Tutto su mia nonna

Intervista a Silvia Ballestra

Nel corso del 2005 è uscito nella collana Stile Libero di Einaudi il romanzo Tutto su mia nonna, nel quale la scrittrice Silvia Ballestra ripercorre tra ispirazione autobiografica e invenzione letteraria le vicende familiari che ruotano, generazione dopo generazione, intorno alla figura protagonista di nonna Fernanda. Abbiamo voluto rivolgerle alcune domande

“Nonna ha sempre inventato parole, e mamma pure, e io pure”.

Sembra che le figure femminili nella sua vita abbiano avuto grande importanza.

Cosa ci può dire ancora rispetto alla forza delle parole che viene tramandata da queste figure forti? Alla loro “voce fossile”?

Credo che la libertà delle donne, fino a una certa data, possa essere stata esercitata soprattutto in ambito casalingo: il linguaggio, soprattutto quello familiare, è uno strumento formidabile per far passare una propria visione del mondo. Pensando alle mamme, alle nonne, e alle maestre, che sono portatrici di sapere, e soprattutto parole, e che sono le prime a insegnare ai più piccoli dapprima a parlare e poi a scrivere, ho voluto affrontare un testo che fosse anche un omaggio a queste figure troppo spesso dimenticate dalla linguistica. Ci sono poi linguaggi più o meno forti, un gusto più pronunciato, la capacità di fotografare un personaggio affibbiando un nome… basta mettersi in ascolto e la lingua – soprattutto quella che per motivi storici è stata poco frequentata – può raccontarci cose sorprendenti.

“Cribbio: stavo, effettivamente, diventando piano piano come mia madre? E dunque, e in definitiva, come la madre di mia madre, alias nonna Fernanda?”. Nella sua vita reale che peso ha avuto la “lotta” per differenziarsi da sua madre?

Nessun peso perché mi sono sempre considerata profondamente diversa da mia madre, per carattere, storia, occasioni… C’è uno stacco generazionale molto forte fra una ragazza educata negli anni cinquanta, in provincia, e una figlia venuta su dopo il ’68. Volevo solo rilevare come sia proprio la maternità lo snodo fondamentale per arrivare a capire taluni atteggiamenti, ansie, apparenti follie proprie delle mamme.

“… Solo mio padre e mio nonno Vittorio rappresentavano la componente maschile del paesaggio, e quel paesaggio, ammettiamolo, doveva incutere un suo terrore: ai due poveri maschi, certamente, ma anche alla sottoscritta, perché con le donne, e soprattutto con le donne della famiglia non vi era, né prevedo vi sarà in futuro, troppo da scherzare”.

In queste donne volitive sembra di cogliere anche una certa“competizione”. Cosa ne pensa di questa particolare dimensione al femminile?

Non so se si tratti di competizione. Forse le donne sono più severe, più critiche, più insidiose nel giudicare le altre donne perché si è più sottopressione. Tutto è più difficile, anche materialmente perché il carico di lavoro è più gravoso rispetto ai compiti tradizionalmente riservati ai maschi. Occuparsi della salute e del benessere dei familiari può essere molto stressante e di grande responsabilità.

“Io avrei voluto chiedere aiuto agli anziani. Chiedere loro com’erano riusciti a superare la tragedia della guerra e domandargli se avevano qualche cosa, un principio, una regola, da consigliarmi”. Si parla delle generazioni del dopoguerra come “generazioni senza memoria”, di fronte alle quali risulta sempre più agevole “politicamente” svuotare del loro significato anche concetti pregnanti come quello di pace… Qual è il suo pensiero sul valore civile della memoria?

Il mio pensiero è molto semplice poiché l’importanza della memoria è tale che non capisco proprio come la si possa mettere in discussione come purtroppo avviene coi recenti negazionismi, per esempio. Coltivare la memoria è un atto faticoso poiché significa andare a cercare la verità, anche attraverso testimonianze, per dire, e ricostruire criticamente ciò che può esser stato recepito solo in superficie (quando va bene, perché magari manca pure quello). Di sicuro riguardo agli eventi più dolorosi c’è ancora da scavare perché molto è stato nascosto: basti pensare che l’armadio della vergogna è stato trovato solo nel ’96.

Quale “eredità” ha lasciato nonna Fernanda a Silvia Ballestra? E nonno Vittorio?

Nonna Fernanda ha lasciato la lingua e l’autorironia, nonno Vittorio (che nella vita non si chiamava così, ricordiamoci sempre che questo è un romanzo e non tutto autobiografico!) non lo so. Qualcosa di più sotterraneo, filtrato dalla figlia (mamma), forse, ma chi può dirlo…