In testa ai nostri pensieri

 

Genitori e figli:ruoli, responsabilità e cambiamento. Intervista a Silvia Vegetti Finzi

 

 

 

Sono anni che  tra gli addetti ai lavori, educatori, operatori sociali, pedagogisti, psicologi, insegnanti, si discute su chi sono i bambini, gli adolescenti e i giovani: a volte si è, anche involontariamente, contribuito a cristallizzare in rigidi stereotipi le difficoltà della crescita, dell’apprendimento e delle relazioni intra ed extra familiari. Sembrano ora affacciarsi all’orizzonte delle vere e proprie novità; è maturata, infatti, seppure in tempi di grandi crisi di valori, l’esigenza di  pensare al bene futuro, cioè ai nostri figli, in una logica globale e a tutto campo, che tenesse conto del grande compito di  ogni società che è quello della trasmissione valoriale alle future generazioni.

E non vi è dubbio che la politica italiana degli ultimi anni sia  andata in questa direzione, spingendosi, anche attraverso leggi avanzate, alle radici del problema: promuovere i diritti della persona  per una società migliore per tutti.

Una questione semplice da capire, ma difficile da perseguire, risulta avere una straordinaria importanza: la promozione del benessere e della partecipazione alla vita sociale del bambino e della sua famiglia non può che  fare bene alla collettività. Occorre creare servizi dentro ai quali le nostre buone intenzioni trovino dei contenitori noti, dei luoghi d’incontro e di confronto, affinché si possa aggiungere, insieme alle altre, anche la nostra “goccia”. Si tratta di creare, quindi,  quella “genitorialità diffusa” di cui parla  la professoressa Silvia Vegetti Finzi in questo articolo e nella sua relazione alla Conferenza Nazionale  sull’infanzia di Firenze del 19, 2O e 21 novembre scorsi.

La famiglia, sempre invocata e celebrata a varie  tinte e in vari riti, fa finalmente capolino in prima persona, bussa timidamente alle porte dei vari esperti per diventare non oggetto di studio, ma soggetto che chiede di essere ascoltato e riconosciuto  per scrivere la propria particolarissima storia. Per comprendere meglio alcuni  cambiamenti e comportamenti dei nuovi modelli genitoriali e familiari abbiamo fatto delle domande a Silvia Vegetti Finzi, psicologa, docente universitaria e autrice di specifiche pubblicazioni su questi temi.

Nel suo libro “I bambini sono cambiati” lei parla del nuovo identikit dei bambini e della famiglia. Come sono cambiati i ruoli parentali e la struttura familiare?

Indubbiamente vi è stato un incremento delle facoltà cognitive: sono bambini che hanno parole, idee e immagini nella loro mente, tutti i giorni vedono la televisione e questa non è soltanto negativa, perché fornisce contenuti e stimoli intellettuali.  E’ provato che ciò che i bambini non comprendono subito, spesso viene immagazzinato e utilizzato più tardi, nel contesto di schemi di comprensione più idonei. Vi sono, quindi,  bambini positivamente molto evoluti rispetto ai loro genitori, ma affettivamente forse un po’ gracili: hanno intorno a sé molti adulti che, sicuramente li amano profondamente, ma talvolta sono molto accondiscendenti nei loro confronti. Capiscono, cioè, sempre quello che i bambini dicono,  quello che desiderano e in un certo senso si premuniscono di fronte a qualsiasi pericolo, perfino “sequestrandoli” all’interno della famiglia. Così, accanto allo straordinario sviluppo intellettuale, che sicuramente non ha precedenti, direi che vi è anche un impoverimento delle componenti affettive ed emotive: i bambini di oggi si mettono poco alla prova, vivono in un ambiente estremamente protetto. Non dimentico certo i bambini che vivono in ambienti depauperati, però qui si parla del bambino “medio”.

Madri che proteggono molto, quindi; quali altre caratteristiche le sembra siano da evidenziare?

Sono madri che lavorano: nel nostro Paese la percentuale di donne che lavorano è altissima. Sono, però, madri molto attente, che affidano i loro bambini in modo molto accurato, o ai familiari, di solito, alla nonna, oppure all’asilo nido, ma con una partecipazione emotiva intensa. Tra l’altro, gli asili nido hanno avuto in quest’ultimo periodo di tempo un aggiornamento straordinario del personale e delle strutture. I bambini al nido stanno bene sotto molti punti di vista, però, dal punto di vista della quantità del tempo, la presenza della mamma è molto ridotta. Non credo, come si suol dire, che basti poco tempo, ma intenso: c’è comunque una carenza di presenza genitoriale del padre e della madre.  Questo è un sacrificio che noi chiediamo ai nostri bambini, non possiamo negarlo.

Negli anni Settanta si dava più importanza alla qualità del tempo piuttosto che alla quantità, considerata poco rilevante: non è più vera quest’affermazione?

E’ ancora vera,  ma diciamo che non ci sono formule semplicistiche. Non si può dire a una madre di mettersi il cuore in pace perché vede il bambino dieci minuti ogni sera, oppure, per motivi di lavoro, una volta alla settimana. Solo fino a un certo punto conta la qualità, perché occorre essere presenti quando il bambino ha bisogno: quando è in ansia,  ha paura, o quando vuole giocare. Invece, di solito la presenza è serale, a cena, o dopo cena. E molte volte nascono tensioni, perché si scaricano su questi pochi momenti tutte le attese e le aspettative della giornata.

Oggi sembra esserci più attenzione all’infanzia. Secondo lei l’attenzione è davvero rivolta al bambino o è un po’ un rivolgersi verso “se stessi bambini”?

Direi che le due cose vanno insieme, perché noi riusciamo veramente a comprendere  emotivamente l’infanzia  soltanto evocando la nostra parte bambina; non c’è contrasto tra questi due elementi: l’attenzione all’infanzia nel nostro paese è un fatto molto nuovo e positivo, anche perché coinvolge per la prima volta non solo la famiglia e la scuola ma anche le strutture della città.

C’è  maggiore attenzione all’infanzia, ma sentiamo anche parlare di maltrattamenti e abusi sessuali. Cosa dovrebbero fare, secondo lei, le istituzioni in termini di prevenzione, di educazione sessuale?

L’educazione sessuale dovrebbe essere rivolta agli adulti, ai genitori e agli insegnanti; l’educazione sessuale ormai è educazione alla sessualità e alla affettività, perché ci siamo accorti che tutti abbiamo le informazioni di base, ma è la capacità di utilizzarle bene che viene meno. Il tema andrebbe affrontato nella sua complessità; molte volte gli adulti sono più inibiti dei ragazzi, hanno più pregiudizi, più difficoltà. Quindi, si tratta di crescere insieme, pur sapendo che la sessualità umana è piena di ombre e di difficoltà, di pudori, di inibizioni. Non sarà mai un discorso come tutti gli altri: è giusto che resti un po’ in penombra, nonostante tutte le chiacchere che si fanno normalmente al riguardo, che rimanga un ambito privilegiato e particolarmente intenso di ascolto, dove non tutto si può dire.

Il discorso più importante sembra la necessità di avere maggiore  consapevolezza, anche  da parte degli adulti, di quello che può essere il problema della sessualità, in modo che i bambini crescano più forti. Qualcuno in America ha perfino scritto un decalogo per aiutare il bambino a difendersi dalle molestie sessuali. Pensa che strumenti di questo tipo siano utili?

E’ utile far affrontare anche ai bambini qualche rischio, perché la tendenza è quella di rinchiudere i bambini; vengono portati a scuola in macchina, quasi quasi, mi dicono gli insegnanti, i genitori li vorrebbero portare al banco, con la scusa che la cartella è pesante. Così, le strade sono deserte sia nelle grandi città che nei paesi. Occorre lasciare che il mondo si ripopoli di bambini, perché più sono i bambini, meno ci sono rischi per loro.

Decremento della natalità  e “volere un figlio”, talvolta anche attraverso la maternità assistita: cosa ne pensa?

Il problema
è il fatto che i genitori si dispongono a diventare tali sempre più tardi, ormai dopo i trentacinque anni, quando la curva di fertilità si è molto ridotta e in certi casi si è addirittura dimezzata, sia per le donne che per gli uomini. Tutto ciò porta naturalmente alla richiesta di sussidi e quindi alla medicalizzazione della generatività.

A quali valori corrisponde volere un figlio?

Vi sono due spinte assolutamente diverse: da una parte, la  specie che continua attraverso questa pulsione inconscia, che ci spinge a generare in un momento qualsiasi della vita, magari, meno opportuno. Dall’altra, come dice Freud, un figlio è la parte migliore di noi, un po’ quello che ci permette di ottenere ciò che la vita ci ha negato, di risanare certe ferite. E’ un po’ come una seconda opportunità, attraverso la quale cerchiamo di portare a compimento il progetto della nostra vita.

Non pensa che l’essere generati attraverso la scienza possa far perdere all’individuo quel senso di unicità e di autodeterminazione di cui parla Françoise Dolto?

Sicuramente si va verso la “medicina del desiderio” che probabilmente porterà alla selezione degli embrioni secondo il sesso, allo scarto degli embrioni con malattie genetiche, alla produzione in termini di qualità, che omologherà tutte le persone. Questi sono i rischi, ma già attualmente ci accorgiamo che i bambini nati con semi di donatore anonimo (pare siano già trentamila in Italia) non hanno possibilità di ricostruire la loro storia completamente. E ciò finisce per influire non solo sulla storia dell’individuo, ma della famiglia  e di una nazione.

I bambini adottati hanno un forte sentimento dell’identità e delle “radici” e un tempo ci si chiedeva se “dire” o “non dire”; si può parlare, anche per i cosiddetti “figli della provetta” di un parallelo con questo sentimento?

C’è un parallelo e anche una differenza. Il bambino adottivo sa che è stato generato da due genitori, mentre quello nato da un seme, magari conservato nella banca, non ha un genitore naturale, perché i donatori di gameti, di ovuli, o di semi non possono essere considerati genitori, visto che non si sentono tali.

Quali sono, secondo lei, i momenti cruciali nell’educazione dei figli?

Direi, innanzitutto, che il primo momento di difficoltà si ha verso i tre anni, quando il bambino inizia ad avere una propria manifestazione di sessualità nei confronti dei genitori attraverso il famoso complesso edipico, e vuole dormire nel letto dei genitori con la madre e con il padre. In questo contesto si tratta quindi di fare argine, di mettere ordine, non soltanto nei rapporti interpersonali ma anche nei propri desideri, ponendovi dei limiti.

Secondo il professor Charmet, come ha riferito nel suo intervento all’ultimo convegno di Castiglioncello su “Il nuovo ruolo genitoriale”,  emergono una mamma più competente e un padre in atteggiamento un po’ adolescenziale, che ogni tanto schiaccia l’occhio al figlio. E’ d’accordo?

L’adolescente risente dell’indebolimento dei legami di coppia, del venir meno di alcuni ruoli consolidati, per cui il padre rappresenta il mondo esterno e la madre il mondo interno, l’uno, il pubblico, l’altra, il privato. Sicuramente, questa semplificazione è venuta meno; le situazioni sono più frastagliate ed è difficile parlare di un modello unico. Il bambino molte volte ha due genitori entrambi competenti sul mondo esterno, due visioni della società e questo non è detto che sia male: impara subito che non esiste un solo modello e adotta un sentimento critico, una capacità di giudizio, che non può essere che positiva.

Un’ultima domanda sulla famiglia: quali crede siano i problemi aperti?

Secondo me è quello della frammentazione sociale: siamo in un mondo di famiglie varie, non c’è più un modello di famiglia, ma tanti modelli diversi, frammentati, perché più frequentemente vi sono madri che vivono sole con i figli. Le famiglie sono chiuse, si confrontano poco, si aprono tuttalpiù ai parenti: in questo modo i bambini ricevono pochi stimoli, perché si relazionano solo con i genitori, ottenendo più che altro conferme. Bisogna aprire la famiglia e trovare dei luoghi d’incontro che escano dal privato, dalla particolarità. Bisogna inoltre educare a una genitorialità diffusa, che sarebbe molto importante per combattere l’abuso all’infanzia. Riguardo a questo, mi preoccupa l’atteggiamento di indifferenza, che è un problema molto grave.  Inoltre, bisognerebbe parlare anche di “cittadinanza”, perché i bambini sono cittadini come gli adulti che ne sono responsabili; hanno diritti e doveri e non sono da considerarsi un’appendice della famiglia. Sono cittadini dal momento in cui nascono, con piena titolarità di diritti e di doveri. Il bambino è, quindi, un soggetto e non un oggetto, dal momento in cui nasce. Questo mi sembra importante e suggerirei qualcosa come un rito di passaggio sociale, una “cerimonia di cittadinanza”, per cui il bambino entra solennemente a far parte della società.