Tristina e la Dama dei Gatti

Traduzione del Laboratorio di Traduzione Nutmeg Princess

Avevo otto anni.

Non sapevo quanti ne aveva la Dama dei Gatti,

ma mi sembrava molto molto vecchia,

avrà avuto almeno cent’anni.

Era curva e aveva la voce gracchiante e stridula.

Mi faceva tanta paura.

Ma non sapevo perché.

Aveva abiti strani.

Non sapevo spiegare perché erano strani.

Aveva vestiti lunghi e neri e sbiaditi;

erano tutti stropicciati e con colletti alti

orlati di pizzo nero strappato.

Quando passavo davanti alla casa della Dama dei Gatti

e la porta era aperta sentivo uno strano odore.

Non sapevo che quell’odore era odore di gatti.

Non di un gatto. Ma di tanti tanti e tanti gatti.

Grandi e piccoli, neri e bianchi, bianchi e neri, gatti grigi,

gatti rossi, gatti rigati come tigri, gatti morbidi, gatti soffici,

gatti grassi e magri. Gatti che miagolano, gatti che brontolano,

gatti che fanno le fusa, gatti che soffiano e graffiano e scavano.

Una cosa la sapevo.

Non mi piacevano i gatti.

Ogni volta che passavo dalla casa della Dama dei Gatti,

lei era lì, sulla porta o sul cancello a guardare fuori.

Sembrava saperlo che passavo e mi chiamava

con la sua voce stridula e gracchiante:

“Tristina, Tristina.”

Allora mi spingevo gli occhiali sul naso, voltavo la testa

e me ne andavo più in fretta che potevo.

A volte correvo davanti al cancello

con le gambe magre e scure,

i calzini srotolati sui vecchi sandali con le fibbie,

col cuore che mi batteva forte in petto

mentre la voce stridula, gracchiante mi inseguiva.

“Tristina vieni Tristina.”

E io che le gridavo dietro:

“Non mi chiamo Tristina, Signora Dama dei Gatti.”

Anche quando passavo saltando la corda

con le sue maniglie di legno che finivano con due palline,

con i miei capelli neri che sembravano un cespuglio di nodi

che rimbalzava su e giù,

sentivo la Dama dei Gatti sussurrare:

“Tristina guarda Tristina.”

E io che le urlavo sempre dietro:

“Non mi chiamo Tristina, Signora Dama dei Gatti.”

Un giorno provai persino a passare gattoni lungo la siepe.

Il mio vestito di cotone a fiori mi si impigliò

sotto le ginocchia e si strappò in vita.

Allora la Dama dei Gatti mi chiese:

“Tristina, cara Tristina, ti sei fatta male?”

E io risposi a voce alta:

“Non mi chiamo Tristina, Signora Dama dei Gatti.”

Ogni volta che sentivo quella voce stridula e gracchiante,

gridavo: “Non mi chiamo Tristina, Signora Dama dei Gatti.”

Un sabato pomeriggio di sole, mentre saltellavo su un piede solo

lungo la strada, intorno al lampione, lungo la siepe…

Op, là, op, op, là, là

Inciampai… PUFF, BADABAM, PATATRAC.

Mi caddero gli occhiali e crac.

Il ginocchio mi faceva male,

il braccio mi faceva male e anche l’altro ginocchio mi faceva male.

Rimasi per terra a piangere.

“Cosa c’è, Tristina?”

Il cancello si aprì ed eccola là: curva che sembrava un cespuglio,

che mi guardava dall’alto.

“Non mi chiamo Tristina.”

Tirai su col naso tra le lacrime.

“Vieni, vieni.”

Disse lei, aiutandomi e conducendomi per mano

dentro la casa che aveva odore di gatti.

Gatti grandi, gatti piccoli, gatti neri, gatti bianchi,

gatti bianchi e neri, gatti grigi e gatti rossi,

gatti rigati come tigri, gatti morbidi, gatti soffici,

gatti vecchi e gatti giovani.

Gatti che mi guardavano con occhi gialli.

Gatti che mi seguivano con i loro occhi verdi.

Gatti che si leccavano e si tiravano i baffi.

“Ecco, ecco, Tristina.”

Disse mentre mi lavava le ferite e mi asciugava le lacrime.

“Non piangere , Tristina.”

Mormorò mentre mi puliva gli occhiali rotti.

“Adesso è tutto passato.”

La sentii dire mentre usciva dalla
stanza

e tornava con un bicchiere di limonata

e una fetta di friabile torta gialla inzuccherata

su un piatto a strisce bianche e verdi.

E i gatti mi guardavano da ogni angolo, da sopra gli armadi,

da sotto le sedie e sopra le sedie, dai lati del tavolo,

da sopra il tavolo e sotto il tavolo, dal davanzale e dal caminetto.

Mi sentirono quando le dissi ancora:

“Non mi chiamo Tristina, Signora Dama dei Gatti.”

“Non importa.”

Rispose mentre mi accarezzava i capelli.

“Tristina è un bel nome per una bambina come te

con quei tuoi grandi occhi scuri e quella bella pelle scura

e i capelli così soffici come uno dei miei micini.”

Poi mi raccontò tutto di quando era ragazzina

e viveva in Polonia prima della guerra

e di come tutta la sua famiglia se ne era ormai andata

e che la sua famiglia erano i gatti, e di come adesso

mi guardava passare davanti a casa sua tutti i giorni

e si ricordava di quando anche lei era bambina e si chiamava …

Ma non mi disse mai il suo nome, perché si addormentò

accarezzandomi i capelli come se fossi uno dei suoi gatti.

La volta dopo passai saltellando e balzellando dalla casa.

Le finestre erano chiuse, la porta era serrata

e non c’erano gatti sulla soglia.

Eppure … fui sicura di sentire una voce stridula e gracchiante che diceva:

“Stai attenta, Tristina.”

E io mi girai per dire:

“Grazie Signora Dama dei Gatti, ma non mi chiamo Tristina.”

* © Thelma Perkins, Sadie and the Cat Lady, maggio 1998.

Si ringrazia l’autrice per aver concesso il diritto di pubblicare questa traduzione; Thelma Perkins è insegnante e logopedista; vive a South East London; è autrice del racconto per bambini Wishing on a Wodden Spoon (Mantra 1992) e co-autrice con Isha McKenzie Mavinga di In Search of Mr McKenzie.

Nutmeg Princess/Principessa Nocemoscata è un laboratorio di traduzione delle letterature caraibiche anglofone di cui fanno parte Tullia Boschi, Giovanna Covi, Elisabetta Nones e Milena Rodella. Il gruppo opera a Trento in collaborazione con la Società Italiana delle Letterate. Obiettivo del laboratorio è la diffusione di una cultura ancora poco conosciuta al pubblico europeo, eppure tanto importante per la comprensione della realtà odierna nel suo complesso. In un clima di sempre maggiore attenzione per il multiculturalismo, in una società globale e sempre più bombardata di stimoli di ogni genere, avvicinarsi a questo mondo caratterizzato da una lunga storia di commistioni etnico-culturali permette di entrare in contatto con voci, suoni e colori diversi.  Il laboratorio ha scelto di affrontare nella pratica la sfida di trovare parametri nuovi di comprensione della realtà per fare in modo che l’alterità non debba essere concepita quale preda di discriminazione e appropriazione. Esso si pone come obiettivo, perlomeno ideale, quello di rendere una realtà, solitamente descritta con linguaggi razzisti, in una lingua, l’italiano, che cerca di diventare multirazziale senza percorrere lo stesso tracciato.

Editori e traduttori che desiderassero mettersi in contatto con Nutmeg Princess/Principessa Nocemoscata, possono contattare: Dott. Giovanna Covi — Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche, Università di Trento — Via S. Croce, 65, 38100 TRENTO; e-mail: gcovi@gelso.unitn.it; oppure Dott. Elisabetta Nones al seguente indirizzo e-mail: elinones@iol.it

Author