Violenza maschile e produzione del genere

Violenza maschile e produzione
del genere

L’aumento dell’autonomia delle donne che rivendicano per sé stesse dignità e nuovi spazi di libertà nel rapporto tra i sessi produce conflitto con gli uomini che si sentono minacciati, sono incapaci di gestire nuove modalità di relazione, reagendo anche con la violenza di fronte allo scacco di un controllo che non riescono più ad esercitare con l’autorità.

di Cristina Papa

di Cristina Papa

La violenza maschile sulle donne[1], anche se ancora troppo spesso considerata questione privata da circoscrivere entro le mura domestiche o questione da risolvere in silenzio da parte della “vittima”, negli ultimi anni sta emergendo sempre di più nella comunicazione pubblica e diventando l’oggetto di politiche istituzionali e di proposte di intervento. Qui vorrei soffermarmi su diverse tipologie di  analisi, cercando di mostrarne sia capacità euristiche che limiti interpretativi che rischiano di tradursi anche in limiti negli interventi che vengono messi in campo.

In modo molto schematico si possono individuare almeno tre grandi tipologie di spiegazione a cui fanno riferimento prospettive politiche, filoni di ricerca, ma anche movimenti di opinione e pratiche sociali.

Una prima tipologia molto diffusa nei media e nell’opinione pubblica potrebbe essere definita naturalista e giustificazionista. Essa individua l’origine della violenza sessuale in disturbi psicologici degli uomini che la esercitano (alcolismo, disagio psichico, raptus) ma anche in devianze più in generale legate a contesti di vita marginali, degradati e violenti oppure nell’appartenenza a culture “altre” viste in modo essenzializzato e naturalizzato.

La sessualità maschile è considerata naturalmente potenzialmente aggressiva e le donne all’opposto naturalmente sottomesse, vittime e disponibili a subirla. In questo ambito di spiegazione lo stupro viene attribuito anche ad una ambiguità nell’atteggiamento femminile provocatorio da un lato e indisponibile dall’altro che di fatto deresponsabilizza chi lo compie.

Una seconda tipologia di spiegazione in una prospettiva storica e sociologica, trova l’origine della violenza maschile all’interno di contesti sociali, economici e politici specifici.

Gli storici anglosassoni dei men’s studies, ad esempio, hanno messo in connessione l’affermarsi della mascolinità moderna, caratterizzata dalla difesa dell’onore e dalla complicità tra uomini con l’affermarsi dell’imperialismo, del capitalismo e del razzismo. Un modello che escludeva non solo gli uomini “altri” (primitivi, negri, omosessuali) ma anche chi uomo non era e dunque le donne. Tutti soggetti che dovevano essere arginati, controllati e se necessario puniti e nei cui confronti la violenza era legittima.

Altri storici hanno messo in evidenza come il regime fascista abbia cercato di porre un freno alla modernizzazione e all’affermazione delle donne attraverso il rafforzamento dei confini fra ruoli sessuali femminili e maschili proponendo una mascolinità che ostentava bellicismo e tratti virili e aggressivi e che segnava anche un discrimine con una mascolinità debole e per questo deviante. Un’ideologia che ha avuto anche una sua traduzione normativa.

La violenza degli uomini sulle donne è stata legittimata dal codice Rocco con la istituzionalizzazione del delitto d’onore e della violenza sessuale come offesa alla morale. Con la caduta del fascismo e della sua ideologia anche il modello virile e aggressivo si sgretola e si apre in un contesto di modernizzazione economica e sociale una profonda crisi dell’identità maschile a tutt’oggi non risolta.

Ma se in epoca fascista la violenza contro le donne trovava un’origine nella coerenza nel sistema che di fatto la prevedeva, la stessa violenza in contesti contemporanei viene ricondotta invece alla crisi del modello di maschilità prodotto dal cambiamento sociale e da nuove modalità di impostare il rapporto tra i sessi da parte delle donne.

L’aumento dell’autonomia delle donne che rivendicano per sé stesse dignità e nuovi spazi di libertà nel rapporto tra i sessi produce conflitto con gli uomini che si sentono minacciati, sono incapaci di gestire nuove modalità di relazione, reagendo anche con la violenza di fronte allo scacco di un controllo che non riescono più ad esercitare con l’autorità.

Questo tipo di analisi mentre hanno il pregio di trovare linee di continuità, di coerenza e connessione tra diversi aspetti dei sistemi sociali, inclusi i modelli di genere, non spiegano però come, pur in sistemi e contesti culturali diversi e all’interno di complessi di senso differenti, lo stesso fenomeno della violenza contro le donne si ripeta in modo diffuso e come si riproduca nei comportamenti maschili.

Inoltre queste spiegazioni quando vengono riferite alla contemporaneità, sono strumentalmente utilizzate anche in chiave reazionaria. Se gli uomini sono violenti, la responsabilità è delle donne perché mettono in crisi i ruoli sessuali, sovvertono l’ordine della famiglia e di fatto tendono a femminilizzare e/o infantilizzare l’uomo.

Infine ci sono analisi per lo più riconducibili a prospettive femministe e di genere che tendono a mettere in evidenza il carattere di sistema e di legittimazione della violenza contro le donne, non circoscrivibile a singoli contesti storici o a specifiche ragioni socioculturali o tanto meno a singoli atti individuali ma piuttosto riconducibile a una struttura patriarcale che caratterizza la società occidentale a livello sia simbolico che strutturale. In questo contesto il modello di mascolinità è stato storicamente costruito intorno ai concetti di potere, lavoro produttivo, successo economico, aggressività, omofobia e subordinazione delle donne, fondandolo su pretese leggi naturali.

La disuguaglianza delle donne, la loro segregazione sociale e occupazionale in spazi svalorizzati socialmente costituiscono il fondamento della sopraffazione e della violenza maschile, che nello stesso tempo è essa stessa uno degli strumenti per mantenere le donne in uno stato d’ inferiorità.

Questo modello esplicativo ha il vantaggio di mostrare i fattori strutturali analoghi presenti in contesti storicamente differenti, la lunga durata di un modello egemonico di maschilità nel tempo e anche dell’esercizio della violenza contro le donne, ma non riesce a mostrare le trasformazioni delle condizioni in cui la violenza viene esercitata, gli elementi di crisi e di rottura, l’emergere e l’affermarsi di modelli di maschilità e femminilità e di identità di genere alternativi.

Questi tre modelli esplicativi che ho schematizzato evidentemente semplificandoli e che talvolta sono utilizzati congiuntamente, hanno a mio parere un limite comune nel fatto di non riuscire a dare conto dell’agency individuale, delle trasformazioni dei modelli stessi ma soprattutto delle modalità con cui questi sono vissuti, incorporati e trasformati nelle pratiche individuali e costruiti in una dialettica relazionale fatta di negoziazioni e conflitti.

Una certa rigidità “sistemica”, sia pure di diversa portata presente in questi modelli, appare particolarmente inadatta a comprendere soprattutto un contesto come quello attuale, caratterizzato da un movimento senza precedenti di persone, di immagini, di informazioni oltre che di capitali e di tecnologie che siamo abituati a chiamare con il termine globalizzazione.

Individuare gli elementi di frattura e di contraddizione, che si sono moltiplicati, piuttosto che soffermarsi sui fattori di omologazione e coerenza, consente meglio anche di comprendere in quali forme e in quali condizioni si possano generare nuove pratiche e nuove relazioni tra i sessi. E per tornare alla violenza può essere di aiuto anche cercare riflettere sulle molteplici diversità e differenze nel vivere i corpi, le maschilità e le femminilità, nei loro rapporti con l’incorporazione e la pratica della violenza, una prospettiva molto evidente nei queer studies.

Quello che Robert Connel[2] chiama il modello di maschilità egemonica, che in passato sembrava ben definito (anche se non necessariamente raggiunto nelle vite quotidiane degli uomini), oggi è soppiantato da una pluralità di modelli, nessuno dei quali ha una netta caratterizzazione prevalente e naturalmente da una pluralità di pratiche di genere che si attualizzano nella quotidianità. Si tratta di modelli in cui incidono molti fattori, non ultimo quello delle tradizioni nazionali e locali, la cui produzione e riproduzione risultano particolarmente evidenti in ricerche condotte con bambini e adolescenti. In una ricerca di Frosh, Phoenix, Pattman[3]condotta nel 2002 tra i ragazzi delle scuole di Londra si è mostrato come i comportamenti dei ragazzi afrocaraibici venissero considerati più mascolini dei comportamenti dei ragazzi di provenienza asiatica e che in ogni caso il modello diffuso di mascolinità che coincide con la forza fisica, l’eterosessualità, la pratica sportiva non solo non venisse necessariamente seguito, ma neppure riconosciuto come standard a cui uniformarsi. Una ricerca in due scuole elementari americane di due differenti località condotta da un’antropologa americana Barrie Thorne[4] mostra come nella quotidianità della vita scolastica i confini di genere venissero sottolineati anche dagli insegnati in certe situazioni e cancellati in altre, dalle occasioni di gioco a quelle di studio.

La studiosa ne deduce che la demarcazione dei confini di genere anche dagli stessi bambini nelle pratiche può essere costruita o negata o resa meno importante o attraversata a seconda delle circostanze.

Anche l’adolescenza è segnata da una negoziazione rispetto agli ideali di genere e alle pratiche relative a “fare il genere”, come dicono Candace West e Don Zimmermam in un noto articolo[5]. Un apprendimento che non significa acquisizione passiva di ciò che le agenzie di socializzazione (scuola, famiglia) o i mezzi di comunicazione di massa propongono, ma implica piuttosto un processo attivo in cui influenze molteplici tra loro anche contraddittorie si confrontano.

Ciò che si apprende sono in realtà modelli di pratiche riconosciute come coerenti con ciò che viene chiamata maschilità o femminilità e che vengono incorporate fino ad essere considerati naturali.

Tra questi modelli c’è anche quello della percezione svalorizzata di sé da parte delle donne e l’incorporazione emotiva e psicologica della legittimazione della violenza maschile e che spinge a ritenere nella relazione di genere la violenza maschile naturale, anche se non giusta, dando luogo a quella complicità tra “vittima” e “carnefice” che favorisce la violenza.

Ma se questa dinamica non può essere negata, allo stesso tempo è importante sottolineare che queste configurazioni non sono statiche, ma cambiano nel corso della vita anche in relazione in generale alle diverse esperienze e in particolare ai vincoli e alle possibilità che offerte all’interno delle relazioni di genere e rispetto alle quali gli individui elaborano proprie specifiche strategie. Non è un caso che mentre negli anni Settanta si parlava di “ruolo maschile” oggi si parli comunemente di “maschilità” al plurale[6].

Affermare che il genere si produce incessantemente nella relazione e nella negoziazione, spiega anche le possibilità di cambiamento. In questa prospettiva due fenomeni socioculturali e politici che segnano il nostro tempo possiedono una particolare rilevanza. In primo luogo il protagonismo, la rivendicazione di libertà e autonomia da parte delle donne hanno trasformato profondamente i modi di vivere la femminilità e contemporaneamente è avanzata una critica sostanziale a modelli maschili autoritari e aggressivi.

Nello stesso tempo, sia pure in forme per molti aspetti sotterranei e ancora marginali gruppi di uomini, ma anche gruppi misti di uomini e di donne tra militanza, ricerca e autocoscienza hanno dato luogo a ripensamenti critici di quello che un tempo poteva definirsi il “modello egemonico” di maschilità, in un confronto dialettico con la politica e le riflessioni delle donne.

Sessualità, paternità, violenza, rapporto con il corpo sono dimensioni interrogate e affrontate a più livelli, con un procedimento di per sé sovversivo, perché disconosce la naturalità e l’universalità dell’essere maschile.

Si tratta di un’interrogazione che apre nuovi spazi e insieme nuove libertà per una ridefinizione delle relazioni di genere e per delegittimare quell’“ideale impossibile della virilità” che come dice Bourdieu[7] produce per gli uomini insieme vulnerabilità e violenza. La scuola, l’educazione, i media sono luoghi essenziali da investire per ripensare e “rifare il genere”, rinegoziando le relazioni, a partire da quanto viene maturando nella società e nella cultura.

Ma non basta. Nel 2012 il Gender Gap Index, un indice della disuguaglianza tra donne e uomini prodotto dal World Economic Forum collocava l’Italia all’ottantesimo posto, ben lontana dalla posizione dell’Irlanda, quinta, o della Germania, tredicesima.

Sappiamo che nuovi modelli e nuove relazioni non si producono solo al livello del simbolico, delle rappresentazioni e dei percorsi di consapevolezza individuali e collettivi. Negare dignità, cittadinanza, diritti alle donne, è il fondamento di ogni violenza che si può esercitare su di loro. La crisi in questo non aiuta, anzi aumenta le disuguaglianze tutte, comprese quelle di genere. Un motivo di più per continuare a lavorare per combatterle, senza isolare la violenza dalla disuguaglianza.

*Professore ordinario di Genere e antropologia e Antropologia economica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia.


[1]             Questo testo costituisce la rielaborazione, arricchita di note e riferimenti bibliografici, di una comunicazione tenuta al seminario Contro la violenza degli uomini sulle donne. Per una  nuova civiltà di rapporti e di convivenza, Perugia, 18 gennaio 2012 e pubblicata in “ AUR&S. Rivista di economia, società e territorio”, nn.7-8, 2012, pp.389-392.

[2]             Connel Robert (2006), Questioni di genere, Bologna, il Mulino,(ediz. Originale, Gender, Cambridge Polity Press, 2002).

[3]             Frosh Stephen, Phoenix Ann e Pattman Rob (2002), Young Maculinieties: understanding boys in contemporary society, Basingstoke, Palgrave.

[4]             Thorne Barrie (1993), Gender play. Girls and boys in school, New Brunswick, Rutgers University Press.

[5]             West Candace e Zimmermam Don (1987), Doing gender, in “Gender and Society”, 1,2, pp.125-151.

[6]             Si veda ad esempio il testo di dell’Agnese Elena, Ruspini Elisabetta (a cura di) (2007), Mascolinità all’italiana. Costruzioni, narrazioni, mutamenti, Torino, Utet. Per una rassegna si veda Piccone Stella Simonetta (2003), Gli studi sulla mascolinità, in “Rassegna italiana di sociologia”, 41,1, pp.81-108.

[7]             Bourdieu Pierre (1998), Il dominio maschile, Milano, Feltrinelli, (ediz. originale, La domination masculine, Parigi, Seuil, 1998)

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