Un prete che guarda il Paese dal finestrino

Che cosa può offrire la Chiesa a scienze umane e sociali dotate di un proprio patrimonio di ricerca, di competenze e di metodologie che ormai consentirebbero alle istituzioni pubbliche di andare oltre l’erogazione di servizi e la gestione di emergenze, per passare a visioni progettuali di lungo termine? Quale contributo aspettarsi dalle religioni nella costruzione di una società civile più coesa, equa, democratica, liberale?

Su un treno ad alta velocità risalgo l’Italia, dopo tre giorni di convegno a Salerno su giovani, lavoro, precarietà. Un prete che guarda il Paese dal finestrino, rielaborando pensieri ed esperienze ad alta densità affettiva, come accade spesso a chi opera con le persone più che con le cose. Negli occhi una terra di santi e di campanili, l’Italia dei comuni e di una socialità diffusa, multiforme: un mondo che si sente in crisi, scosso da profonde trasformazioni, ma come inconsapevole delle sue potenzialità. Le città e le provincie di questo Paese sono attraversate da nuove povertà, provate dal presente su cui procediamo appiattiti. Molte paure ci scuotono, la memoria non pare sostenerci e vediamo reti tradizionali dissolversi. Eppure non c’è quartiere senza iniziativa, non c’è tragedia senza reazione, un ordito di valori e di partecipazione che sfida l’anonimato e pare reggere alla frammentazione. Pochi sogni, molta improvvisazione, creatività e dinamismo che faticano a diventare progetto, punte di genialità e laboratori straordinari di cambiamento che la politica non sa collegare efficacemente. Ci si arrangia, forse. Ma con sempre maggiore fatica. Come si sta? La rete delle parrocchie è un osservatorio interessante.

In una società plurale l’elemento religioso si impone all’attenzione della cronaca prevalentemente nel suo aspetto culturale: una compresenza di pratiche educative, alimentari, relazionali, valoriali diverse e non abituate alla reciproca frequentazione. Lo scarto è tanto profondo che i possibili momenti di incomprensione e di conflitto lasciano più spesso il posto a separazione e distanza che a contaminazione e prossimità. Un mosaico di appartenenze e di convinzioni delicatissimo. A chi quotidianamente lavora alla costruzione di un tessuto civile, tutto questo consegna elementi di significativa difficoltà. La tentazione di lasciar fuori dalla sfera pubblica le mondo-visioni di ciascuno è comprensibile, ma evidentemente sbrigativa. Insegnanti, educatori, mediatori culturali, e chiunque viva la propria avventura professionale interagendo con le persone e le loro storie, sanno ormai investire sul tutt’uno che sussiste tra individuo e spiritualità. Includere è ospitare mondi, legami sociali, sistemi valoriali, favorendo la loro reciproca decodifica in un quadro di insieme in cui ha da risplendere la singolarità di ciascuno. Un lavoro complesso, ma in corso.

Le parrocchie italiane sono di fatto, più che di principio, attori fondamentali del processo di trasformazione in atto. Spesso positivamente, esercitano un ruolo caratterizzante il tessuto sociale di riferimento, per lo meno garantendo un presidio di valori e di pratiche che contrastino marginalità ed indifferenza. Ad un luogo di culto, pressoché ovunque, si affiancano spazi di incontro, esperienze di volontariato, proposte aggregative, iniziative di solidarietà verso le fasce di popolazione più deboli. Pur essendo da rilevare un gap crescente tra la generosità non troppo pensata di tali contesti  e le competenze pedagogiche e progettuali qualificanti l’offerta formativa della Scuola e gli interventi educativi professionali, sono molti i sacerdoti, le religiose e i fedeli laici che lavorano oggi gomito a gomito con le Istituzioni, alla costruzione di reti di inclusione più solide. La religione mostra dunque anche questo volto sociale, noto alla gente e sempre più prezioso per le Istituzioni. Si tratta per il cristianesimo di una modalità d’essere tradizionale, che oggi viene riscoperta e forse meglio compresa, proprio grazie al carattere non più monolitico e monoculturale della realtà sociale. Si tratta di un approfondimento per cui sentirsi nei confronti della post-modernità debitori. Vorrei qui mostrarne il rilievo dogmatico, pur intuendo che l’espressione farà sussultare qualche lettore. Ciò che intendo mostrare, infatti, è che non qualche collaborazione di quartiere, ma il centro della fede cristiana fa dell’inclusione sociale il principale orizzonte di senso cui dedicare ogni energia.

Ecclesia ha nella sua etimologia un movimento di convergenza, di chiamata ad essere insieme. “Radunarsi è un’espressione tecnica con cui la cristianità primitiva ha indicato il suo raccogliersi per il culto. Si trattava in ogni caso di un riunirsi che, visto dall’esterno, appariva giustamente inusuale. Si radunano qui uomini che altrimenti hanno poco o nulla a che fare in comune. Uomini che altrimenti si evitano per la strada. Essi però sono uniti poiché credono che sono fatti l’uno per l’altro. E sono fatti l’uno per l’altro poiché credono che qui anche qualcos’altro è radunato: il cielo di Dio e la nostra terra. Nella persona di Gesù Cristo è radunato ciò che nessuno di noi mai potrebbe portare ad unità […] e noi celebriamo tutto ciò lasciando agire in noi la storia di Gesù Cristo, insieme a due elementari alimenti della vita, insieme al pane ed al vino”[1]. Le parole di Eberhard Jüngel, uno dei massimi teologi evangelici, trovano riscontro nelle più antiche testimonianze cristiane. Mi limito a riprendere il passo della Lettera agli Efesini in cui San Paolo descrive la modificazione sostanziale intervenuta in Cristo nell’identità di Israele: “Ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi […] in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. […] Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio”[2].

La fine di una cristianità autosufficiente, la sfida del pluralismo e l’apparire di nuove forme di solitudine e di povertà riportano in primo piano la vocazione delle Chiese a radunare, a demolire muri di separazione, a sgretolare inimicizie. Così Benedetto XVI poteva indicare, nel 2007, una precisa traiettoria ai giovani italiani: “Tutto sembra concentrato nei grandi centri del potere economico e politico, le grandi burocrazie dominano e chi si trova nelle periferie realmente sembra essere escluso dalla vita. Un aspetto di questa situazione di emarginazione di tanti è che le grandi cellule della vita della società sono frantumate. […] Dobbiamo fare il possibile perché la famiglia sia viva, sia anche oggi la cellula vitale, il centro nella periferia. Così anche la parrocchia, la cellula vivente della Chiesa, deve essere realmente un luogo di ispirazione e di vita e di solidarietà che aiuta a costruire centri nella periferia. […] Dove si celebra l’Eucaristia, dove c’è il Tabernacolo, c’è Cristo e quindi lì è il centro e dobbiamo fare di tutto perché questi centri vivi siano efficaci, presenti e siano realmente una forza che si oppone all’emarginazione. La Chiesa viva, la Chiesa delle piccole comunità, la Chiesa parrocchiale, i movimenti dovrebbero così aiutare a superare le difficoltà che la grande politica non supera. Nonostante le grandi concentrazioni di potere, la società ha bisogno della solidarietà, del senso della legalità, dell’iniziativa e della creatività di tutti. So che è più facile dirlo che realizzarlo, ma vedo qui persone che si impegnano perché cresca la speranza”[3]. Inutile evidenziare la clamorosa ripresa nel magistero di papa Francesco di queste categorie e priorità, la cui radice, come già mostrava Ratzinger, è teologica: “Abbiamo visto e vediamo oggi nel Vangelo che per Dio non ci sono periferie. La Terra Santa, nel vasto contesto dell’Impero Romano, era periferia; Nazareth era periferia, una città sconosciuta. E tuttavia proprio quella realtà era, di fatto, il centro che ha cambiato il mondo”[4].

Al di là delle suggestioni di un cristianesimo che riscopre sé stesso, che cosa può offrire la Chiesa a scienze umane e sociali dotate di un proprio patrimonio di ricerca, di competenze e di metodologie che ormai consentirebbero alle istituzioni pubbliche di andare oltre l’erogazione di servizi e la gestione di emergenze, per passare a visioni progettuali di lungo termine? Più in generale, quale contributo aspettarsi dalle religioni nella costruzione di una società civile più coesa, equa, democratica, liberale? Il percorso fin qui condotto ci consente di rispondere: si deve richiedere quanto è loro più proprio. Non supplenza per ciò che lo Stato non fa – questo può accadere solo in situazioni di emergenza e in via del tutto transitoria – ma una continua ripresa, purificazione e rilancio del proprio messaggio spirituale, in rapporto alle sfide del presente. Indicherei in tal senso alcuni ambiti di lavoro particolarmente sensibili.

Il primo ha a che fare con una nuova declinazione della fede, propria dei monoteismi, nella comune origine degli uomini in Dio. La ridicolizzazione e la messa al bando della dottrina della creazione nella cultura accademica europea ha segnato la modernità così che, insieme a poderose conquiste sul piano tecnico scientifico, essa ha ampiamente conosciuto il risvolto drammatico del vuoto creatosi con la rimozione dell’immaginario biblico dal discorso pubblico. In una più consapevole distinzione di ambiti e di metodo, appare oggi possibile, e soprattutto urgente, che religioni e scienze riconoscano come le rispettive narrazioni convergono nel rilevare la reciprocità e l’uguaglianza fra gli uomini, il loro debito e le responsabilità verso l’intero creato, la destinazione universale delle risorse, il carattere simbolicamente denso dei legami sociali. “Il creatore ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. E lo ha creato in modo tale che la creatura possa esistere solo finché è insieme ad altre creature. Ciò che noi chiamiamo natura esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta di un essere insieme pericoloso, ma pur sempre dell’essere insieme. E ciò che noi chiamiamo storia, accade solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, abbastanza spesso di un vivere  insieme ricco di dissidi, ma pur sempre del vivere insieme. […] Il contrario è mortale. Chi vive solo per sé inizia già a morire. Chi esiste in uno splendido isolamento e in rapporto solo con sé stesso, inizia già ad andare in rovina. Questo vale per il singolo io e, allo stesso modo, per i gruppi, per le collettività e per i popoli. Per non andare in rovina dobbiamo radunarci”[5]. Questo annuncio religioso ha da tradursi in pratiche educative sempre nuove, con le quali le fedi, esercitando ciò che è loro proprio, saldano il dogma ad una modalità d’essere attenta e inclusiva. Nulla è più divino della fraternità fra gli uomini e del rapporto di ciascuno con l’Intero. Non esiste responsabilità più sacra: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,8) è come l’eco della domanda prima: “Dove sei?” (Gen 3,9). Mi pare che, seppur con linguaggi differenti e talvolta opposti, le tradizioni spirituali dell’oriente disegnino un paradigma di vita non lontano da questo. Le nostre città hanno bisogno di ritrovare simili orizzonti di senso, per uscire presto dalla rassegnazione, dal degrado e dalla rinuncia a sognare.

Educare al perdono e attivare percorsi di riconciliazione è il secondo ambito in cui credo le tradizioni religiose possono esercitare ciò che è loro proprio, in un contesto frammentato e segnato da lacerazioni, conflitti, incomprensioni continui. Fare pace con le ferite proprie e altrui; chiamare il male per nome; vederlo in sé oltre che fuori; imparare a convivere con ciò che non si gradisce; lasciare a Dio il giudizio ultimo su ciò che non si può accettare e la soluzione di ciò che al presente è irrisolvibile; dare a chi ha sbagliato nuove possibilità e gli strumenti per cambiare; riscattare quelli che da tutti sono emarginati e riprovati a causa di un difficile passato. C’è molto da fare. E il cuore dei monoteismi è misericordia. Esistono chiese, in ogni quartiere, perché ciascuno riceva Gesù Cristo come il più elementare alimento vitale per sé. “Alla tavola del Signore la società meritocratica trova la sua fine. Qui siamo trasformati da persone che operano in persone che ricevono. […] Il mondo è dominato da imperativi ed ottativi. Esso ci mette continuamente sotto pressione. Anzi, noi stessi ci mettiamo sotto pressione, sotto il peso di alti imperativi morali e, non raramente, anche di imperativi totalmente immorali. […] Tuttavia presso Dio, alla tavola del Signore, anche il più ripugnante degli uomini diventa bello, diventa bello in un senso assolutamente originario. Infatti, colui che Dio guarda con amore, diventa bello grazie all’amore dell’Altro, diventa totalmente bello: in questa maniera l’amore dà origine, è creatore. […] “Con me sei bello”: quando è possibile ascoltare questo complimento creatore anche da una bocca umana, quando noi possiamo dircelo anche vicendevolmente, allora è accaduto
qualcosa. Sì, accade qualcosa di autentico nella comunità cristiana”[6]. Con i linguaggi propri di ogni tradizione, questo “qualcosa di autentico” è il frutto inclusivo di ogni autentica esposizione dell’anima alla Verità. “Non si può essere privatamente con Dio. Non si può essere con Dio senza riconoscere chi è accanto a noi e – cosa ancora più importante – chi è sotto di noi e senza essere collocato nel giusto rapporto con lui nella sua alterità”[7]. C’è molto lavoro da fare per trasformare le comunità religiose in veri centri di perdono e di ricostruzione delle identità personali e dei legami interrotti. Retoriche da abbandonare, ipocrisie da superare, pregiudizi da demolire, competenze da sviluppare. Eppure si tratta di un compito di estrema responsabilità e di autentico fascino.

Dimagrire è un terzo compito che le Chiese possono dare oggi a sé stesse, così come gran parte delle Istituzioni tradizionali. Non si tratta semplicemente di spending review, ma di un misurarsi con sensibilità e priorità mutate. Molte strutture sono diventate inutilizzabili e superflue. Ne occorrono di meno, di nuove e di più leggere. Più flessibili, essenziali, spesso condivise. Assumere un profilo di animazione e di profezia, più che di potere, conferisce credibilità e autorevolezza alla missione. Scrive Francesco: “Il tempo è superiore allo spazio. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi (….) Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci”[8]. Riscoprire ciò che in tutte le tradizioni spirituali si alimenta con l’ascesi e col digiuno: una leggerezza ed una libertà da sé che consentono di andare spogli ed essenziali, chiedendo e praticando l’ospitalità, senza troppe difese e garanzie. Molti beni meriterebbero di essere alienati o ridestinati, evitando su di essi qualsivoglia speculazione, ma investendo in totale trasparenza su progetti e percorsi di forte impatto civico e simbolico. Si tratta di un mutamento del panorama complessivo delle nostre città cui siamo pronti a contribuire.

*Sacerdote, responsabile della pastorale giovanile nelle sette parrocchie di Cesano Maderno (MB) e docente presso l’Istituto Versari di Cesano Maderno.

[1]                 E. Jüngel, Segni della Parola. Sulla teologia del sacramento, Assisi, Cittadella Editrice, 2002, 177s.

[2]                 S. Paolo, Lettera agli Efesini, 2, 11-14.19-20

[3]                 Benedetto XVI, Veglia di preghiera con i giovani, Piana di Montorso, 1 settembre 2007

[4]                 Ivi.

[5]                 E. Jüngel, ivi, 178.

[6]                 Ivi, 183ss.

[7]                 Ivi, 184.

[8]                 Francesco, Esortazione Apostolica Evagelii Gaudium, n° 222.

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