Un certo modo di esistere

Non ce lo si può di certo nascondere. Nonostante l’attrazione fatale che noi possiamo provare davanti al perturbante imprevisto che segna il tono della nostra esistenza, ciascuno di noi sa benissimo come sempre le emozioni giochino «brutti scherzi»: dalla  sorpresa, dietro l’angolo, di un amore nuovo che finirà per scompaginare la nostra vita sentimentale, allo stupore, in fin dei conti non troppo dissimile, che ci potrà elettrizzare quando scopriremo di sapere risolvere un problema inatteso. In ambedue i casi alle prese – noi – con lo sconcerto emotivo di un uomo che, preso alla sprovvista, non potrà che rischiare la dismisura di un comportamento incontrollato e velleitario. Un comportamento che molto potrebbe farci assomigliare a quel giovane ed ancora «immaturo» giocatore di classe il quale, in virtù delle sue straordinarie virtù tecniche, riesce nelle giocate più spettacolari, quand’ecco che, a tu per tu con il portiere avversario, il cuore gli va in gola e la più facile delle palle si trasforma in una svirgolata a lato da mandare in bestia il più compassato degli spettatori.

E’ in questa sproporzione, dunque, che si annida il rischio emotivo. Ed è dunque  da quelle emozioni – almeno a dare ascolto a mamma e papà che si vorrebbero tutori permanenti della nostra vita – che ci si dovrebbe guardare nel momento in cui ognuno di noi i conti li debba fare con le proprie aspirazioni al successo. Un successo che, una volta rintracciato il suo criterio di verità nella performance modellata sul paradigma dell’intelligenza artificiale, non può che guardarsi dalle interferenze tonali di una qualsiasi personalità che turbi, con il colore della propria presenza, l’opacità compatta della superficie su cui scivolano i rapporti sociali. Interferenza deprecabile – per altro – non solo perché la cosiddetta «condotta emotiva» ci si rivela sempre impropria e disdicevole nella trama delle transazioni intersoggettive,  almeno per come esse ci si mostrano – tipicizzate e formalizzate – nel tempo della modernità compiuta. Ma soprattutto perché quelle nostre transazioni   reclamano, per conseguire il successo, la freddezza del calcolo intellettualizzato piuttosto che il calore dell’investimento affettivo. Cosicché lo sforzo cognitivo sotteso a questa esigenza di successo sembra non poter che vivere nel cuore di un feroce sdoppiamento funzionalistico che separi, all’interno del soggetto in formazione, sensibilità ed intelletto. Uno sdoppiamento inavvertitamente ideologico che, da una parte, consegna il significato della nostra esistenza incarnata ai luoghi di una taciuta, quando non rimossa, intenzionalità estetica da nascondere allo sguardo del mondo, mentre esso, dall’altra parte, affiderebbe a tecniche, apprendimenti e saperi, l’onere di una certificazione d’esattezza logica che nulla avrebbe a che spartire con il sovrainvestimento emotivo di una improvvisazione segnata, come una zeppa colpevole, dalla nostra esorbitante presenza soggettiva.

A dire, con ciò, di una progettualità formativa che, nietzscheanamente candidata a produrre «uomini di mestiere», non può che costruire – in relazione a quello sdoppiamento intenzionale – nient’altro che «frammenti di uomini». Dove Nietzsche, profeta della tragedia, coglieva dopo la metà dell’Ottocento il nichilismo a venire come compimento simmetrico di una tragica «divisione del lavoro» che proprio di «frammenti di uomini», e
non di uomini a tutto tondo, avrebbe avuto ovviamente bisogno. Il bisogno stesso di corrispondere – perché negarlo – a ciò che l’organizzazione del lavoro industriale avrebbe poi chiesto ai sistemi formativi, sulla scorta del modello fordista e taylorista che segna il destino del lavoro nel secolo scorso

Secondo simile ovvietà, dunque, il nostro comportamento dovrebbe sempre situarsi, viceversa, in una zona psicologica d’attesa che – come nel gioco degli scacchi – sia pronta ad anticipare qualsiasi mossa, senza così inciampare rovinosamente in quella condizione di sorpresa che comunque ci disarma, lasciandoci esattamente in preda di un qualche choc emotivo. Solo che tale ovvietà  ha padri ben  più nobili che non siano solo quelli che ciascuno di noi incarna, ognuno per sé, come uomo della strada che a nient’altro dovrebbe pensare – in osservanza degli antichi precetti familiari – se non alla tranquillità piccolo-borghese del proprio focolare domestico.

Non è infatti un mistero per nessuno il fatto che quella ovvietà non si fermi affatto sulla soglia di casa, e come le emozioni, in verità, proprio perché «giocano brutti scherzi», non abbiano mai goduto di buona fama culturale. E comunque sicuramente lo sa, tutto questo, almeno chi pratichi la storia delle idee nell’ambito del pensiero occidentale, e che queste idee le voglia per giunta riconoscere nella minuziosa riproduzione dei saperi scolastici che sempre quelle idee le trasformano, appunto, in saperi curricolari. Sicché, a scorrere l’inventario delle interpretazioni filosofiche e scientifiche che ne hanno preso in considerazione la natura e gli effetti, si potrà ben dire che qualche buona ragione deve pur averla l’impiegato del catasto, o il manager in carriera, od anche l’educatore ridotto a cane da guardia del sistema formativo, se è vero che fin dall’antica Stoa la dimensione emotiva, in quanto traccia sentimentale delle nostre imperfezioni, non supera il rango di una «vana opinione». Tanto più vana quanto più lontana da quella a-patia che, per gli stoici stessi, incarnava, al contrario, quel «vivere secondo ragione» che solamente dovrebbe spettare all’uomo che persegua la saggezza e la virtù. E che dunque s’ingegni a fare della sua vita un percorso formativo «efficace».

Di qui, dunque, una lunga tradizione che, seppure in misura discontinua, farebbe dell’emozione una vera e propria affezione, come diceva Tommaso d’Aquino, e che, in quanto falla che sembra scompaginare l’ordine sovrano del mondo, non potrà che proporsi ai nostri occhi se non come «malattia dell’anima». Qualcosa, insomma, che saldando senso comune e riflessione filosofica, non potrà venir registrata se non come «particolarità accidentale», e quindi ridotta, come in Cartesio, a mera funzione naturale, quando non al rango di un  «sentimento pratico» che, per Hegel, definirebbe addirittura lo sfondo «malvagio» di una individualità in colpevole lotta contro l’universalità della ragione.

Sia come sia,  si può ben dire, allora, che tutto il razionalismo occidentale – ovverosia il suo segreto illuminismo –   non ha fatto che alimentare simile atteggiamento, nel segno di una severità e di una intransigenza etico-intellettuale che hanno finito per gravare pesantemente sul modello formativo che la modernità borghese ha finalmente tracciato – tra il XVII ed il XIX secolo – come forma educativa ideale. Al  punto da produrre – quel tracciato socioculturale – un idealtipo pedagogico che, ancora alla fine dell’Ottocento ed agli esordi del Novecento, altro non poteva esibire se non quell’impettita ipocrisia vittoriana con cui la morale corrente, lontana dai tormenti dell’etica, all’istruzione affidava anche il compito meschino e sottaciuto di promuovere una ben più rassicurante e confortevole etichetta. Vale a dire l’ipocrisia  di una educazione formale che, messa in mora la struttura emotiva della vita sentimentale, affidava ai processi formativi quel tono di profilassi sociale che transita anche nei saperi scientifici di stampo positivistico. In quei saperi, cioè, che fondano il loro presunto primato sull’efficacia del calcolo lineare e cumulativo in virtù del quale le stesse emozioni diventerebbero, in fin dei conti, fatti da descrivere e da proporre al mondo della formazione come eventi da controllare e da neutralizzare nei loro esiti irrazionali.

In ciò, dunque, la rigidità fisico-matematica che in chiave psico-pedagogica ha finito per gravare – anch’essa – sul significato della vita emotiva negli stessi processi di apprendimento, quasi che il tono sentimentale con cui ogni personalità incontra il mondo altro non certifichi se non  una mancata lucidità razionale. Una mancata lucidità che vivrebbe in tal modo il disturbo di una colorazione soggettiva dei saperi come forma d’evasione estetica dai modi del rigore intellettuale. Tanto da evocare – simile scissione – un’idea di scuola che, per «andare al sodo», non ha mai potuto far altro che assecondare la strumentalità istruzionalistica che proprio il senso comune – l’ ideologia di mamma e papà – affida alla parola «educazione».

Perché, d’altra parte, stupirsene? Non lo si sapeva da sempre che lo «scienziato dell’educazione», almeno così per come il suo figurino esce dall’ album di famiglia di una pedagogia pervicacemente positivistica, assomiglia terribilmente ad un mancato colonnello d’artiglieria pesante che ai suoi soldati, retoricamente battezzati «figli», chiede sempre e soltanto il «decoro» di una «uniforme»?

Eppure, anche senza necessariamente ricorrere ad una dotta ricognizione storica che, mettendo in fila Agostino e Pascal, Rousseau e Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche – e quant’altri ancora – ci mostri l’altro volto della cultura europea, noi sappiamo bene come l’emozione designi, in verità, il carattere concreto della nostra stessa vita quotidiana. Lo sappiamo così bene al punto che, da grandi, ci capita spesso di pensare che forse mamma e papà, prudentemente preoccupati della nostra assimilazione sociale, sul gusto responsabile di una vita fatta di emozioni cariche di senso non ce l’hanno raccontata giusta. Forse un po’ come un tempo si faceva con la cicogna,  ed oggi, con eguale pruderie, forse si fa con l’igiene sessuale. Salvo scoprire che neppure loro, in realtà, ci avrebbero voluti severi ed impettiti come il nostro colonnello d’artiglieria pesante.

Di sicuro tutto questo, comunque, lo sapeva bene un intellettuale non a caso «eversivo» e impastato di concretezza esistenziale come Jean-Paul Sartre. Uno che – a dare ascolto alla sua emozionante ed emozionatissima Simone de Beauvoir –  nel suo stesso linguaggio quotidiano le emozioni non a caso le chiamava «esperienze vissute», nominandole addirittura in tedesco (Erlebnisse) così come aveva imparato a Berlino e a Friburgo dal suo maestro Edmund Husserl.

Il fatto è che Sartre questo lo sapeva bene perché, avendo tentato una vera e propria «rifondazione della psicologia» che solo l’ arroganza «positivistica» di Piaget non saprà per niente comprendere, egli faceva della sua «teoria fenomenologica delle emozioni» la base stessa del suo esistenzialismo a venire. E lì Sartre ci aiuta a comprendere davvero come sia proprio la struttura emotiva, in verità, a definire il senso della nostra stessa vita intellettuale.

Egli, infatti, accogliendo l’idea, cara ad Heidegger, secondo la quale «ogni comprensione è emotiva», avrà buon gioco a ricordarci  come la nostra intiera struttura emotiva, tutt’altro che espressione «accidentale» del nostro presunto «disordine psico-fisiologico», ci si mostri, semmai, come «testimonianza diretta della coscienza». Vale a dire come solo grazie all’investimento sentimentale che circonda i nostri atti conoscitivi noi si possa conquistare una coscienza, chiara «come un grande vento», del nostro esistere. In questo senso, anzi, l’emozione altro non è che «una forma organizzata dell’esistenza umana». Così divenuta – allora – «una certa maniera d’apprendere il mondo», l’emozione testimonia, di conseguenza, quel certo modo d’esistere che fa di ciascuno di noi un soggetto capace di libertà e di azione. E, di seguito, come un soggetto capace di sentirsi responsabile, per così dire, della sua stessa vita emotiva.

Orbene: è poi vero che in simile «modo d’esistenza della coscienza» restano intatti tutti i rischi di un sentimentalismo superficiale – ma molto irresponsabilmente à la page – che ogni «condotta emotiva» porta con sé. Così come è
vero che mamma e papà non smetteranno mai di vivere l’ansia delle nostre dismisure emotive. Eppure, là dove solo la nostra compartecipazione emotiva alle cose del mondo ed ai loro significati è in grado di tradurre i nostri saperi in altrettanti progetti di vita, solo lì sarà poi possibile – in barba al nostro colonnello d’artiglieria – parlare di educazione autentica.

Certo: resta tutto da chiarire, alla fine, il tema di una «educazione della vita emotiva» che – battezzata da Mariagrazia Contini come «pedagogia delle emozioni»  – ambisca a tradurre in chiave formativa ciò che di suo resterebbe sul piano d’una mera reazione sentimentale a ciò che di sorprendente la vita ci dona. Ma anche questo è il compito, appunto, di una scuola che non si abbandoni al mito robotico di una oggettività opaca e senz’anima. Una oggettività che solo nel gelo comico e atroce delle tre i (inglese, internet, impresa) può presumere di sostituirsi a quel mare «tutto fresco di colore» – alla Sandro Penna – che fa anche della nostra vita intellettuale, come direbbe Demetrio, un emozionante capitolo di poetica esistenziale.

*Professore straordinario di Storia dell’educazione europea

all’Università di Torino