Uomini in educazione

Uomini in educazione

I ragazzi non hanno, o hanno scarsi modelli educativi del proprio genere: a scuola gli uomini non ci sono o sono molto pochi, comunque ormai le scuole sono luoghi, reali e simbolici, di donne, e poi i padri, che al di là della nuova retorica, la retorica che ha creato rapidamente le figurazioni stereotipe delle nuove paternità, vede una realtà indubbiamente in cambiamento, ma fatta ancora molto di silenzi e di assenze.

Barbara Mapelli*

Uomini in educazione

I ragazzi non hanno, o hanno scarsi modelli educativi del proprio genere: a scuola gli uomini non ci sono o sono molto pochi, comunque ormai le scuole sono luoghi, reali e simbolici, di donne, e poi i padri, che al di là della nuova retorica, la retorica che ha creato rapidamente le figurazioni stereotipe delle nuove paternità, vede una realtà indubbiamente in cambiamento, ma fatta ancora molto di silenzi e di assenze.

Barbara Mapelli*

Mi sono spesso trovata a definire l’esistenza nel mondo di donne e uomini, dei due sessi, un’evidenza invisibile: una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma non viene nominata, o meglio, di cui non si tiene conto nella sua natura fondativa di diversi percorsi biografici, visioni e interpretazioni di senso, elaborazioni di pensiero e differenti sensibilità, modalità di esprimerle. Il riferimento alle differenze di genere appare prevalentemente assente nella cultura diffusa, nel momento in cui, contraddittoriamente, si usa un linguaggio neutro/maschile e si perpetuano al contempo, talvolta radicalizzano, vecchi e nuovi stereotipi sessuali che vincolano donne e uomini a forme, modi, norme di femminilità e maschilità.

Questa cultura di assenza, o prevalente silenzio, rispetto a ciò che profondamente struttura le identità individuali e collettive, le grandi e differenti narrazioni dell’umanità, vive, quasi imperturbata, anche nei luoghi della formazione, dell’educazione, nelle aule scolastiche. E in questi luoghi prosegue nel tempo, e non accenna a mutare, il persistere di un’altra evidenza invisibile, generata dalla prima e più generale. Gli uomini non ci sono: i compiti, le responsabilità educative sono appannaggio femminile, in talune realtà esclusivo.

Un’evidenza invisibile, appunto, che tutti e tutte vedono e sanno, ma di cui non si parla, a cui non si pensa di dover porre rimedio, poiché è così da tempo, si prevede che sarà ancora così nel futuro e, quindi, è naturale che sia così.

Ma il Movimento delle donne ha posto a critica la presunta naturalità di scelte e ruoli sessuali, si è proposto di liberare da destini predefiniti, spazi soffocanti e nell’ombra del maschile i soggetti femminili, e, ad esempio, in campo sociale ed epistemologico, si sono studiati i motivi dell’assenza femminile nei percorsi scientifici e tecnologici, ribaltando la credenza diffusa dell’inadeguatezza delle donne nell’inadeguatezza, piuttosto, della scienza, così come si è sviluppata nel mondo occidentale, inadeguatezza non solo a rappresentare volontà, saperi e desideri femminili, ma, più in generale, a sviluppare e migliorare vivibilità, benessere per il genere umano nel mondo. E forse – o probabilmente, come credo – l’assenza di un sesso, la prevaricante presenza dell’altro, hanno condotto a queste forme di progresso, che mostra ora, con chiarezza, alcuni suoi volti feroci.

Su tutto questo si è mosso il pensiero delle donne, denunciando e criticando a fondo, ma su quell’altra assenza, sull’evidenza invisibile dell’assenza degli uomini nei luoghi dell’educare, vi è tuttora silenzio, un silenzio scandaloso che impedisce di prefigurare interventi, che non lascia spazi neppure alla possibilità di nominare i danni che ne derivano.

Eppure vi sono dati di realtà, che appaiono chiari a chiunque vi presti attenzione, di quanto la modernità contemporanea abbia bisogno di riflessioni, di un pensiero vigile sulle difficoltà ora, nel presente, di crescere e divenire donne e uomini.

Modelli molteplici di femminile e maschile sono presenti sulla scena, tra loro contraddittori, eppure vincolanti a norme non sempre dette, potenti, al punto di limitare e offuscare pericolosamente le possibilità di scelta e libertà di donne e uomini, soprattutto giovani.

L’ardua impresa di comporre un’identità sessuata

Vi è una metafora che usa Bauman in un suo testo, Intervista sull’identità[1], che probabilmente non ci dice nulla di nuovo, ma offre un’immagine suggestiva del formarsi delle soggettività nel contemporaneo. Un tempo, scrive l’autore, l’identità si poteva rappresentare
come un puzzle che stava tutto in una scatola e l’immagine del risultato finale era data, si trattava quindi di trovare i pezzi per ricostruirla e anche se ce n’erano di difettosi, il tentativo era quello di avvicinarsi il più possibile a quell’immagine. Ora si possiedono dei pezzi, altri si ambisce ad averli, ma le immagini cui si cerca di avvicinarsi sono plurime e – aggiungo io – in  continuo mutamento, così le composizioni che si cerca di costruire della propria identità, non solo non hanno un’unica immagine predefinita, ma essa non è mai raggiunta, mai data una volta per tutte, più immagini, che si inseguono nel tempo, convivono e si sovrappongono.

Tutto questo è probabilmente ovvio e intuibile e tanto più appare evidente se si aggiunge a questa immagine un’ulteriore complessità o profondità di visione, dando sesso a queste identità del contemporaneo, chiamandole donne, uomini e forse, ad essere più raffinati, introducendo variazioni alla semplice binarietà del femminile e maschile. Ma ora, per semplicità, mi limito a un discorso su donne e uomini[2].

Il tempo in cui viviamo offre e al contempo chiede di attenersi a modelli del maschile e del femminile, appunto, non solo molteplici, mutevoli e cangianti, o in contraddizione tra loro, ma assolutamente opposti.

Abbiamo sotto agli occhi i corpi delle veline, vallette, mogli di calciatori, corpi esposti come ormai usa dire, ma anche i corpi quasi inesistenti, evanescenti delle anoressiche, i loro grandi occhi che sembrano mangiarsi i visi. Corpi anch’essi esposti e si tratta nell’uno e nell’altro caso di corpi che dicono di sé, corpi che sono superfici di significazione, raccontano storie, stratificazioni di narrazioni che hanno costruito culture e che già ne suggeriscono il superamento, corpi che dettano norme, non direttamente nominate ma straordinariamente vincolanti. E vi è poi, sempre per le donne, la mai risolta ambiguità tra maternità e lavoro, in un paese come il nostro che ancora retoricamente incensa la donna madre e offre ancora molto spesso protagonismo sociale e politico, voce udibile alle donne attraverso il loro essere madri. Ancora il riferimento alla maternità crea un simbolico potente, suggestivo, evocativo: quelle madri, le madri sono le madri di tutti, la madre di ciascuno. A questa retorica non corrisponde alcuna difesa reale della maternità e allora per ogni donna si pone il dilemma, mai risolto, tra maternità, lavoro o anche, più semplicemente, tempo per sé. Un dilemma che si trasforma in accumulo di sensi di colpa: due immagini opposte, ostili tra loro e irrisolte – madre, lavoratrice – che vivono nell’intimità anche delle più giovani e a cui ciascuna dà nel tempo soluzioni personali, ricorrendo molto spesso ad altre donne, ma senza mai sanare a fondo le lacerazioni che questa dicotomia oppositiva crea.

Le scelte si mostrano difficili anche per gli uomini e anche per loro l’esposizione dei corpi insegna molto. Insegna, come per quelli femminili, che i corpi sono discorso, pratiche discorsive attraverso le quali ciascuno e ciascuna interpreta il personaggio, o i personaggi, che ha deciso di indossare, che sono a loro volta interpretazione personale di quel che la cultura, la società vive, propone, impone, regola e norma. Allora l’esposizione maschile mostra le immagini del potere, ancora giacca e cravatta, in ossequio all’uomo grigio che ha dominato sul Novecento, ma anche i corpi muscolosi, palestrati si dice, oppure il metrosexual, la più recente invenzione che ereditiamo dagli Stati Uniti naturalmente: corpo muscoloso ma non troppo, glabro, rivestito delle marche più prestigiose, eterosessuale (ma questo poco importa, perché il vero oggetto del suo desiderio è lui stesso) e grande consumatore di prodotti e cure estetiche. Contemporaneamente ancora i modelli della virilità rapace e violenta, l’uomo cacciatore il cui carniere deve essere il più possibile pieno di prede, alimentati da gruppi di pari in cui sono ancora bandite le espressioni di fragilità, che si trasformano, come già si diceva, in dimostrazioni di virilità, al punto che, come osserva uno studioso, la mascolinità sembra essere qualcosa non che si ha, ma che si deve continuamente dimostrare.

Al contempo, e in stretta relazione con quanto detto, si moltiplica l’orrore, tutto maschile, per gli omosessuali, l’omofobia, la paura in realtà che possa mostrare falle la propria di virilità. E vi è anche una novità, sempre per gli uomini, soprattutto giovani: cominciano anche loro ad ammalarsi di anoressia, un territorio, finora, di sofferenza esclusivamente femminile.

E’ difficile muoversi in questa complessità senza una o più guide, che rendano per quanto possibile competenti e sapienti rispetto a queste immagini di femminile e maschile, rispetto alla loro storia, formazione, significazione nel tempo e nelle diverse culture.

Un’educazione che mai come ora richiederebbe di essere vitale, mai come ora appare necessità centrale, primaria. Eppure sembra prevalere in tutta la cultura sociale una cultura dell’emergenza, emergenza continua, che urla nelle orecchie, affretta i passi, le scelte e le decisioni, rende tutto urgente, immediato, senza pause. Una cultura che impedisce di pensare, di fermarsi a riflettere, darsi il proprio tempo, il tempo della cura, di sé e degli altri e anche del mondo; una cultura, quella dell’emergenza, che invade anche i luoghi dell’educare, sia i luoghi dell’interiorità di ognuno, sia i luoghi della relazione, anche tra generazioni.

Così alcuni eventi che si ripetono ossessivamente e sono segnali non difficilmente comprensibili, vengono trattati, in nome della cultura dell’emergenza, attraverso pratiche repressive e non interpretative, non creano la possibilità di un accumularsi di esperienze e di saperi.

E’ ovvio parlarne, ma il cosiddetto bullismo – fenomeno in ogni caso a mio parere eccessivamente enfatizzato – ci dice e ci chiama a un’interpretazione e alla necessità dell’educare, parla dei nuovi disagi maschili, della mancanza di modelli comprensibili, condivisibili, o dell’eccesso di modelli non filtrati, non interpretati insieme, criticati, resi discorso colto e possibilità di scambio. Per cui i ragazzi decidono per la violenza, come affermazione di una virilità che è incerta, impaurita, ha timore delle donne e del giudizio dei pari, sceglie il contro tipo del debole per affermare la propria dominanza, misera e sofferente.

Questi ragazzi non hanno, o hanno scarsi modelli educativi del proprio genere: a scuola gli uomini non ci sono o sono molto pochi, comunque ormai le scuole sono luoghi, reali e simbolici, di donne, e poi i padri, che al di là della nuova retorica, la retorica che ha creato rapidamente le figurazioni stereotipe delle nuove paternità, vede una realtà indubbiamente in cambiamento, ma fatta ancora molto di silenzi e di assenze. E’ questo senz’altro un territorio che richiederebbe pensiero educativo, presenze e scambi che sappiano trasformare in cultura condivisa, perché divenga anche bene personale, i mutamenti che creano disagio, disorientamento e sofferenza, e poi violenza, se lasciati a sé stessi senza discorsi e pratiche che li nominino, non solo come dolore individuale, ma come percorso collettivo, nel quale ognuno, riconoscendosi in una storia comune, può trovare luogo per la propria unicità.

E la stessa sovraesposizione di intimità, emozioni e sentimenti attraverso pubblicità e mondo dello spettacolo, “grucce”, come scrive Richard Sennett, “cui appendere le solitarie paure individuali[3], questo straripare di intimità nello spazio pubblico – e vi sono molti spazi specifici dedicati all’adolescenza – che diviene anche normativo dei comportamenti individuali, testimonia, se pure attraverso esempi inautentici, spesso distorcenti, anche la ricerca, il bisogno di costruire legami, di trovare modelli di identificazione, che si collochino tra il differire e somigliare.

Dentro ognuno, con minore o maggiore intensità, secondo gli strumenti di auto-conoscenza che possiede, queste differenti culture vivono una difficile convivenza, ambigua e dolorosa nel momento in cui rende complesso, lacerante comprendere ciò che si vuole.

La scuola mi è servita finora da esempio, luogo per eccellenza in cui si formano, o dovrebbero, i nuovi e le nuove al mondo. Ma l’Università?

Ancora di un altro luogo, tutto di donne

Il nuovo sipario che si alza apre su una scena che conosco molto bene: la Facoltà di Scienze della Formazione, a Milano Bicocca, ma la rappresentazione potrebbe riguardare qualunque altra simile Facoltà in altre Università del Paese. Ci si muove per aule e corridoi e quel che che si può vedere è così ovvio da apparire invisibile ai più, come già si diceva all’inizio, anzi è proprio la sua evidenza, scontata, che rende invisibile una realtà che invece dovrebbe apparire inquietante: in queste aule e corridoi, se si escludono i docenti, gli uomini sono pochissimi, gli studenti maschi una percentuale irrisoria, che si avvicina al quasi nulla se il cammino conduce negli spazi di Scienze della Formazione primaria, i luoghi da cui escono coloro che educheranno i più piccoli e le più piccole.

Gli uomini non ci sono o quasi e quindi saranno pochissimi quelli che in futuro educheranno e si prenderanno cura. Si perpetua così in queste aule il destino differente dei due sessi, che ora io osservo limitandomi a queste professioni, che sono però specchio di altri lavori della cura e di quel che accade nelle stanze dell’intimità, delle famiglie, nonostante alcuni segnali tra gli uomini di un desiderio di mutamento, trasformazione. Ma qui, in queste aule universitarie, pare non esservi alcun sintomo di novità, le cose appaiono nella loro invisibile ovvietà: gli uomini non si prendono cura, le donne sì e questo dato – ed è ciò che spinge ad aprire il sipario su questa realtà che considero particolarmente delicata e cruciale rispetto al futuro – si trasmetterà ai più piccoli e piccole, ai e alle più giovani. Mentre le donne si occupano di loro, gli uomini sono impegnati in altre imprese, sono altrove nel mondo. E le separatezze, i ruoli, che tolgono libertà e limitano possibilità alle une e agli altri si perpetuano, divengono i modelli di crescita per chi impersona e rappresenta il nostro futuro.

E allora inizio a chiedere, avvio una ricerca svolta con pochi mezzi e molta buona volontà, condivisa con altra donne e uomini giovani, come me stupiti, interessati a far emergere questa evidenza invisibile, domandando ai pochi studenti maschi che incontriamo perché sono lì. Cosa pensa, che passioni ha, che emozioni vive un uomo che contravviene alla norma e prefigura per sé un futuro in cui educherà, formerà, si prenderà cura?

Che immagine ha di sé? Mosca bianca… Un ago in un pagliaio… Battitore libero… Un romantico dell’educazione. I giovani uomini con cui parliamo sottolineano soprattutto la loro eccezionalità, si sentono soggetti particolari e difendono questa diversità all’interno del loro genere, la vivono come una sorta di merito personale o privilegio, una scoperta di sé che forse ha creato nelle loro vite difficoltà, è difficile far capire che faccio un lavoro che non ha a che fare con i soldi, con le merci, con la fatica fisica e bruta, ma ha offerto ciò che altri paiono non avere: ho capito che io potevo lavorare e allo stesso tempo sentirmi bene. Ma questo sentimento di eccezionalità rende difficile discutere con loro le radici di un pregiudizio che giustifica, legittima le assenze maschili, io ho una forte componente femminile nella mia personalità e ne vado fiero sinceramente.

Solo nei dialoghi con alcuni emerge il bisogno di comprendere, ritrovare, se ci sono e dove sono, le qualità della cura maschile. E’ un compito arduo, si tratta di scavare sotto montagne di detriti, accumulati in un tempo che pare infinito, è difficile trovare delle specificità maschili che non siano vissute come debolezze…Come se la componente sensibile del maschile non fosse una vera componente, una cosa acquisita ma non propria del maschio… Ma in alcuni accenni si colgono stimoli rari che indicano possibilità e suggeriscono strade, sviluppi alla ricerca maschile, questa potrebbe essere una specificità maschile, proprio quella di una condivisione di un percorso di vita dell’essere uomo…insegnare il coraggio di porre le domande, perché la sola domanda appare come sinonimo di mancanza, di ignoranza, il ragazzo allora ti vede come una risorsa.

Tra le prime frasi citate, lavorare e star bene e l’ultima, in cui ci si prefigura come risorsa per l’altro, appare colmata – ma si tratta di brevi segnali, che più che a una trasformazione sembrano alludere a una soglia, su cui si sosta e ci si affaccia – la distanza tra cura di sé e cura degli altri, quella distanza che ha separato, nella storia di millenni, le donne dagli uomini e le une e gli altri dalla libertà dei propri desideri. Insegnano queste frasi che la cura degli altri è un guadagno di senso, di pienezza e di risorse personali anche per la propria vita.

Sono queste le risorse che consentirebbero di oltrepassare la soglia: la scoperta che la cura, il prendersi cura dell’altro/altra appunto, che è la qualità fondante l’intenzionalità educativa e formativa, non è solo la grande opera delle donne, ma un’esperienza originaria e generativa di forme diverse di conoscere ed elaborare sapere, sapere di vita, un pensare associato al prendersi cura che non perde il contatto con la materialità e concretezza di cose e persone, con ciò che compone l’esistenza reale dei soggetti. Un sapere, dei saperi e delle pratiche che connettono anziché separare, che permettono l’incontro, lo rendono anzi necessario, tra vita e pensiero. Che sviluppano e generano un intelligente sentire, o meglio, una ragione poetica, per usare le parole di Maria Zambrano, che qui non possiamo affrontare nella loro complessità, e ci limitiamo ad evocare, scegliendo il suggerire come forma che consente ampia libertà nei percorsi oltre la soglia.

Vivono ora negli uomini, in alcuni uomini – e consapevoli ne sono ancor meno – i sentimenti di un’assenza, di una privazione, che il dominio e le culture del patriarcato hanno imposto loro. L’obbligo a una virilità autonoma e autosufficiente, che ha necessitato lo sviluppo del pensiero a uno sguardo alto, che si è definito autorevole, perché al di sopra delle trame confuse, appassionate e interdipendenti delle vite umane. Uno sguardo, un linguaggio fatto di leggi visibili e invisibili, che produce tuttora continui tentativi di un ritorno al passato, considerato rassicurante perché noto, con parti assegnate, un ritorno alla cosiddetta normalità, il cui significato si rende sempre più evidente nella sua etimologia che deriva da norma.

Ma le sapienze della cura, i suoi insegnamenti lacerano e scompongono il linguaggio della norma e insegnano ad affacciarsi oltre la soglia. Possono insegnare alle nostre vite gesti e parole nuove, per farci sperare nell’inaudito, in ciò che ora appare oltre la possibilità, ma è un’interrogazione radicale del presente, di un presente così antico che si è sempre tentati di interpretare come naturale destino degli uomini e delle donne: eppure la radicalità della domanda di senso che ora gli rivolgiamo, lo svela nei suoi paradossi e aporie e ci consente di imboccare, o di credere, in altri percorsi.

Questa ricerca maschile, se pure ancora di pochi, può aiutare anche noi donne a liberarci da un legame univoco tra cura e femminile, pur non disconoscendo la storia e il patrimonio delle nostre sapienze di cura, ma non assolutizzandolo, o rendendolo essenziale alla nostra formazione di soggettività. I saperi e le pratiche di cura possono essere una risorsa accessibile a tutti e tutte, senza confusività ma trasformando le differenti esperienze dei due generi in attenzioni e sensibilità, pensieri ed atti che riconoscono e contribuiscono a tessere le differenti trame dell’interdipendenza umana, dell’incontro tra generazioni, in un’attenzione formativa ed educativa reciproca.

La contemporaneità ci interroga tutti e tutte, non solo a diverso titolo educatori ed educatrici, sulla nostra capacità, e desiderio, di stare in questo continuo divenire che sono le nostre vite di donne e uomini, così diverse e diversi non solo da chi ci ha preceduto, ma da noi stesse e noi stessi pochi anni fa, o mesi o ieri. L’educazione che riceviamo e quella che diamo, e i due passaggi generalmente avvengono in contemporanea, e soprattutto quella che alimenta e fa emergere il maestro o la maestra interiore, non è solo quella che interpreta il cambiamento e apprende, per quanto possibile, a guidarlo, è quella che sa anche generarlo in ognuno come cosa propria, se pure all’interno delle grandi correnti collettive, delle nuove storie che hanno disegnato le donne, più visibilmente negli ultimi decenni, ma ora anche gli uomini, o almeno alcuni. Un possesso personale che solo come tale può ritrasformarsi in scelta condivisa, comunicata e collettiva.

Oltre la soglia e al di là dell’evidenza invisibile

C’è molto lavoro da fare, lavoro di pensiero e pratiche, lavoro su di sé di ognuno e proposte di riflessività e trasformazione nei confronti della cultura diffusa, delle abitudini sociali, di diffidenze, paure e pregiudizi.

Un lavoro che si proponga di destrutturare stereotipi tenaci, ritrovarne le origini, antiche, ma non escludenti o vincolanti l’uno e l’altro sesso. Di uomini in educazione e di cura maschile ne abbiamo bisogno, ne hanno bisogno soprattutto le nuove generazioni, perché non si affaccino, nuove al mondo, su una società che non sa
dare risposte alle loro ricerche di identità sessuata.

Gli uomini devono apprendere la cura, inventarsi sapienze e pratiche di una cura al maschile che al loro sesso è stata finora largamente negata o costretta su binari esigui e predefiniti, che non hanno saputo soddisfare bisogni e desideri che ora alcuni uomini di sé sanno dire, a cui sembrano, finalmente, autorizzarsi.

E’ un compito arduo, come sempre quando si tratti di trasformare culture millenarie e consolidate, che confondono sapienze antiche, apprendimenti che si sono perfezionati – e irrigiditi – nel corso di secoli, con la naturalità dell’essere donne e uomini. E’ un compito necessario, perché non si trasmetta, ad esempio a chi ora è piccolo o piccola, l’immagine stereotipa di uomini che non si vedono là dove loro fanno le loro prime prove di socialità, di conoscenza del mondo.

E’ senz’altro giusto, oltre che necessario, che la società tutta ponga finalmente attenzione a questa evidenza invisibile. Ma riteniamo che il lavoro sia per l’appunto non solo arduo, ma lungo e che uno dei luoghi maggiormente deputati ad avviare il dialogo sia proprio quello di aule e corridoi, vuoti finora di uomini, le Facoltà universitarie, e in particolare Scienze della Formazione, che hanno il compito, la responsabilità di formare e prendersi cura di chi formerà e si prenderà cura.

Vogliamo offrire dunque un’occasione di incontro e scambio, di riflessività e pensiero, ma non solo, di discussione e proposta di pratiche, a chi con noi pensa la necessità che donne e uomini condividano gli spazi e le intenzioni dell’educare a divenire donne e uomini.

E speriamo che dalla giornata di riflessione che abbiamo organizzato – la Facoltà di Scienze della Formazione e ABCD, il Centro interdipartimentale di studi di genere dell’Università di Milano Bicocca – si avvii un cammino lungo e nuove alleanze su propositi di trasformazione, attraverso una cultura di genere, di ciò che finora è apparso ovvio e ha nascosto in sé invece i significati dell’assenza e dell’esclusione.

*Docente di Pedagogia delle differenze di genere presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Milano Bicocca.


[1]              Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2002.

[2]              Mantengo la tradizionale dizione donne e uomini ben consapevole che i due generi hanno al proprio interno differenze innegabili, legate alle diverse scelte e orientamenti sessuali, etnie, condizioni sociali, generazioni e alle diverse biografie di ciascuno e ciascuna e inoltre l’essere donna o uomo assume significati mutevoli nei diversi momenti della vita di ogni soggetto. Resto comunque convinta della potenza evocativa e simbolica dei due termini, che ci offrono ancora sentimenti di appartenenza o ribellione, vicinanza o presa di distanza. Dire donna o uomo crea suggestioni, immagini plurali e cangianti che ci abitano però nel profondo e che sanno ancora, io credo, muovere in noi capacità di memoria e desideri di trasformazione e di futuro.

[3]              Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano 2001. Si veda inoltre, a questo proposito il capitolo “I sonni inquieti dell’Occidente” nel volume di Lea Melandri, Amore e violenza, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

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