Tra pubblico e privato sociale

(Sintesi dei lavori del convegno 12-13 marzo ’98) L’esperienza di cui sono testimone è quella di una cooperativa che opera da dieci anni. Ma precedentemente ho avuto la fortuna di lavorare nelle istituzioni come dirigente e come consulente; ho fatto il precario, ho fatto un po’ tutto ciò che si poteva fare nei servizi alla persona.

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Ora sono consulente presso l’amministrazione di San Giuliano Milanese e attraverso il mio ruolo cerco di coniugare un po’ tutte le esperienze.
Credo che il privato sociale abbia bisogno degli enti locali, delle Asl, dei servizi. Spesso chi lo anima, chi lo aiuta, sono lavoratori che hanno operato o operano nei servizi pubblici, educativi o sociali. Dietro agli operatori del pubblico e del privato vi è un retroterra professionale e sociale abbastanza simile, anche se c’è ancora qualche schermo di diffidenza tra gli operatori delle amministrazioni e gli operatori della cooperazione.
Ciò è d’altra parte comprensibile, visto che il confronto si attua tra lavoratori le cui difficoltà nascono dall’essere nell’istituzione pubblica e lavoratori meno tutelati proprio a causa dello spessore istituzionale più flebile, più debole, cioè il privato sociale.
Il trovarsi in contesti di confronto può costituire un contributo a superare le diffidenze, a trovare nuovi stimoli, ad analizzare le diverse esperienze. Il proseguimento del percorso contempla anche quello che potremmo definire il censimento delle risorse. E questo è il punto: il privato sociale non chiede altro che essere inserito nei piani della programmazione come una risorsa possibile con un potenziale credibile, come, per capirci, in questa circostanza, dove l’iniziativa è partita dalla cooperativa e gli Enti pubblici hanno gradito e concesso il patrocinio.
Insomma, non si deve cercare a tutti i costi il contatto solo e soltanto in presenza di un incarico o di un appalto. E, parlando di appalti, visto che sono il terreno formale attraverso il quale si costruiscono i rapporti tra il privato sociale e le pubbliche amministrazioni, l’invito che mi sento di fare e non solo a nome della nostra cooperativa, ma di tutta la cooperazione, è rivolto agli amministratori, ai dirigenti e ai funzionari: puntate i piedi, affinché le gare non vengano fatte solo al massimo ribasso, ma siano fatte in relazione al rapporto costi e qualità.
Ciò non significa buttare via i soldi, ma fare in modo che questi siano spesi bene. Questo comportamento, infatti, aiuta le cooperative più serie e aiuta quelle che, pur serie, fanno fatica a sopravvivere.
Infatti, il contributo alla qualità della cooperazione si realizza anche dando la possibilità di operare bene, di investirte sulla formazione e di non essere interpretati esclusivamente come un soggetto anomalo.
Mi è capitato di operare in Piemonte, ad esempio, dove ci sono delle esperienze di cooperazione che, pur senza generalizzare, hanno poco da spartire con le migliori esperienze di cooperazione del torinese o con la media di quelle del milanese, essendo di scarso livello ed esclusivamente incentrate sulla copertura di piccoli buchi del pubblico, al di là della progettualità, ridotte a ruoli mercenari e senza la possibilità di far crescere i propri operatori attraverso la formazione.
Sono convinto che questa situazione dipenda anche dalla sensibilità dei diversi amministratori, dei funzionari e dei dirigenti. Queste ultime due categorie – non dimentichiamolo – grazie alla più recente legislazione, non possono più cavarsela rimandando le decisioni all’assessore o al sindaco, visto che la parte gestionale è nelle loro mani, mani che non possono più rimettere le responsabilità alle mancate autorizzazioni del sindaco o dell’assessore. Agli amministratori, d’altra parte, tocca fare delle proposte sensate e competenti, utilizzando al meglio le risorse all’interno del comune e del territorio, pubbliche o private, ciascuna nella chiarezza delle proprie funzioni, siano l’associazionismo, il volontariato, gli oratori: insomma, tutto quello che può contribuire a creare una mentalità, una cultura dell’infanzia.
Sul terreno dei metodi, infine, sulle modalità per il perseguimento di risultati certi, confrontiamoci, ma attorno al tavolo delle volontà e delle professionalità. Da ultimo, un augurio. Vorrei che questo convegno e le altre iniziative che ci saranno, fossero vissute da operatori, tecnici, assessori e amministratori, cooperatori con gioia. Nei 28 anni di esperienza che ho al mio attivo nel settore socio-educativo ricordo decine e decine di momenti tragici, di depressioni, del piangersi addosso tra gli operatori. Non stiamo parlando di minori, ma di bambini e ragazzi che evocano sensazioni di felicità e di gioia, e non la pesantezza del termine “minori”, che sembra indicare un materiale dell’assistenza.
Se riuscissimo a chiamare le persone non con la tipologia o con lo stereotipo para-professionale, avremmo già fatto un primo passo verso la cultura dell’infanzia.

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