Viaggio nel servizio sociale professionale

Viaggio nel servizio sociale professionale

Tramite la metafora del viaggio, si racconta l’incontro con paesaggi umani nella relazione d’aiuto, filtrata e mediata attraverso il “finestrino” di un treno. L’obiettivo è trasferire su un piano di “fantasia” alcune riflessioni e suggestioni derivanti dalla lunga, complessa, e, al tempo stesso, stimolante pratica professionale, con adolescenti devianti.

Cecilia Armenise*

Viaggio nel servizio sociale professionale

Tramite la metafora del viaggio, si racconta l’incontro con paesaggi umani nella relazione d’aiuto, filtrata e mediata attraverso il “finestrino” di un treno. L’obiettivo è trasferire su un piano di “fantasia” alcune riflessioni e suggestioni derivanti dalla lunga, complessa, e, al tempo stesso, stimolante pratica professionale, con adolescenti devianti.

Cecilia Armenise*

Come attraverso il finestrino opaco di un treno in corsa, vedo scorrere una varietà di paesaggi, ora tranquilli e verdeggianti, ora acerbi ed inesplorati, più spesso deserti, sconfinati e calpestati, dove sembra imperare la solitudine o il caos.

Orme e cicatrici rivelano segni di passaggi irrispettosi, di tormente di vento che, sferzanti, si sono abbattute su giovani arbusti e germogli appena spuntati, che ora con molta fatica cercano di farsi spazio per sopravvivere in un groviglio di cespugli, su un terreno arido e franoso.

Cullata dal movimento irregolare del treno, la percezione dei paesaggi appare talvolta sfocata, impercettibile e sfuggente.

Nel viaggio intrapreso molti anni fa nel servizio sociale con adolescenti entrati nel circuito penale minorile, mi è capitato sovente d’incontrare paesaggi umani desolati, profanati, segnati da abbandono e tradimenti, spesso inferti proprio da coloro dai quali, secondo “natura”, ci s’aspetterebbe cura e protezione.

Tuttavia, come ben sa chi compie un viaggio nella relazione d’aiuto, così come un giardiniere o un agricoltore, pure un paesaggio che al primo impatto si presenta arido e desolato, ad un occhio attento rivela sempre una qualche forma vitale, e, in ogni caso, la promessa di una vita, se solo si ha la pazienza di seminare ed attendere. Vale a dire se si è mossi da un atteggiamento di speranza e fiducia negli esseri viventi, nell’individuo considerato nella sua unicità, nella Persona.

Storie filtrate attraverso un finestrino, varco di congiunzione tra mondi distinti che a volte sembrano toccarsi, ma restano pur sempre divisi da una barriera impercettibile – il “finestrino opacoche ciascuno dei viaggiatori può decidere se, quando, e fino a che punto “abbassare, magari solo per sfiorarsi le dita per un fugace saluto, o “attraversare”, creando le premesse per intessere una relazione di fiducia, senza tuttavia che mai l’uno entri a far parte del tutto del mondo dell’altro.

E se pure i due viaggiatori si trovano seduti l’uno
di fronte all’altro, si prefigureranno molteplici scenari, attraverso l’utilizzo del linguaggio verbale, della comunicazione analogica, o del silenzio, poiché come insegna Watzlawick “non si può non comunicare[1]. Una maggiore “vicinanza”, quindi, non è di per sé garanzia di una relazione più agevole od efficace.

Come in ogni viaggio è buona regola, perciò, che il nostro “viaggiatore” si muova con un atteggiamento di circospezione, genuino interesse e rispetto per la conoscenza dell’universo altro da sé, per la sua storia, i suoi costumi, valori e vissuti, nella consapevolezza che ogni paesaggio presenta sfaccettature e punti di vista differenti, che possono convivere e a volte integrarsi, arricchendosi vicendevolmente.

Nel lavoro sociale professionale questa barriera impercettibile e trasparente, ma al tempo stesso opaca – “il finestrino qualche volta ci permette di guardare “attraverso” pur mantenendo la giusta distanza, quella che ci consente d’entrare in empatia senza coinvolgersi troppo; soglia oltrepassata la quale c’è il rischio di non distinguere più chiaramente ciò che è al di qua e al di là del finestrino.

Qualche tempo fa una tirocinante mi domandò come si fa a non coinvolgersi troppo, emotivamente, senza perdere in empatia. Le risposi d’istinto che credo si tratti di un meccanismo per certi versi paragonabile a ciò che si racconta accada, talvolta, a chi ha avuto un’esperienza di coma (morte clinica): sospeso in una dimensione a metà tra terra e cielo, dalla sua postazione osserva se stesso, il proprio corpo, e gli altri che lo osservano, come uno spettatore. E’ contemporaneamente dentro e fuori di sé.

La tirocinante mi chiese se, in definitiva, fosse come “avere un piede dentro e uno fuori”.

In effetti, potremmo semplificare il concetto così, purché non si attribuisca all’immagine un significato che implichi una sorta di fuga o di deresponsabilizzazione, o un movimento scoordinato e asincrono con l’altro.

Penso possa meglio paragonarsi ad una danza, in cui è importante percepire e rispettare i confini dell’altro, ascoltarne e assecondarne per quanto possibile i tempi e i ritmi, cercando di non invadere spazi e vissuti che l’altro viaggiatore non voglia o non possa condividere, in quel dato momento della sua vita, e/o che travalichino il nostro ruolo o mandato professionale.

Ogni relazione d’aiuto, infatti, come del resto qualunque relazione, ha una sua gradualità, ben esplicata nel dialogo tra la volpe e il Piccolo Principe: «“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.“In principio ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino”»[2].

La relazione, quindi, non è la somma delle sue parti: si alimenta dell’apporto che ciascun soggetto arreca in un percorso scandito dai tempi necessari per conoscersi, se è il caso fidarsi, e se possibile affidarsi.

Nel processo d’aiuto la relazione si costruisce fra almeno due soggetti, ciascuno dei quali è protagonista e responsabile, ma trascende la dimensione biunivoca: la persona va considerata nei suoi intrecci relazionali; l’operatore sociale, quindi, coinvolgerà tutte le risorse necessarie – professionali, personali, socio-ambientali – per aiutare il soggetto e favorirne l’autonomia.

All’interno del lavoro sociale professionale, poi, la relazione d’aiuto si situa in una data cornice, costituita dall’ente d’appartenenza dell’operatore, dal suo ruolo professionale e dal mandato istituzionale, che deve essere esplicitata a monte e ben chiara ad ambedue gli interlocutori. Si tratta, quindi, di una relazione triadica[3].

Gli aspetti metodologici, tuttavia, non possono prescindere da quelli relazionali: «Boehm compara la relazione al fiume, che permette alla barca del metodo di avanzare e di andare dove vuole; se la relazione non si sviluppa, il metodo è come un relitto incagliato o “alla deriva”»[4].

Non è sufficiente un equipaggiamento tecnico ricercato: non si può fare a meno, infatti, di qualità e competenze umane che l’esperienza può affinare, ma che ci guidano nella relazione, tra le quali l’intuito e una capacità d’ascoltare anche col “cuore”, che possono aiutarci a comprendere con pienezza, ad assecondare i ritmi della relazione e a leggerne tutti i segnali.

E’ un concetto ben espresso nel dialogo tra la volpe e il Piccolo Principe: “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi[5].

Può capitare, tuttavia, che gli operatori sociali, pressati dai tempi burocratici e da mille richieste, e spinti dalla necessità d’acquisire il maggior numero di informazioni nel minor tempo possibile, cerchino risposte alle loro domande e conferme alle proprie ipotesi, senza prestare la giusta attenzione alle parole che a prima vista sembrano scandite per caso, senza senso o attinenti a questioni secondarie, o alle pause di silenzio che, se “ascoltate” e giustamente “collocate”, a volte rivelano più di un intero discorso.

Come ci spiega il narratore della fiaba del Piccolo Principe: “Ci misi molto tempo a capire da dove venisse: il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l’altra, pareva che non sentisse mai le mie. Sono state le parole dette per caso che, poco a poco, mi hanno rivelato tutto[6].

L’andamento del colloquio, quindi, non dovrebbe avere una fissità e rigidità nei ruoli: «in realtà si verifica un’alternanza […] parliamo di ritmo narrativo inteso come alternarsi di ruoli secondo un determinato ordine e intervallo […]. Durante un’esibizione, il successo è dato dalla capacità di ogni membro di conoscere e rispettare i movimenti del brano eseguito: in alcuni momenti il suo ruolo sarà quello di voce portante, in altri quello di sottofondo o silenzio, in altri ancora tutte le voci insieme “esploderanno” per offrire a chi ascolta il senso della potenza. Solo in questo modo si riuscirà ad esprimere il vero significato del brano» [7].

Ciò implica che l’operatore sociale debba aver sempre chiare mete, obiettivi e tempi del “viaggio”, ed il contenuto del proprio “bagaglio”, che comprenderà, oltre alle necessarie competenze teorico-pratiche, anche la conoscenza e la consapevolezza dei propri vissuti, dei propri punti di forza e limiti personali, e dei propri investimenti emotivi; per citare solo alcuni degli strumenti in dotazione alla “valigetta degli attrezzi” (il bagaglio) che, lo abbiamo visto, contiene pure alcuni “accessori personali” che portiamo con noi nell’agire professionale, più o meno consapevolmente.

Più le mete saranno chiare, gli obiettivi espliciti e condivisi per tutto il viaggio, più esso sarà efficace: ciascun viaggiatore sarà mosso da un atteggiamento di partecipazione, all’interno di una relazione di reciprocità, dove uno dei due mette a disposizione dell’altro le proprie competenze professionali.

E’ un processo per certi versi simile ad una sorta di “osmosi”, concetto mutuato dalla chimica[8], che qui riproponiamo assimilando alle funzioni svolte dalla membrana semipermeabile quelle già attribuite al “finestrino”, e, più in generale, a quelle svolte dal processo d’osmosi, le funzioni assegnate al “viaggio.

Il riferimento è all’osmosi intesa anche nella sua accezione figurativa, come scambio, influenza reciproca, compenetrazione (dizionario Sabatini Coletti).

Rimanendo nella metafora si aggiunga che, talvolta, pensando al processo d’aiuto, forse si è più portati a prefigurarsi il passaggio dalla soluzione più concentrata, l’operatore che “detiene” competenze e saperi, alla soluzione meno concentrata, l’utente; una sorta di “osmosi inversa”[9].

E’ indubbio che la relazione contenga di per sé elementi di disparità: “innanzitutto sono di fronte due mondi diversi con convinzioni
valoriali e organizzazioni cognitive differenti (Goldstein,1988), ma particolarmente il rapporto che si stabilisce tra i due è sbilanciato in termini di potere: da una parte l’AS esperto del sistema dei servizi, dei processi di presa in carico delle difficoltà, delle problematiche che vengono considerate, dall’altra la persona, interprete di una situazione-problema, in possesso di strategie operative deboli o perdenti
[10].

Tuttavia, l’asimmetria di potere che discende anche da un “compito di guida e controllo del processo” che compete all’AS, se riconosciuta e oggetto di confronto dialettico, non deve impedire che si stabilisca una “alleanza operativa tra i due soggetti, pur mantenendosi in posizione asimmetrica, da punti di vista diversi, ma convergenti in relazione all’obiettivo (Bilodeau,1980). Se l’operatore è guidato da principi etici di riconoscimento della dignità personale, è più facile che si venga a sviluppare un rapporto collaborativo in un clima di fiducia e che la sostanziale disparità non ostacoli l’aiuto (Goldstein, 1988)[11].

Tornando alla metafora, perciò, si ritiene che il “passaggio” non possa che avvenire, proprio come nel processo d’osmosi, a partire dalla soluzione meno concentrata, poiché entrambi gli interlocutori, ciascuno a suo modo, sono portatori di storie, saperi, competenze, che nell’operatore solitamente hanno trovato un equilibrio, un’elaborazione e una sorta d’integrazione che fa sì che non si disperdano e siano più efficaci; hanno raggiunto, cioè, una “maggiore concentrazione”. Senza la disponibilità dell’utente/cliente a condividere pensieri, vissuti, attese, problematiche – per dirla in altri termini: ad abbassare il finestrinonon c’è consentito, infatti, entrare in relazione con lui, premessa necessaria per stabilire una relazione di fiducia e quindi d’aiuto, dalla quale l’operatore trae benefici in termini d’accrescimento delle esperienze professionali ed umane.

Come osserva Ferrario, si tratta d’intessere “relazioni che hanno natura dialogica ed abilitante”: i soggetti dialogano e ciascuno apporta il proprio punto di vista e contributo; le relazioni si caratterizzano come rapporti di scambio, in cui l’obiettivo è implementare la crescita di “capacità operative del soggetto”. Entrambi i soggetti “pur così diversificati dal ruolo, funzionano come partner nella presa in carico, in cui l’A.S. è catalizzatore del processo[12].

Diversamente, i viaggiatori potranno percorrere un pezzo di strada insieme, magari pure forzatamente, ma ciascuno rimarrà fisso nella propria posizione e il viaggio non potrà avere inizio, privandoli di una preziosa opportunità.

Chi lavora con gli adolescenti sa quanto è difficile, ma decisivo, ai fini della costruzione di una relazione di fiducia, che essi ci aprano la loro “porta”.

Di certo un operatore esperto, magari aiutato da un pizzico di “fortuna”, può scoprire qual è la “chiave” che apre quella “porta”, ma resta il fatto che solo l’adolescente può decidere se aprire o no la porta della sua stanza. Se questo accade, bisognerà bussare prima d’entrare, evitando forzature intrusive nel mondo interiore e privato dell’adolescente, che potrebbero provocare la chiusura, forse anche definitiva, della porta; se invece non succede si rimane di là dalla porta, e il viaggio non avrà inizio.

La “chiave” simboleggia «permesso e approvazione di conoscere un “segreto” […] “aprire la porta non ci consente di entrare ed essere accompagnati nel pianeta dell’altro, non vuol dire diventarne proprietari […] in questa fase è il cliente che conduce, se lo vuole. Noi non possiamo fare altro che seguirlo, in punta di piedi»[13].

Ma quando il viaggio nella relazione inizia, ha qualcosa di “magico”, come suggeriscono queste suggestive parole: «La costruzione della relazione tra conduttore e cliente vive nell’alternarsi dei ruoli, nella conoscenza graduale del “pianeta di provenienza” dell’altro.[…] La magia del colloquio non è indefinita o approssimativa, è piuttosto un’arte di giuste misure, di studiata alchimia, della quale ogni volta conduttore e cliente devono trovare insieme la nuova formula»[14].

Come già detto, non ci può essere rigidità: il conduttore ora conduce, ora può lasciarsi condurre, pur mantenendo il controllo del “timone”della barca (il metodo).

Se lo ritiene opportuno, quindi, anche il “conduttore” può fare una richiesta di aiuto; ciò significa «riconoscere il cliente come unico competente “del proprio pianeta” […] riconoscere di “non sapere” e questo non lo pone in posizione di svantaggio poiché con questo atteggiamento invia il messaggio :“Il tuo pianeta ha tutte le risorse per renderti felice. Io posso stimolarti a sviluppare una consapevolezza per aiutarti a vedere quello che già esiste, ma tu ancora non riesci a vedere”»[15].

Nel contatto quotidiano con gli adolescenti s’apprende com’è importante e nel contempo difficile aiutarli a vedere ciò che ancora non vedono, specie se si tratti di ragazzi deprivati e fragili.

L’adolescente, infatti, stante la fase evolutiva che attraversa, vive una dimensione d’incertezza, in costante divenire; avvinghiato al presente, nel qui ed ora, spesso non riesce ad immaginare le sue potenzialità, le infinite possibilità che gli si potranno schiudere domani. Sovente ha scarse consapevolezza di sé ed autostima; talvolta è rinchiuso in una “gabbia” interiore dalla quale gli è difficile intravedere nei colori di un cielo terso la speranza.

«Il conduttore deve quindi togliersi il cappello da mago, posare la finta bacchetta magica, dimenticare il libro delle pozioni-strumenti che, se per un verso danno sicurezza perché possono stupire con effetti speciali, dall’altro mettono in una condizione di falso potere. Diventare “mago” vuol dire imparare a convivere con le proprie risorse e con i propri limiti, ma anche “avere la serenità per poter accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio per cambiare le cose che possiamo cambiare e la saggezza per riconoscere la differenza”»[16].

Queste parole, tratte dalla Preghiera della Serenità[17], con la loro disarmante semplicità ed immediatezza ci danno lo spunto per introdurre alcune questioni focali, di facile intuizione ma non per questo d’agevole applicazione.

S’immagini quanto possa essere difficile per gli operatori, talvolta, comprendere che non ci siano più spazi d’intervento, e ancora di più accettarlo, e quanto ciò possa risultare doloroso, specie quando ci si trovi di fronte situazioni molto complesse e pregiudizievoli. Può capitare, ad esempio, d’imbattersi nel dramma di un giovane che ha appena varcato la soglia della maggiore età, ma è pur sempre un adolescente, il quale ha imbroccato un processo autodistruttivo inesorabile, che può scuotere le nostre certezze sul diritto all’autodeterminazione della persona, principio fondante del codice deontologico della professione di servizio sociale.

A volte si tratta di un vero e proprio “viaggio senza ritorno” e, se pur lo si percepisce chiaramente, possono verificarsi delle circostanze che fanno sì che all’operatore non resti molto altro da fare che “accompagnare” l’adolescente nel suo “viaggio”, rimanergli accanto facendo appello a tutte le competenze e le risorse professionali, pure emotive. Rimane, però, un evento che segna profondamente il viaggio professionale, per l’amarezza che provoca la perdita di una giovane vita.

Ma questa è un’altra storia, che meriterebbe una trattazione a sé.

Soltanto un costante processo di auto-riflessione, la supervisione, un’incrollabile fiducia nel lavoro sociale, nell’essere umano e nel suo diritto ad autodeterminarsi, e, infine, la “serenità” che deriva da un agire professionale consapevole”, che si propone di fare tutto quanto è nelle proprie possibilità – ovvero nelle proprie competenze, nel proprio mandato istituzionale e professionale, e nel codice deontologico – possono
evitare il “naufragio” professionale.

Sul piano metodologico, Ferrario osserva che un approccio unitario dell’intervento «porta a concepire l’azione verso la persona come la faccia di una medaglia, sul cui rovescio è impresso l’intervento nei contesti collettivi […] Ciò ci consente di utilizzare i segnali emergenti dalle storie personali e le conoscenze acquisite per attivare forze positive nei contesti di vita […] producendo esiti di là della situazione considerata: questa prospettiva limita il rischio di cortocircuito dell’AS, poiché rende risorsa anche l’esperienza fallimentare, nel momento in cui viene utilizzata come stimolo capace di produrre»[18].

L’auto-verifica diventa perciò necessità stringente per l’apprendimento; praticata regolarmente investe due aspetti fulcro dell’identità professionale: «quella di co-solutore dei problemi e quella di ricercatore sul proprio lavoro, quindi di soggetto che apprende dalle esperienze intraprese (Heus, Pincus,1986)[…] Ciò significa sviluppare la prospettiva di produrre teoria dalla prassi, attraverso la considerazione approfondita delle esperienze realizzate in chiave di rilancio e di crescita di sé e della professione»[19].

La professione d’aiuto è un viaggio faticoso, irto d’ostacoli e denso di imprevisti che c’impongono di rivedere con flessibilità tappe ed obiettivi intermedi, senza perdere mai di vista la meta finale.

L’operatore dispone soltanto di alcune tessere di un puzzle, che forse gli sarà consentito collocare, ma non per questo conoscerà in anticipo o vedrà, poi, il disegno nella sua interezza. Cercherà, pertanto, di mettere in campo tutte le proprie tessere, le quali, tuttavia, per trovare un senso compiuto, dovranno integrarsi con le altre in un processo (d’aiuto) di cui l’operatore è il facilitatore.

Solo grazie all’apporto di tutti i partecipanti, infatti, ciascuno dei quali possiede una parte del tutto da cui si può partire, forse col tempo sarà possibile comporre l’intero disegno, nella consapevolezza che ogni puzzle, come un disegno sulla sabbia, al primo colpo di vento potrebbe disfarsi, per poi magari assurgere a nuova forma e consistenza, se solo si ha la pazienza e la fiducia di attendere…Ciascun puzzle, infatti, è diverso dall’altro, e, come ben sappiamo, in educazione i tempi del cambiamento sono lunghi.

*Funzionario della Professionalità di Servizio Sociale presso U.S.S.M. Bari, Dipartimento Giustizia Minorile


[1]                      P. Watzlawich, J. H. Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971.

[2]                      A. De Saint Exupèry, Il Piccolo Principe, XXXIX ed., Tascabili Bompiani,1994, pag. 94.

[3]                      “è triadica, poiché si sviluppa all’interno delle funzioni e del campo di intervento di un servizio:l’AS aiuta in quanto svolge un ruolo in un servizio, dentro una politica sociale, in rapporto di intreccio e mediazione con soggetti e opportunità”; F. Ferrario, Le dimensioni dell’intervento sociale, Ed. Nis, Roma,1996, pag. 106.

[4]                      Du Ranquet (1982) in Ferrario, op. cit., pag. 102.

[5]              Op. cit., p. 98.

[6]              Op. cit., p. 17.

[7]                      S. Aliberti, C. Avataneo, A. Casagrande, M. Vicari, “La magia del colloquio”, in Animazione Sociale, A 28 n.12 del 1998, pag. 57. Il riferimento è al ritmo narrativo di un colloquio terapeutico che ha come riferimento il metodo sistemico, ma ritengo che siano osservazioni in parte trasferibili ad altre professioni d’aiuto. Sono grata alle autrici per avermi offerto l’opportunità di godere delle suggestioni evocate dalla favola del Piccolo Principe, alle quali ho attinto a mia volta raccogliendo il “testimone”.

[8]                      Omosi, chim, fis: “fenomeno di diffusione di un solvente attraverso una membrana semipermeabile che separa due soluzioni a diversa concentrazione, e che impedisce la diffusione dei soluti, consistente nel passaggio del solvente stesso dalla soluzione meno concentrata a quella più concentrata, dovuto alla tendenza termodinamica del sistema delle due soluzioni ad assumere uguale concentrazione”; Dizionario Lingua Italiana online Gabrielli Aldo.

[9]                      “processo basato sul principio inverso dell’osmosi, che consiste nel provocare un flusso di solvente da una soluzione più concentrata verso una più diluita,separate da una membrana semipermeabile,applicando una pressione adeguata”; Dizionario Lingua Italiana online Gabrielli Aldo.

[10]            Ferrario, op. cit., pag147-8.

[11]                    Idem.

[12]            Idem., p.114-115.

[13]            La magia del colloquio, cit., pag. 59-6.1

[14]             Ivi, p. 57.

[15]                    Ivi, p. 60.

[16]             Idem.

[17]                    Preghiera di un anonimo, adottata da Alcohlics Anonymous, in G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano1998, p. 369.

[18]             Ferrario, op. cit., p. 112.

[19]             Ivi, p. 205-206.

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