Uguaglianza/virilismo

Pensare di intervenire sugli aspetti iniqui – in termini di genere – che la nostra società in abbondanza presenta, senza porsi la questione degli interessi identitari profondi cui l’opposizione maschile all’uguaglianza dà voce, equivale forse a immaginare di svuotare il classico oceano con un bicchiere.

Uguaglianza/virilismo

Pensare di intervenire sugli aspetti iniqui – in termini di genere – che la nostra società in abbondanza presenta, senza porsi la questione degli interessi identitari profondi cui l’opposizione maschile all’uguaglianza dà voce, equivale forse a immaginare di svuotare il classico oceano con un bicchiere.

Sandro Bellassai*

Ci sono parole che vengono da lontano, che magari sono state importantissime ma negli ultimi tempi si sono un po’ smarrite per strada. Forse perché oramai inattuali? Uguaglianza, per esempio. Ogni suono arriva alle nostre orecchie in modo diverso a seconda dell’acustica dell’ambiente in cui ci troviamo; e sembrerebbe proprio che questa parola, nelle stanze della storia in cui ci troviamo oggi, risuoni in modo un po’ anacronistico. Potremmo chiederci se dipenderà dalla parola in sé o dall’acustica politica (diciamo così) in cui siamo immersi, ma forse equivarrebbe a chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina: un concetto non ha più di tanto vita propria al di fuori delle sue chiamate in causa empiriche.
L’uguaglianza è stato un valore epico, e anche mitico; oggi, in tanti pensano che questo mito abbia prodotto più danni che benefici. E forse, dicono, era un obiettivo sbagliato in partenza: cioè, i danni non sono dipesi dal modo in cui lo si è perseguito, ma erano già contenuti in potenza nell’idea stessa. Da almeno un trentennio, nella maggior parte del pianeta, la visione del mondo liberale ha vinto. Liberalismo vuol dire anche, in sintesi, dare il massimo valore alla sfera sovrana dell’individuo. E se io metto al centro l’individualità, ovvero le prerogative intoccabili del singolo, più facilmente qualsiasi ipotesi di livellamento sociale mi apparirà, come minimo, sospetta.
L’uguaglianza infatti è stata, ed è, spesso confusa con l’uniformità. Quindi con una sorta di tirannia spersonalizzante della massa sul singolo: «ci vogliono far diventare tutti uguali». In questa luce, l’uguaglianza apparirà addirittura come un presupposto epistemologico del totalitarismo. Ma nessun totalitarismo – ammesso che questo termine abbia senso compiuto sul piano storiografico – ha mai generato una società di uguali: fascismo e nazismo, ad esempio, hanno in effetti steso sulla società una vernice retorica di comunanza nel segno della Nazione o della Razza, che poteva, e può retrospettivamente, apparire somigliante all’uguaglianza; al di sotto di questa vernice, tuttavia, era ovviamente il principio di gerarchia il vero architrave del loro ordine politico. I regimi di “socialismo reale” furono molto più ambigui: di fatto riprodussero infinite disuguaglianze, mentre ne cancellarono altre di diverso tipo.
Uguaglianza insomma è un valore che in un certo senso comune odierno suona nel migliore dei casi come inconcludente o controproducente; nel peggiore, come bandiera insanguinata delle dittature. Ma il fatto è che mille volte, nella storia, l’uguaglianza è stata una bandiera di libertà sventolata anche da chi non aveva affatto in scarsa considerazione il rispetto dei diritti del singolo: dagli anarchici ottocenteschi ai radicali borghesi di ogni tempo, dagli illuministi settecenteschi ad alcuni femminismi novecenteschi (passando per molti liberali autentici, oltretutto). Qui l’amore per l’uguaglianza nasceva non da una volontà di uniformare tutto e tutti nel futuro prossimo, quanto dal rifiuto della disuguaglianza ben visibile nel presente, e legittimata da sempre come un assetto naturale della convivenza umana.
Era insomma, sul piano ideale, una uguaglianza dei diritti, delle possibilità, ma anche del valore intrinseco di ogni persona umana in quanto dotata immancabilmente di dignità; l’obiettivo era anzitutto contrastare l’idea che gli esseri umani avessero differente valore a partire dalla classe, dalla “razza”, dal sesso in cui venivano al mondo. Ciò non ha significato ignorare le differenze fra le persone, o desiderare di cancellarle; ha voluto dire piuttosto non collocarle in un sistema gerarchico, non considerarle causa di esclusione o inclusione, quando non proprio del diritto a vivere o meno. Uguaglianza, in definitiva, come concetto antagonista non di differenza, ma propriamente di disuguaglianza, di iniquità “naturale”, di superiorità e inferiorità ontologicamente intese.
Una simile declinazione del concetto di uguaglianza non è storicamente rimasta appannaggio di culture politiche marginali, ma ha fondato le grandi architetture normative della modernità democratica, dalle costituzioni degli stati alle dichiarazioni dei diritti (una per tutte, quella dell’Onu del 1949). Tali epocali petizioni di principio si intendevano, in generale, anche come stimoli a rimuovere concretamente, nelle leggi e nelle pratiche politiche dei singoli stati, le inaccettabili persistenze delle disuguaglianze fra persone e gruppi sociali ben dentro il Novecento. Le cose, com’è noto, non sono poi andate proprio così: le «magnifiche sorti e progressive» dell’uguaglianza come ideale fondante del politico hanno sostanziato solenni dichiarazioni, cristallini programmi politici, nobilissimi progetti di riforma; eppure, al di sotto della stratosfera delle supreme norme scritte, le regole spicciole della convivenza  hanno più o meno indifferentemente continuato ad ispirarsi, nei fatti, a un ordine normalmente diseguale. Si potrebbe dire che dalle alte vette dei principi non si è stati capaci di far discendere conseguentemente, fino alla dimensione più terrena della vita sociale concreta, analisi e azioni politicamente incisive; e questo è certamente vero.
Ma c’è anche da considerare una sorta di resilienza conservatrice del senso comune, che non è sempre interpretabile come mera ottusità, o malafede opportunistica: l’orizzonte mentale della differenziazione gerarchica è infatti quello che meglio si presta a riprodurre un forte senso di appartenenza identitario, che a sua volta è storicamente percepito come il più sicuro baluardo contro la perdita moderna del sé (individuale e collettivo), una prospettiva considerata più terrificante ancora della morte stessa. Di fatto, proteggendo o rilanciando le gerarchie di classe, genere, “razza”, le varie politiche dell’identità hanno costituito il porto più sicuro dove ricoverare le coscienze al riparo da un’accelerazione apparentemente incomprensibile del corso storico, quale si è iniziata a percepire presso strati sociali sempre più ampi con l’avvento della società di massa. A tale proposito, mentre appaiono relativamente noti i casi del nazionalismo e del razzismo,  quello del virilismo necessita forse di qualche spiegazione aggiuntiva.
Come configurazione culturale e ideologica che promuove atteggiamenti fortemente gerarchici ed esclusivi, quali ad esempio misoginia e omofobia, il virilismo fornisce un contributo fondamentale, anche sul piano discorsivo, alla conservazione di un orientamento ideale antitetico al principio di uguaglianza. Tuttavia, al di là di un’analisi letterale delle retoriche viriliste, ciò che in questa sede soprattutto preme è sottolineare la funzione che esse sono state chiamate a svolgere sul piano culturale, quindi nella dimensione dell’identità, dell’immaginario, di un ordine simbolico complessivo che si percepiva in pericolo a fronte di un profondo mutamento storico-sociale. A fine Ottocento, il virilismo si propose così come antidoto ai sentimenti di insicurezza che i processi di modernizzazione, nonché il nuovo protagonismo pubblico femminile, producevano in molti uomini in quanto uomini: i quali, infatti, si dichiararono minacciati nella loro virilità (non solo individuale ma collettiva, come una lesa maestà dell’intero genere maschile), e dunque reagirono rilanciando un intransigente principio antiegualitario di genere – l’indiscutibile superiorità naturale del vero maschio – con toni letteralmente apocalittici.
Il rifiuto del principio di uguaglianza, sul piano del genere, che questi apostoli del virilismo proclamavano violentemente era perfettamente funzionale alla solenne affermazione della propria identità superiore; e dunque, nel contesto storico specifico, alla difesa a spada tratta del proprio privilegio davanti a processi storici «progressivi» che sembravano sul punto di delegittimarlo. L’imperialismo e le guerre coloniali, il militarismo che sfociò nella Grande Guerra, ma soprattutto il fascismo: furono questi gli scenari  congeniali al rilancio in grande stile del principio di gerarchia, e quindi anche del virilismo. La potenza e la maestà del soggetto maschile poterono così apparire finalmente al riparo dai venti di una modernità politica – tanto nella sua versione liberale e democratica, quanto in quella rivoluzionaria (marxista e libertaria) – che aveva fatto dell’uguaglianza la propria cifra ideale.
Ma la sconfitta dei fascismi, a metà Novecento, segnò il trionfo apparentemente irreversibile proprio di quella visione egualitaria della modernità. Mentre il principio di uguaglianza assurgeva a cardine teorico del patto sociale a livello sia globale, sia delle singole nazioni, il registro retorico di una superiorità «naturale» del genere maschile (ma anche, per altri versi, dei bianchi sui neri, dei “signori” sui “cafoni”, per non parlare di “ariani” ed ebrei) si rivelò sempre meno frequentabile nel discorso pubblico; molti stati, adesso, approvavano leggi che mitigavano la disuguaglianza fra uomini e donne, riconoscendo crescenti diritti di cittadinanza a queste ultime. Tutto lasciava supporre che il classico trionfalismo virilista si avviasse ormai a una misera senilità di fenomeno anacronistico. Eppure, la sostanza profonda di quell’atteggiamento antiegualitario, nonostante tutto, ha continuato ad innervare la realtà sociale: privato non solo della sua arroganza teorica, ma persino del suo riconoscimento formale e istituzionale, un virilismo in veste “informale” ha comunque continuato a mantenere la «costituzione materiale» a debita distanza di sicurezza da un assetto realmente egualitario della società.
In definitiva, come valutare oggi una simile situazione? E quali azioni sarà in grado di suggerirci questa nostra valutazione? Possiamo considerare pragmaticamente l’uguaglianza una bella favola irrealizzabile nel mondo reale, come tante persone sembrano fare oggi; possiamo pensare positivisticamente che il tempo risolverà tutto, con un po’ di pazienza, perché la storia procede per sua natura dalla parte della giustizia; possiamo credere paternalisticamente che siano sufficienti aggiustamenti graduali e sapienti del sistema, perché in fondo siamo solo a un passo dall’obiettivo di una storica equità universale. Ma ognuna di queste strategie (peraltro non nuove, eppure in passato rivelatesi chiaramente inefficaci) ignora una dimensione essenziale della questione: quel livello profondo delle dinamiche identitarie, in cui l’idea di un assetto ineguale di genere, come unico scenario capace di scongiurare l’insicurezza del soggetto maschile, continua a svolgere un compito importantissimo.
È come se troppi uomini, nel momento in cui il genere maschile cessasse di apparire dominante nel pubblico e nel privato, rischiassero ancora e sempre di accusare una specie di sindrome debilitante. In queste condizioni, cioè fin quando l’uguaglianza fra i generi continuerà a risuonare come sinonimo di debolezza maschile, non c’è buona volontà riformista, non c’è pedagogia delle buone maniere, non ci sono insomma azioni volenterose ispirate a un’astratta “correttezza” che tengano. Pensare di intervenire sugli aspetti iniqui – in termini di genere – che la nostra società in abbondanza presenta, senza porsi la questione degli interessi identitari profondi cui l’opposizione maschile all’uguaglianza dà voce, equivale forse a immaginare di svuotare il classico oceano con un bicchiere.
Il lavoro più importante, da questo punto di vista, dovrebbe invece essere quello di smontare decisamente quell’equazione assiomatica “uguaglianza di genere=debolezza maschile”. Perché è semplicemente assurdo che la salute identitaria maschile sia considerata inversamente proporzionale alla libertà delle donne (e di ogni altro soggetto diverso dal maschio bianco eterosessuale): ma di questo non convinceremo mai tanti uomini e ragazzi in virtù di una mera argomentazione logica. È vero, però, che un significativo aggiustamento sul piano logico va oggettivamente compiuto: anche in tema di relazioni di genere, infatti, troppe volte si intende uguaglianza come sinonimo di uniformità; troppe volte le «femministe» sono percepite come le avanguardie di una tregenda matriarcale che punta ad assimilare o distruggere senza pietà gli uomini in quanto uomini, rendendoli appunto insopportabilmente “uguali” alle donne. Timori simili si nascondono spesso, ad esempio, in una certa diffidenza verso le azioni di “pari opportunità”: «ma se uomini e donne sono naturalmente diversi, perché mai costringerli a diventare uguali?». A parte il fatto che già le donne sono più o meno costrette, da millenni, a vivere in un mondo costruito a misura del maschile, qui riscontriamo ancora e sempre quell’equivoco semantico di cui si diceva all’inizio; uguaglianza, insomma, come annullamento (tombale e arbitrario) delle differenze, invece che come non-disuguaglianza.
Non è certamente questo, come abbiamo visto, un problema semantico-politico legato solo alla dimensione del genere; e forse non lo potremo risolvere fino in fondo restando esclusivamente in questo ambito. L’ordine politico e simbolico di genere, insomma, sempre si lega per più aspetti essenziali all’ordine politico e simbolico più generale, e viceversa; la condizione complessiva di non-uguaglianza della società è una questione sistemica, e del resto un’uguaglianza parziale è un ossimoro: o si è uguali o no. Ne consegue che non possono esistere zone franche, teoriche o fattuali: non all’interno del principio di uguaglianza, quindi, tantomeno in un assetto sociale che si vuole equo.
Se si tollerano in partenza certe disuguaglianze, è impossibile pensare di perseguire l’uguaglianza. Perseguirla davvero, s’intende, concretamente; iniziando magari dal chiarire che quel principio non minaccia affatto le differenze, la pluralità, la diversità personale e sociale. Minaccia – questo sì – il privilegio, l’iniquità, l’ordine gerarchico degli esseri umani e dei gruppi sociali: forse è proprio per tale ragione che qualcuno ne ha paura, e soprattutto non si stanca di trasmettere strumentalmente paura a chi, invece, dall’uguaglianza avrebbe solo da guadagnare in libertà e dignità.

*Membro fondatore dell’Associazione Maschile Plurale e docente di Storia delle culture e delle identità presso l’Università di Bologna.

 

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