fonda il concetto di burn out è che l’operatore abbia una personalità “sensibile” alle frustrazioni e alle ansie. Alcuni studiosi evidenziano tre fasi nella dinamica del burn out (Celani et al. 1990):

– stress lavorativo – sbilanciamento tra richieste e risorse individuali

– esaurimento – reazione emotiva a questo scompenso

– risoluzione difensiva-disinteresse, cinismo, ritirata psicologica

Un altro modello teorico punta invece l’attenzione sulle aspettative dell’operatore, quali potenziali fonti di burn out. Esso fa riferimento alla sequenza “aspettativa – frustrazione dell’aspettativa – aggressività – impotenza nel modificare la situazione” (Tamburini 1994). Il senso di inadeguatezza si può manifestare sul piano somatico, affettivo e cognitivo, con una precisa sintomatologia (Tamburini 1994):

– insonnia, mal di testa, esaurimento

– tensione, nervosismo, isolamento, difficoltà relazionali

– disinteresse, scarso coinvolgimento, incapacità di ascolto

Questo stato di disadattamento accresce lo stress e l’insoddisfazione individuale, e rinforza ulteriormente le difese psicologiche; tale stress nel tempo può condurre a un aumento di insicurezza e di ansia e ad una riduzione del grado di autostima. In larga parte, i processi difensivi utilizzati dai curanti mirano a conservare una certa distanza dalla sofferenza che emerge dal contatto col paziente (Freyberger 1989). Nella pratica, questi processi si traducono in un distacco dal malato, sia in senso fisico (episodicità dei contatti) che relazionale (scarso coinvolgimento). L’angoscia del malato, infatti, si trasmette ai curanti determinando degli aggiustamenti difensivi che possono sconfinare anche nel cinismo e nell’aggressività. Generalmente viene fatta una distinzione tra fattori di stress “specifici” in relazione allo stress lavorativo cui sono soggetti gli operatori sanitari, e fattori “aspecifici”, comuni a tutte le professioni. I fattori aspecifici includono aspettative, struttura di personalità (più soggetti a burn out sono gli individui con personalità di “tipo A”, cioè iperattivi e competitivi, e quelli caratterizzati da difese inadeguate), variabili culturali, gravità della malattia e fattori organizzativi (sovraccarico di ruoli). I fattori “specifici” comprendono le caratteristiche di malattia, la riattivazione di esperienze personali passate, la mancanza di una formazione adeguata nell’operatore, il costo mentale delle strategie difensive.

La Cherniss (1983) individua alcuni tratti psicologici che modulano la reazione allo stress e predispongono al rischio di burn out:

– ansia – indica il senso di colpa per il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati

– personalità di tipo A – iperattività, competizione

– “locus of control” in relazione
al diverso grado di controllo individuale degli eventi interni ed esterni a sé

– adattabilità

-introversione

A livello istituzionale, uno dei maggiori conflitti cui l’operatore deve far fronte è il “sovraccarico di ruolo”, che consiste nell’incompatibilità tra i tempi soggettivi, personali, e le richieste avanzate dalla struttura; richieste che il più delle volte collidono coi valori e le aspettative dei singoli. L’area della salute o del disagio professionale può essere rappresentata da diversi aspetti soggettivi, cioè con una loro specificità individuale, quali le caratteristiche della professione d’aiuto, i tratti di personalità, l’area personale di vita del terapeuta, le strategie di coping.

“L’impiego delle energie per ascoltare e prestare attenzione ai problemi dell’altro può avere risvolti negativi nella vita personale di tali professionisti. Si corre il rischio di trascurare i propri cari e i problemi della propria famiglia; il compagno/a può sentirsi trascurato o emarginato, si tende a rinviare la discussione dei problemi e, una volta tornati a casa, emerge con più forza il bisogno di essere nutriti anziché nutrire” (Gold 1995).

Inoltre, una forte fonte di stress sono gli aspetti psicologici del paziente: la gravità della patologia, una importante componente aggressiva o suicidaria.

Le problematiche emotive inerenti a tale professione hanno un diverso rilievo o influenza a seconda che l’operatore lavori all’interno di una istituzione/struttura pubblica o come libero professionista. I livelli di ansia, vulnerabilità, stress sono infatti fortemente correlati al coinvolgimento personale e al rischio in termini di responsabilità, isolamento ecc.

In questo contesto, focalizziamo l’attenzione sullo psicologo e lo psichiatra che lavorano nel settore pubblico. Chi opera all’interno di un’organizzazione è esposto a diversi forti di stress quali un sovraccarico lavorativo, ambiguità dei ruoli, scarsa valorizzazione delle competenze e prestazioni, partecipazione ridotta ai processi decisionali, problematiche d’équipe, scarsa mobilità professionale. (Giusti & Incatasciato, 2003).

A livello istituzionale, l’operatore si trova a gestire aspetti conflittuali concernenti obiettivi e aspettative, compiti ambigui e comunicazioni incerte e contraddittorie (Favretto, 1994). Altri aspetti riguardano la carriera e i desideri di realizzazione, spesso frustrati, conflittualità tra colleghi e suddivisione dei compiti. Nell’area della salute mentale, lo stress lavorativo – burn out – si manifesta quindi in una evoluzione progressiva suddivisibile in fasi:

La prima fase (entusiasmo idealistico) comprende le motivazioni degli operatori rispetto alla scelta di una professione  di tipo assistenziale, ovvero motivazioni consapevoli e motivazioni inconsce (es. desiderio di approfondire la conoscenza di sé), le quali sono spesso accompagnate da aspettative di “onnipotenza”.

Nella seconda fase (stagnazione) il professionista prova insoddisfazione verso il proprio lavoro, che non considera più come fonte di gratificazione personale. I risultati del grande impegno iniziale appaiono sempre più inconsistenti determinando un graduale disimpegno e sentimenti di delusione e chiusura.

La terza è la fase più critica (frustrazione). Le sensazioni del professionista sono quelle di inutilità e di incapacità ad aiutare l’Altro; egli vive sentimenti di perdita, di svuotamento, di crisi emozionale. In alcuni casi, emergono forti dubbi sulla efficacia della propria formazione e ruolo, con conseguenti atteggiamenti “aggressivi” e di evitamento.

Nella quarta fase si verifica un graduale disimpegno emozionale, che comporta la perdita dell’empatia iniziale fino a mostrare un sentimento di apatia (La manna, 2003).

A livello individuale, si sottolinea come la presa di coscienza rappresenti il punto d’inizio per la gestione di specifiche problematiche legate allo stress; in particolare, ciò favorisce l’attivazione di meccanismi di protezione e di coping (Favretto 1994; Siegel 1995). Se la condizione di stress perdura nel tempo, può mantenere/esacerbare il disagio psicologico e indurre quei danni psicofisici correlati al burn out.

Tecniche cognitive di coping, quali ad esempio la ristrutturazione cognitiva, aiutano l’individuo ad analizzare pensieri ed emozioni che caratterizzano la condizione soggettiva di stress; il problem solving, invece, aiuta il soggetto a definire il disagio in termini di problema e ad affrontarlo attraverso vari passi: identificazione del problema, degli obiettivi, scelta di ipotesi alternative, analisi delle conseguenze, decisione e verifica (Meichenbaum 1990).

Quindi, come osservato, è importante che il professionista focalizzi l’attenzione, per la gestione ed eventuale prevenzione del burn out, su aspetti di conoscenza e di sviluppo di una “buona” pratica professionale. Possono essere presi in considerazione, a tal proposito, alcuni punti (Giusti & Incatasciato, 2003):

– accettare posizioni per le quali si è pienamente qualificati;

– usare solo credenziali che si possiedono;

– affiliarsi ad associazioni professionali;

– mantenere una relazione di supervisione;

– evitare l’isolamento professionale;

– concepire la professione come un lavoro, cioè come qualsiasi altra professione, senza offuscare tale aspetto dalla componente umanitaria;

– fissare obiettivi chiari;

– seguire una strategia;

– conoscere i propri colleghi;

– coltivare una rete di supporto;

– offrire un servizio specifico;

– confini ben definiti;

– coltivare la propria sfera privata;

– avere cura di sé;

– gestire il proprio tempo;

– riflessione personale;

– analisi del proprio ruolo;

– delega.

A livello ambientale, diversi studi hanno dimostrato che la possibilità di esercitare un certo controllo sull’ambiente stesso migliora la resa lavorativa e incrementa il successo psicologico, mentre una eccessiva burocratizzazione e gerarchizzazione riduce l’iniziativa individuale ed il valore professionale. In tal modo, un intervento di prevenzione del burn out per essere efficace deve collocarsi ad almeno due livelli: 1) coordinamento del lavoro; 2) organizzazione dello staff (Celani et al 1990). Tale intervento deve prevedere una maggior attenzione per i bisogni dell’operatore, maggiore libertà decisionale ai singoli, training formativi e di supporto psicologici agli operatori.

Farber, a tal proposito, sostiene la necessità di azioni tese ad operare su aspetti positivi del lavoro, sugli interessi al di fuori del lavoro, sul lavoro d’équipe, altri indicano interventi formativi a livello interpersonale e organizzativo. In ogni caso è necessario evitare di cadere nell’illusione di dare risposte preconfezionate a una questione in cui i fattori in gioco vanno incrementandosi in complessità.

*Psicologa, specializzanda in Psicologia Clinica.

**Psicologa, specialista in Psicologia Clinica.

Bibliografia

T. Celani et al., A confronto con il burn-out, Dottrinari, Salerno 1990.

C. Cherniss, La sindrome del burn-out, Centro Scientifico Torinese 1983.

G. Favretto, Lo stress nelle organizzazioni, Il Mulino, Bologna 1994.

H. Freyberger, Psicoterapia nella malattie che minacciano la vita, Patron, Bologna 1983.

E. Giusti, M. Incatasciato, Lo stress clinico-professionale dello psicoterapeuta, in: F. Pellegrino, La sindrome del burn-out. Centro scientifico Editore, Torino 2003.

JR. Gold, Effetti della libera professione sulla vita personale del terapeuta, in: E. Giusti, E. Margenau (a cura di), Manuale enciclopedico della libera professione. Armando, Roma 1995.

F. Lamanna (2003), Burn-out in sanità: sindrome da stress o malattia professionale? SRM Psicologia Sezione Didattica, 2003.

D. Meichenbaum, Al termine dello stress, Edizioni Erickson, Trento 1990.

F. Pellegrino, La sindrome del burn-out, Centro scientifico Editore, Torino 2003.

E. Siegel, Controllo dello stress nella libera professione, in: E. Giusti, E. Margenau (a cura di), Manuale enciclopedico della libera professione. Armando, Roma 1995.

F.
Meerwein, Psicologia e oncologia. Bollati Boringhieri, Torino 1989.

M. Tamburini, Aspetti psicologici del paziente neoplastico, in G. Bonadonna, G. Robustelli Della Cuna (a cura di), Medicina Oncologica, Masson, Milano 1994.