Tra donne e uomini

Interrompo per una volta la consuetudine a ospitare scritti e contributi di altre donne e uomini e prendo direttamente la parola per raccontare di un incontro che si è tenuto a Milano e a partire dal quale vorrei proporre alcune riflessioni.

Si è trattato di un seminario organizzato dal gruppo Sui generi – di cui hanno parlato nello scorso numero di questa rivista Claudia Alemani e Andrea Bassi – nella Casa delle Donne di Milano, dal titolo, abbastanza evocativo, Fantasmi tra donne e uomini.

Ripropongo nella sua interezza il breve scritto che ha accompagnato l’invito.

Fantasmi tra uomini e donne: come prendere parola in pubblico?

Negli ultimi anni c’è stato un moltiplicarsi di incontri misti nei contesti dei femminismi e dei movimenti degli uomini. Questo fatto segnala senz’altro un bisogno di confronto. Come si mette in relazione, come dialoga questo ‘momento misto’ con i contesti separatisti? (vedi Paestum)

Nodo dei linguaggi: succede che si usino linguaggi diversi, a seconda che ci si confronti con il mondo dei separatismi femministi e maschili femminista o con un pubblico più ampio o con la politica ‘istituzionale’.
Il nodo del confronto intergenerazionale nella nostra esperienza ha funzionato molto bene. È un nostro punto di forza.
Gestione del conflitto tra uomini e donne. A volte il conflitto è usato come modo di creare relazione e confronto?

L’intento dell’incontro era quello di confrontarci non solo con alcuni nodi, fra i molti, che caratterizzano la fase attuale del dialogo tra i generi, che il nostro gruppo ha avviato ormai da un decennio, ma anche di cercare insieme di comprendere il senso e i motivi di un momento critico nel quale questo stesso dialogo sembra entrato in crisi o comunque sembra segnalare scarsa propositività, un arresto preoccupante di pensieri e pratiche nuove.

Già segnalavamo in un volume, che ho curato con Stefano Ciccone, Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (fra) donne e uomini, ed. Ediesse 2012, quella che ci appariva come una pausa nella riflessione condivisa e una incapacità, non volontà, di superarla.

Scrivevamo nell’Introduzione al volume, a proposito, appunto, dei silenzi da parte di ambedue i generi:

“Il silenzio maschile sul nodo problematico della costruzione sociale delle identità di genere e sulle relazioni tra i sessi è molteplice e contraddittorio. Alla rimozione del problema da parte di chi ha percepito come naturale la propria centralità, la propria corrispondenza alla norma, si somma quell’“invisibilità a se stessi”, quell’incapacità di leggere la parzialità della propria esperienza sessuata, e dunque la propria esperienza tout court che Victor Seidler ha rilevato come conseguenza dell’attitudine a parlare del mondo (…).

Ma c’è oggi una nuova tonalità del silenzio maschile: è il silenzio derivante dalla difficoltà a fare i conti con la trasformazione prodotta dalla politica delle donne e dalla ricerca di libertà che le donne hanno messo nelle proprie singole vite. Lo smarrimento vissuto di fronte a questa trasformazione assume troppo spesso la forma della rivalsa rancorosa e non offre alla generalità degli uomini un riferimento per trasformare il disagio in risorsa per il cambiamento.

Al tempo stesso le tante esperienze di reinvenzione del rapporto degli uomini con la paternità, con il lavoro, con il proprio corpo nella sessualità ma anche nella socialità, restano relegate nella dimensione individuale senza trovare parole e luoghi collettivi per esprimersi, riconoscersi e prendere forma.

Ma vi sono anche i silenzi delle donne, i fraintendimenti, le confusioni rispetto a quel che significhi libertà, conquiste di parità o emancipazione, le difficoltà di comprensione e avvio di un confronto tra generazioni, forme talvolta sconcertanti di negazione, ‘dimenticanza’ o deformazione del passato femminista. O l’incapacità a riconoscere e ad ascoltare nuove parole e nuovi percorsi di libertà, nuovi percorsi femminili di ricerca e affermazione di sé fuori da modelli e aspettative delle generazioni precedenti del femminismo (…) sempre con il pericolo che l’inevitabile aprirsi di varchi e passaggi ambivalenti si trasformi in nuove retoriche, nuovi luoghi comuni (…)

Ma anche nel dialogo, che ormai si è aperto tra i due generi e nei gruppi organizzati di donne e uomini che si confrontano nelle loro ricerche, si ha talvolta l’impressione che vi siano degli snodi di crucialità solo sfiorati, riflessioni avviate che poi si sono fermate, la riproposizione di formule, l’insistenza su alcuni temi e il silenzio su altri, forme di complicità tra i due sessi che sembrano nascondersi o non sanno o vogliono affrontare le difficoltà peculiari a una fase particolare del mutamento, quando ciò che è iniziato a cambiare rischia di trasformarsi in nuovo stereotipo, se non se ne riprende in mano la complessità, se non ci si assume il rischio di rimettere ancora in discussione quello che appare già conquistato.

Al tempo stesso la riflessione sui rapporti tra i sessi omette troppo spesso di tener conto delle trasformazioni all’interno dei generi, delle diverse forme di vivere la propria sessualità e la propria affettività, le percezioni del corpo e le espressioni del desiderio troppo spesso pensate, anche se criticamente, in uno schema naturalmente costruito su una dualità eterosessuale. Troppo spesso piste di riflessione ricchissime ed anche  esperienze di vita conflittuali stentano ad incontrarsi perché costruite su prospettive differenti che, crediamo, avrebbero bisogno di mettersi in ascolto reciproco.

Vi sono quindi ambiti, aree di attenzione su cui appare necessario  non solo continuare il lavoro di confronto e ricerca, ma riprenderlo anche con  uno sguardo più critico, che riteniamo necessario soprattutto là dove alcuni progressi, alcune sensibilità si sono mosse e una sottolineatura appagante di tutto questo rischia di fermare i processi di cambiamento.”

Sulla base del riconoscimento di questa criticità, riconosciuta dalle molte persone che hanno scritto nel libro, dai confronti avvenuti nel tempo nel nostro gruppo Sui generi e non solo, abbiamo pensato che un seminario, tra poche e pochi per dare spazio e parola alle riflessioni di ognuno, potesse essere un momento in cui verificare almeno alcune delle crucialità che segnano difficoltà e battute di arresto.

Credo che questo sia in parte avvenuto, il confronto si è svolto soprattutto tra donne e uomini di Sui generi e alcune socie, anche del consiglio direttivo, della Casa delle donne di Milano, impegnate queste ultime nel compito difficile di costruzione di una realtà, femminile ma non separatista, interessata quindi alle nuove relazioni con il maschile, come impegno centrale per la vita di ciascuna e per le politiche collettive del Movimento.

Non sono in grado, né desidero offrire un resoconto di quanto avvenuto e scambiato nelle due mezze giornate di lavoro: il seminario è stato molto informale, come volevamo, e molti discorsi si sono incrociati con le proposte riflessive dell’invito.

Solo su un tema vorrei soffermarmi poiché si è imposto nella discussione avvenuta nel piccolo gruppo cui ho partecipato (dopo un avvio in plenaria ci siamo divise e divisi in due gruppi di circa 10/12 persone ciascuno).

Il tema della cura. La cura, che nel tempo è stata destino delle donne, ma anche nostra grande risorsa di pratiche e saperi, la cura che è stata per gli uomini ambito di autoesclusione, a causa delle rigide norme di genere, che hanno definito la virilità soprattutto come impresa e dimostrazione dell’essere maschi in un percorso di autonomia e di conquiste, di dominio, potere e pensiero, resi possibili dalle invisibili attività di cura delle donne. Le norme cogenti della virilità hanno imposto agli uomini invece di non occuparsene, l’imperativo sii uomo,
pronunciato o implicito, ha imposto questa esclusione che ha accompagnato le crescite maschili. Ha creato recinti per gli uomini, così come per le donne. Ma questi recinti il movimento delle donne li ha erosi e ha consentito, così, anche agli uomini di interrogarsi sui motivi di un’esclusione, che è stata sempre vissuta e agita come un’opportunità di dominio sull’altro sesso, ma ha in realtà implicato – ora anche alcuni uomini se ne rendono conto – inaccessibilità e irrealizzabilità a desideri, scelte, stili di vita e vissuti di emozioni, culture che dall’attività di cura si sono sviluppate.

Si è aperto dunque lo spazio per una nuova ricerca maschile, se pure ancora poco diffusa – ma di cui gli uomini con cui dialoghiamo, anche nel nostro piccolo seminario, sono consapevoli e intenzionati a percorrerla – una ricerca che pone però molti interrogativi, aree di riflessione particolarmente complesse perché poco e solo recentemente frequentate.

Innanzitutto ci siamo poste e posti una domanda di fondo: esiste una cultura di cura al maschile? E’ lecito chiederselo poiché la storia ci tramanda una lontananza e un’estraneità dal prendersi cura che diviene e si propone come manifesto di virilità. Gli stessi riconoscimenti alle capacità di accudimento femminile dichiarano la distanza maschile, una svalutazione di fondo che ha reso virtù minori le competenze e sapienze delle donne. E allora, con questo passato, è possibile parlare di cura maschile? Oppure ci sono state nel tempo culture e pratiche, finite nell’oblio e nell’ombra rispetto ai percorsi illustri della virilità vera? Lì, in quei rivoli secondari occorre cercare?

E ancora – entrando più nel merito dei temi educativi – come costruire una pedagogia di genere maschile, o forse meglio, come costruire relazioni pedagogiche consapevoli tra uomini nella scuola o sul territorio o in famiglia? Relazioni in cui il grande ammaestramento che forse l’adulto può dare sta proprio nel mostrarsi uomo in ricerca, nell’esplicitare questo desiderio di trasformazione e parzialità e renderlo ambito di nuova cultura? Questa serie di domande, anziché chiudersi in alcune risposte, apre a domande ulteriori, che inevitabilmente riconducono alla riflessione iniziale: la cura come momento principale di costruzione e differenziazione delle identità di genere. E allora, esiste il pericolo che quando un sesso entri nel terreno dove ha dominato l’altro, si trovi sperduto, senza strumenti, né bussole sicure cui riferirsi. Le donne questo doloroso spaesamento l’hanno sperimentato e sofferto. Può accadere allora che si divenga mimetici, ci si adegui – anche non consapevolmente – alla cultura prevalente, si imitino gesti, parole, sensibilità e attenzioni, si perda naturalezza e autenticità. Può accadere anche agli uomini all’interno delle pratiche e delle culture del prendersi cura?

A questo punto non ci si possono più concedere risposte facili, ma appare anzi necessario proseguire, ponendo altri interrogativi, ancora più di fondo. Ha  senso una ricerca di diversità tra donne e uomini nella scelta di vivere, pensare, relazionarsi prendendosi cura? Non c’è in questa pretesa il pericolo di irrigidirsi di nuovo in modelli di genere e di trasformare ricerche di mutamento in dimostrazioni  di ciò che è già dato, di ciò che già si sa?

Mantenere il desiderio e il pensiero della differenza ancora centrale o pensare che nel tempo vi siano degli avvicinamenti tra i due sessi che rendano labili, insignificanti certi confini?

Ragionare sulla cura, dunque, ancora una volta può insegnare ad aprire la nostra riflessività su tutta la complessità delle relazioni tra i generi, ad assumere compiti, a scegliere percorsi. Insieme, donne e uomini. Può insegnare –  e questo mi sembra sia avvenuto nel nostro seminario – anche a prendersi cura di pensieri divergenti, di domande che si compongono e moltiplicano, di aree di conflitto, di modeste scoperte di verità sempre da ridiscutere.

Ragionare sulla cura tra donne e uomini, abbiamo verificato ancora una volta nel nostro confronto, significa avviare una ricerca necessaria, perché su questi nodi di domande e risposte – e mi spiace se posso sembrare enfatica – si giocano i nostri destini e vite e i destini e vite delle future generazioni di donne e uomini.

Quanto ho scritto, forse,  riflette soprattutto quanto io penso a proposito del tema della cura, piuttosto che riprendere fedelmente il dibattito avvenuto tra noi. Me ne scuso, ma spero possa aprire ad ulteriori riflessioni, da parte di altri e altre, cui ridarò la parola in questo spazio.