Una cultura della separazione

Mediazione familiare: tutti ne parlano, sappiamo cos’è? Una giornata di studio organizzata dall’Associazione GeA – Genitori Ancora e dal Centro per il Bambino e la Famiglia (CBF) della ASL di Bergamo (Bergamo 21 ottobre 2005)

Sono passati quasi vent’anni dalla nascita dell’Associazione GeA-Genitori Ancora, costituita con l’obiettivo di far conoscere e diffondere anche in Italia la mediazione familiare, pratica allora già diffusa all’estero ma quasi sconosciuta nel nostro Paese.

Da quel lontano 1987 si sono fatti importanti passi avanti: il termine mediazione familiare è entrato nel linguaggio comune; molti genitori in fase di separazione hanno cominciato e poi continuato a riconoscerne l’utilità; numerosi operatori dell’area psicosociale, dopo apposita formazione, hanno dato avvio e gestiscono servizi pubblici e privati; il mondo legale giudiziario, superate le riserve iniziali, guarda al mediatore familiare come ad un collega che lavora con l’avvocato e con il giudice per definire una buona separazione.

Attraverso studi e ricerche e, soprattutto, buona pratica di mediazione familiare si è quindi fatta strada una nuova cultura della separazione in linea con l’obiettivo che si erano dati i fondatori dell’Associazione GeA, in particolare Fulvio Scaparro che dell’associazione è tuttora direttore scientifico: diffondere una cultura della separazione che coinvolga non solo il nucleo familiare, ma anche magistrati, avvocati, operatori dei servizi sociali e tutti coloro che a vario titolo intervengono nella vicenda separativa. Si tratta di sostituire alla logica della vittoria di una parte sull’altra quella di accordi presi insieme nell’interesse di genitori e figli; di evitare che la fine dell’esperienza della coppia coniugale coincida con lo scioglimento della coppia genitoriale. Si tratta di allontanare la separazione coniugale dal mondo del patologico, dal giudizio mortificante di non saper mantenere impegni e relazioni e, peggio ancora, dalla svalutazione delle capacità genitoriali dei genitori in separazione.

In questi anni attraverso la mediazione familiare c’è stato modo di dimostrare che si può aiutare la coppia a essere protagonista della propria separazione e a raggiungere un accordo soddisfacente per sé e per i figli; che è possibile prevenire il danno provocato nei bambini dalla cessazione del dialogo tra gli adulti e dalla rinuncia al ruolo di genitori; che l’impegno di tutelare grandi e piccoli passa attraverso decisioni e intese che tengono conto dei loro bisogni fondamentali. La mediazione familiare accompagna i genitori in situazioni nelle quali la separazione procede all’insegna della divaricazione totale, della cessazione di ogni dialogo tra le parti, della rinuncia da parte degli adulti al ruolo di protagonisti della propria vicenda separativa. A questi papà e mamma il mediatore offre uno spazio dove ricominciare a occuparsi dei figli, cercare di riconoscerne insieme i bisogni e trovarvi le riposte più appropriate; propone un luogo dove i genitori possono esprimersi liberamente, senza giudicarsi, attaccarsi, colpevolizzarsi reciprocamente.

Tutto bene, dunque? Certo, in questi anni non sono mancati i successi, le prove tangibili che la mediazione familiare può davvero costituire una valida proposta per la coppia di genitori in separazione. Chi con passione da molti anni se ne occupa ha rafforzato la convinzione che con interventi appropriati è possibile ridurre o almeno controllare gli effetti negativi del conflitto familiare; che la proposta di introdurre uno strumento di composizione pacifica dei conflitti nel campo spesso di battaglia della separazione o del divorzio rivaluta le potenzialità creative del conflitto e aiuta i genitori a recuperare risorse utili a disegnare nuovi e duraturi rapporti. E se i primi centri di mediazione familiare sembravano costituire un esperimento da pionieri, ora la loro diffusione in buona parte del Paese testimonia da parte dei genitori, ma soprattutto da parte di quanti si occupano della famiglia in crisi, interesse, sensibilità, volontà di ampliare e diversificare la gamma dei servizi messi in campo per aiutarla.

Tuttavia chi da molti anni si occupa di genitori e figli nella separazione se da un lato riscontra con soddisfazione un crescente interesse nei riguardi della mediazione familiare dall’altro deve fare i conti con una conoscenza non sempre corretta ed esauriente di questa pratica. Resta quindi la convinzione, anche dopo molti anni di lavoro, che c’è ancora bisogno di parlare di mediazione familiare per farne conoscere a fondo le caratteristiche peculiari, le potenzialità e – perché no? – i limiti e le carenze.

C’è bisogno, per esempio, di far comprendere bene chi è e cosa fa il mediatore familiare, sottolineando con fermezza che mediatori non ci si improvvisa, ma che occorre una lunga e qualificata formazione; chi da anni pratica la mediazione familiare ha maturato la convinzione che si mettono al riparo i genitori da pericolose improvvisazioni solo garantendo la qualità dei processi formativi e l’acquisizione di buone pratiche, elaborate e verificate da operatori di comprovata esperienza. Un compito molto delicato spetta al mediatore, al quale è indispensabile che si prepari con rigore: egli si pone come un ponte tra papà e mamma nel momento in cui si proiettano da coppia coniugale a coppia genitoriale: deve quindi essere in grado di creare nuovi canali di comunicazione tra due persone che da tempo non si parlano o si parlano in maniera distorta; deve essere capace di offrire uno spazio in cui i genitori possono esprimere paure e ansie, ma anche riprogettare il futuro. L’empatia, l’ottimismo ragionato, l’imparzialità, la capacità di rappresentare temporaneamente il figlio e le sue esigenze, l’autorevolezza di imporre una tregua al conflitto non sono qualità personali e modalità operative che si improvvisano: sono il risultato di una formazione impegnativa e sottoposta a rigorose verifiche.

Occorre ancora continuare a spiegare che mediazione familiare e terapia non sono la stessa cosa e tanto meno sono intercambiabili; mediatore e terapeuta, pur accomunati dall’obiettivo di fornire aiuto alla famiglia in crisi, agiscono in setting ben differenziati, con competenze e strumenti non sovrapponibili. Il mediatore rivolge le sue attenzioni alla coppia genitoriale, aiuta a gestire il passaggio dalla condizione di marito e moglie a quella di papà e mamma. Il successo della mediazione è evidente quando i due genitori, lasciato alle spalle il conflitto coniugale, riescono a disegnare relazioni future dalle quali il figlio rinforza la sicurezza di poter comunque sempre contare su due genitori.

Anche sul rapporto mediatore-avvocato c’è ancora molto da dire e da spiegare. E’ vero che mediatore e avvocato si occupano entrambi di genitori in separazione, ma in ambiti ben diversi e ognuno con compiti specifici e ben definiti. Il mediatore deontologicamente corretto non ha mai la tentazione di sostituire il legale, così come l’avvocato, nell’interesse del suo cliente, non cade nella tentazione di indossare contemporaneamente l’abito del mediatore.

E’ necessario mettere ancora impegno, soprattutto per avvicinare sempre più al mondo della mediazione tutte quelle persone che a vario titolo vengono a contatto con i genitori in separazione e che, coinvolti direttamente o indirettamente nel conflitto spesso loro malgrado, avvertono con senso di impotenza la mancanza di strumenti adeguati di aiuto e di intervento.

Insegnanti, pediatri, medici di famiglia, educatori, operatori dei servizi, quante volte li abbiamo sentiti denunciare la loro difficoltà di fronte al conflitto familiare; anche se non li riguarda direttamente, non possono, infatti, ignorare l’eco di difficoltà in famiglia, soprattutto quando si manifesta attraverso chiari segni di disagio e di sofferenza dei bambini.

Parlare loro di mediazione familiare, farla conoscere, aiutare a suggerirla nella maniera più efficace ai genitori interessati vuol dire creare alleanze, gettare i presupposti per nuove forme di collaborazione, condividere l’obiettivo di prevenire e contenere gli effetti negativi che una separazione altamente conflittuale porta con sé.

Nasce così l’idea della giornata di studio del 21 ottobre; l’Associazione GeA-Genitori Ancora e il Centro per il Bambino e la Famiglia (CBF) della Asl di Bergamo, che dall’inizio degli anni Novanta si occupa di mediazione familiare, propongono un’occasione di informazione e di approfondimento per tutte le persone interessate al tema.

L’intenzione è quella di organizzare un incontro nel quale i mediatori esperti aiutano a comprendere a fondo cosa si intende quando si parla di mediazione familiare, delineano il profilo del mediatore familiare, dipanano dubbi ed equivoci.

Accanto a loro, gli organizzatori hanno chiesto a professionisti di varia provenienza, dal pediatra al magistrato, dall’insegnante all’educatore, di portare l’esperienza di persone che si ritrovano spesso a camminare a fianco di genitori in separazione, di pensare a possibili sinergie, di allearsi nei modi più opportuni con il mediatore familiare e di sostenerlo nel suo difficile compito perché “...In un ambiente culturale più portato allo scontro che al dialogo, più teso al risultato immediato che attento alle conseguenze future delle azioni di oggi, si avverte la necessità di mediazione e di mediatori che aiutino le parti a negoziare, a guardare più lontano di un’eventuale vittoria immediata, a comporre le dispute senza negare le differenze salvaguardando il potenziale creativo del conflitto.

La mediazione non è soltanto una tecnica né soltanto un’utopia. E’ una tecnica fortemente carica di utopia. Richiede al mediatore e alle parti in conflitto competenza, coraggio, praticità, pazienza e capacità di sostenere il carico emotivo dei conflitti senza perdere di vista l’obiettivo, arduo ma non impossibile, di realizzare scenari diversi da quelli che oggi ci vedono in lotta (Fulvio Scaparro,  Il coraggio di mediare, Guerini Editori, 2002).

Vicepresidente dell’Associazione GeA

Associazione GeA-Genitori Ancora,

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