Verso una cultura ludica

Intervista ad Amilcare Acerbi*

Riuniti intorno ad un tavolo cominciamo a “giocare” con i nostri pensieri. Il brainstorming per questo numero sul gioco ci permette di andare ad esplorare i nostri ricordi “ma nella tua regione come si chiamava il gioco del mondo?”, ci fa tornare alla mente persone care che narravano per noi le storie di fate, maghi, streghe, spadaccini, ci fa rievocare situazioni  di gruppo in cui, senza capirlo, abbiamo appreso regole, imparato a mettere alla prova le nostre capacità, sperimentato modi di essere.

Ed i ricordi e le emozioni, a poco a poco, si trasformano in interrogativi sul significato del gioco per i nostri bambini, su differenze sostanziali del ruolo dell’adulto nel gioco del bambino, sulle potenzialità creative del gioco, sulla possibilità di far sperimentare al bambino, attraverso il gioco, l’autonomia. Una domanda poi ha occupato la nostra discussione: come mettere insieme spontaneità e opportunità strutturate di giochi? Quale è stato il processo mentale dell’adulto per arrivare a progettare ludoteche? Quali funzioni svolgono, a quali esigenze dei bambini rispondono,  quali compiti  assolvono?

In questa intervista Amilcare Acerbi, esperto del settore, risponde alle nostre domande.

Al gioco si pensa come qualcosa di naturale per il bambino, di spontaneo perché organizzarlo in una ludoteca?

I genitori sempre più cercano per i loro figli luoghi sicuri e ricchi di contenuti educativi, luoghi dove scoprire nuovi giochi e gli interessi dei figli.

I bambini cercano nuove esperienze, amici, occasioni di azione senza lo stretto controllo dei genitori.

L’alternativa oggi non sarebbe il cortile e il prato (troppo spesso superficialmente e semplicisticamente rimpianti), ma la cameretta con televisione e computer; quindi esperienze in solitudine e unidirezionali sul piano delle loro caratteristiche.

La ludoteca non nega la spontaneità: ciò dipende dalla conduzione, dai materiali e attrezzi, dall’organizzazione dello spazio che il ludotecario  decide di impostare.

In una sua relazione lei ha affermato che il progresso dell’uomo è da attribuirsi sia sulle sue capacità di andare oltre il limite, sia di riorganizzare le conoscenze. Compito degli educatori, tra l’altro, è quello di creare spazi e occasioni di azioni molto stimolanti perché “avventura e conoscenza” permettano una buona crescita. Quale può essere la struttura di una ludoteca?

L’aspetto più difficile da organizzarsi è quello dell’avventura, ossia del favorire l’esplorazione e la scoperta, il raggiungimento e il superamento del limite personale (fisico, psicologico, di sapere). Non perché i ragazzi li evitino, ma perché gli adulti li temono. Il ludotecario deve quindi assumere l’avventura come un valore positivo, un’esperienza da favorire al pari delle azioni più rassicuranti, deve programmare le occasioni, simulare gli sviluppi, calcolare i rischi, esplicitare verso il soggetto la caratteristica della prova, non drammatizzare l’insuccesso, stimolare nuovi tentativi, dare valore al superamento; controllare le proprie ansie da adulto.

Le dotazioni della ludoteca devono presentare gradualità di difficoltà, il confronto tra ragazzi deve essere favorito, l’animatore deve proporre traguardi e sfide inerenti abilità differenti. Il confronto sulle regole di comportamento e d’uso di attrezzi e spazi deve essere esplicito: le regole non valgono perché scritte, appese, comunicate; devono invece costituire una conquista e possono mutare in base allo sviluppo dell’autonomia del soggetto o del gruppo; lo sviluppo è molto dinamico, percepibile anche entro tempi brevi.

Le “avventure e le imprese” sono un’ottima occasione educativa di progettazione con i ragazzi: elaborare obiettivi, immaginare scenari ed eventi, preparare attrezzi e materiali, prepararsi ….

Nel gioco infantile è sempre presente quel via vai tra soggetto e oggetto, sé e non sé. Quali caratteristiche devono avere le ludoteche per permettere questa messa in scena del desiderio infantile?

La organizzazione e la disposizione degli spazi, all’interno ed all’esterno della ludoteca, ha una importanza fondamentale, tanto per la qualità dell’esperienza dei bambini quanto per la “fatica” del ludotecario.

L’indicazione che sostengo vivamente è quella di organizzare il maggior numero possibile di angoligioco, per un numero molto ridotto di giocatori (da tre a cinque), nicchie con le dotazioni a portata di mano, di cui sia facile cogliere la funzione prevalente.

L’insieme degli angoli deve consentire giochi di tipo simbolico, di costruzione e composizione, espressivo, svolgibili in forme di attività differenti, comprendendo sempre azioni con tasso motorio diverso.

L’angologioco facilita il contatto tra bambini, la scelta del compagno di giochi, la cooperazione, l’imitazione, la gestione in autonomia degli oggetti e del tempo di durata dell’esperienza.

L’adulto è sempre presente all’interno delle ludoteche, a volte come depositario delle regole, a volte come “interprete” del gioco infantile, a volte come partecipe dello stesso. Sono tre posizioni che rimandano a luoghi differenti rispetto al bambino e alla messa in scena del gioco, in equilibrio instabile tra il farsi bambino e l’occupare il posto di adulto, il farsi parte del gioco e il restarne in disparte per dotarlo di un senso altro che interpretandolo lo trascende come gioco. Quale equilibrio tra queste posizioni è possibile?

Il ludotecario è principalmente colui che organizza gli spazi, che li alimenta con nuovi giocattoli e attrezzi, che fornisce esempi d’uso, favorisce l’incontro e lo scambio tra bambini, incoraggia gli incerti, osserva e ricorda gli interessi di ciascuno. Non deve mai dimenticarsi di rivolgere la parola a ciascuno dei frequentanti, ogni volta.

Considero molto limitante e non appropriato da parte del ludotecario il giocare “fino in fondo” un gioco, il trattenersi solo con un gruppetto di ragazzi.

L’intervento ha il fine di rassicurare, di introdurre nella cultura ludica del ragazzo ciò che ancora non sa, di dialogo per conoscersi meglio. Il miglior compagno di giochi, al fine, deve essere un altro bambino.

Il ludotecario può far scoprire ai genitori le abilità e gli interessi dei figli; può suggerire idee per stare insieme a casa o alla scoperta della città.

Il gioco infantile spesso è tale perché gode di un’invisibilità rispetto al mondo adulto. Tale invisibilità è necessaria per mettersi in relazione e fare i conti con il potere che l’adulto esercita all’interno di una relazione per sua struttura dissimmetrica. Le ludoteche come possono fare i conti con quest’aspetto, nel momento in cui si propongono come luoghi della visibilità del gioco?

Affronterei il termine visibilità
sotto due aspetti.

In ludoteca si dovrebbe progettare insieme: i nuovi acquisti, la ristrutturazione o l’arricchimento degli angoli gioco, nuove regole, la durata di particolari esperienze, l’organizzazione di feste, tornei, uscite, le comunicazioni verso i genitori o verso le proprie istituzioni (scuola, associazione, comune o specifici gruppi sociali). Deve essere un luogo anche di “contrattazioni”.

In secondo luogo, il gioco ha bisogno di visibilità, perché l’adulto ne riconosca il valore come esperienza educativa, consentendo quindi, al figlio o al cittadino, tempi, spazi, occasioni di esercizio. Ne deriva che la ludoteca deve fare cultura verso gli adulti, valutare la qualità dei giocattoli, parlare delle aspettative dei ragazzi, sottolinearne i bisogni, conquistare spazi urbani all’uso dei più giovani, costruire memoria sulle forme di gioco.

Il gioco è usato per sperimentare un moto a pendolo tra autonomia e dipendenza, per provare le uscite dalla minorità. Come è possibile aiutare il bambino a desiderare e vivere la sua autonomia?

Ho già in buona parte risposto. Sottolinerei che la differenza tra la sala giochi e la ludoteca sta proprio nella possibilità che offre la ludoteca di confrontarsi sul che cosa e come fare tra adulti e bambini e tra bambini stessi, nell’opportunità di progettare, nell’occasione di comporre e scomporre gruppi e progetti. Nella sala giochi il tempo è scandito dalle mode e dal sopraggiungere delle nuove macchine, nella ludoteca il tempo è scandito anche dalle decisioni dei partecipanti.

La diffusione dei giochi elettronici, favorisce il rapporto con una realtà virtuale, con la quale i bambini entrano in contatto attraverso l’uso di questi giochi. Winnicott, sottolineando la potenzialità creativa del gioco, indicava come la finzione ludica fosse una condizione di adattamento alla realtà. Senza voler demonizzare i giochi elettronici, pare però di poter dire che in questi giochi la realtà sia già data, “altra” da quella quotidiana, già chiusa e conclusa in uno sfolgorio di immagini alle quali adattarsi. Rispetto alla possibilità di ricreare, sembra dominare un’avventura già definita, ma allora verrebbe da chiedere quali mutamenti introduce nel rapporto con la realtà la virtualità del video gioco. Nel senso che possiamo solo leggere un adattamento, oppure sono modi storicamente differenti di relazionarsi con il simbolico e l’immaginario, che cambiano nella forma ma rimandano a processi già conosciuti. Mi chiedo se da “consumatori passivi” il bambino può essere protagonista.

La realtà del bambino è quella del tempo suo, i modelli cui fa riferimento sono quelli che osserva direttamente e quelli che le narrazioni mettono a disposizione del suo immaginario.

Se l’attenzione è posta solo sul “ricreare”, credo che il bambino comunque, anche con soltanto le immagini che riceve dal “virtuale”, si eserciti; in fondo giocare è gestire situazioni virtuali, in condizioni di simulazione.

Ma aggiungerei una rapida e conclusiva riflessione.

Il figlio del contadino disponeva di campi, alberi, animali, macchine agricole, eventi atmosferici ed a quel tipo di mondo si preparava e con quel tipo di mondo si confrontava per desiderarlo, sopportarlo, modificarlo. Il genitore si preoccupava soprattutto di allevare il piccolo e di prepararlo all’impegno al suo fianco, spesso anche remissivo verso il potere.

Oggi il genitore prevalentemente ha un atteggiamento ed un impegno educante, tendente alla libertà del figlio. E sempre più nella cultura dei genitori entrano conoscenze psicopedagogiche e valori che fanno scoprire, a favore dei figli, l’importanza delle esperienze di realtà per poter dominare le proprie azioni, esercitare effettivamente l’autonomia nel sociale, gestire la relazione con la natura.

E in questa prospettiva che affronterei l’impatto col nuovo virtuale.

Tra i frutti del progresso di cui il genitore e l’educatore possono oggi godere c’è anche il sapere che all’uomo, oltre che al bambino, fa bene e piace un buon tasso di realtà. Senza nulla togliere al potere sognante ed esorcizzante delle favole.

*pedagogista