Volontari e ruolo sociale

Sicuramente nel clima attuale, in cui il volontariato viene osannato come panacea di tutti i mali (ma con il lecito sospetto che ci si riferisca ai soli mali economici), il punto di vista espresso dagli autori è una provocazione interessante.

Interessante, credo, perché riporta  il tema anche su domande su cui il volontariato si è interrogato, almeno in alcune sue frange più illuminate, all’inizio della sua storia moderna.1

Quali sono i risvolti intrapsichici che spingono le persone a fare certe scelte? E quindi, quali e quanti livelli di motivazione esistono? Quante di queste possono essere definite “sane” e quante no? Cosa spinge le persone a continuare l’esperienza di volontariato e cosa ad abbandonarla?

Ma non è su questo terreno che vorrei fare alcune riflessioni, anche se ritengo che siano aspetti fondamentali dell’esperienza di volontariato; aspetti non marginali anche per la buona riuscita di quanto viene fatto dai volontari stessi, principalmente nel rispetto dell’altro che si vuole o si pretende di aiutare. Vorrei semmai riportare la riflessione più su altri temi che a mio avviso devono necessariamente integrare, oggi in modo speciale, la riflessione su questo argomento.

Un possibile ruolo sociale  del volontariato

Guardando il fenomeno da un altro angolo di visuale, possiamo cogliere il risvolto sociale dell’azione di volontariato. Uscendo da una logica duale, che vede come soli attori il volontario da un parte e l’oggetto della sua azione dall’altra2, possiamo pensare di leggere i fenomeni come parti di un sistema o più sistemi in interazione. L’azione volontaria produce cambiamenti, più o meno attesi o desiderati, in parti diverse del sistema in cui è inserito ed a sua volta è modificato dal sistema stesso  in cui è inserito.

Per anni il dibattito è stato sulla politicità o meno dell’azione di volontariato. Credo sia un falso problema; semmai ci si dovrebbe chiedere quanta intenzionalità c’è nelle azioni realizzate dal volontariato e quindi quanta direzionalità è data ai cambiamenti messi in atto. Ogni azione compiuta da un cittadino, e parafrasando un vecchio slogan ogni volontario è anche e soprattutto un cittadino3, lascia un segno nella “polis” di cui fa parte; il più delle volte i cittadini ed i volontari non ne sono coscienti e non ne tengono conto nella costruzione di strategie di azione.

In questo senso è necessario che un volontariato maturo debba essere radicato nella comunità, capace di cogliere le istanze nuove, capace di organizzarsi e di  collaborare con competenza con l’ente locale e con le altre forze sociali nel rispetto dei reciproci ruoli. Un volontariato, cioé, che promuova l’ampliamento e il radicamento delle relazioni nella comunità; organizzazioni capaci di coinvolgere i gruppi e le associazioni presenti, promuovendo coordinamenti – anche informali – su problemi. Un volontariato che sappia porsi obiettivi largamente condivisi per incidere positivamente sulla programmazione e sulla realizzazione di quanto deve essere fatto a tutela delle persone e delle cose della “polis”.

Verso forme “coordinate”

Proprio per rispondere a questo nuovo modo di vedere l’azione di volontariato si sono sviluppate delle forme di “collegamento” tra le diverse organizzazioni.

Dall’analisi delle esperienze in atto emergono due forme preminenti: le consulte, istituite sulla base dei regolamenti comunali, ed i coordinamenti, come forme autonome di collegamento tra le organizzazioni.

Le consulte hanno una funzione consultiva; sono cioé chiamate a dare pareri su atti di indirizzo, di pianificazione e di programmazione in occasione del Bilancio annuale di previsione e a dare un parere l’elaborazione di programmi e progetti.

Non solo. In alcuni casi i Comuni attribuiscono alle consulte anche funzioni promozionali  e di collegamento tra Amministrazione pubblica e volontariato.

Ma attenzione, non si deve dimenticare che in alcuni casi, accanto alla funzione esplicita di promuovere la partecipazione, esiste sempre la funzione latente di “controllo”.4

Altra modalità di lavoro nel territorio è quella espressa dalle forme autonome di coordinamento; queste forme  hanno, in molti casi, anticipato le iniziative dei Comuni nel campo della partecipazione popolare organizzata ed in generale esprimono una differente concezione di partecipazione rispetto alle consulte istituzionali.

Queste iniziative, nate da esigenze sentite da alcune associazioni e proposte alle altre realtà sociali presenti sul territorio, hanno promosso forme di collegamento per intervenire  più incisivamente nei confronti dell’ente locale o dell’Azienda sanitaria  locale. Partite da queste esigenze le organizzazioni si sono date nel corso del tempo vari obiettivi: dall’intervento su materie ed ambiti non ancora codificati dall’amministrazione pubblica, alla promozione dei diritti delle persone e fasce più deboli della popolazione, dalla promozione di forme per garantire la formazione dei volontari, alla sensibilizzazione della comunità locale.

Coordinamenti ed identità

Risulta evidente,quindi, quanto l’elemento partecipativo sia fondante e come esso sia tra gli aspetti più innovativi nel mondo del volontariato e del terzo settore in generale.

L’analisi degli elementi facilitanti e ostacolanti, delle molte esperienze messe in atto, fa emergere quanto, a livello locale, sia ancora alta la componente “individualista” delle singole organizzazioni. E’ interessante, però, notare  che il lavoro serio e puntuale di queste forme di collaborazione ha permesso in molti casi di rompere l’isolazionismo ed il “protagonismo” delle singole Associazioni, favorendo sempre più una cultura allargata del lavoro sociale.

Nonostante limiti e difficoltà emerge, in modo sempre più evidente, la necessità per il volontariato di uscire dai propri ristretti ambiti di intervento per unirsi e per partecipare in modo attivo al cambiamento del contesto in cui è inserito.

Sempre più chiara emerge la necessità del cambio di prospettiva nel lavoro dei gruppi di volontariato, spostando le proprie energie lungo questi binomi: da azione a strategia da immediato a lungo periodo da “io” a “noi”

In sintesi, verso una prospettiva storica, globale e collettiva.

Ma per promuovere forme di scambio e coordinamento è necessario che gli enti promuovano cammini di crescita che favoriscano questi processi.

Conoscersi, collegarsi, integrarsi, progettare insieme, sono tappe di un percorso non certo facile e lineare, fatto di avanzamenti di retrocessioni, di conquiste e di perdite, di nuove dimensioni e di più ampie prospettive. Percorso in cui diventa centrale il tema dell’identità, e non solo dell’identità del singolo volontario ma dell’organizzazione nel suo insieme.

Così le riflessioni, sviluppate pur in un’altra prospettiva  nel numero di Pedagogika, relative all’identità ed alle connotazioni relazionali  diventano centrali. Tanto meno mi conosco e riesco a dire “chi sono” tanto più avrò difficoltà a riconoscere l’altro, a confrontarmi ed eventualmente a collaborare con esso. Ed oggi riconoscere la propria identità di organizzazione di volontariato non è poi così semplice.

Formazione ed identità

Ma è ovvio che per dare sostanza a queste modalità è necessario qualcosa di più rispetto alla sola esperienza: la formazione è stata ed è un valido supporto.

Intorno agli anni ‘70 l’approccio
formativo più corrente era del tipo “trasmissione di informazioni”; il bisogno delle organizzazioni era quello di addestrare5 le persone a svolgere dei compiti specifici e per fare questo i volontari dovevano avere delle conoscenze altrettanto specifiche su cui basare le proprie azioni. Dal punto di vista delle prassi operative, si stava passando da una concezione in cui al volontario bastava la motivazione ed il buon senso, ad una in cui al volontario erano chieste delle conoscenze specifiche da integrare con il livello personale e motivazionale.

Altro elemento che ha caratterizzato l’approccio formativo è stata la “trasmissione dei valori dell’organizzazione”; la formazione era concepita come modo per “formare” delle persone capaci a loro volta di portare valori, modelli, contenuti all’interno dell’organizzazione. Non si trattava più di trasmettere solo dei “saperi” ma di trasmettere “saperi assoluti” che andavano introiettati e poi riproposti uguali a se stessi6.

Ed è in questo clima generale, all’interno del grande sviluppo del movimento volontario, che si inizia a pensare la formazione secondo alcuni nuovi presupposti: si parla di metodologie attive, di lavori di gruppo, di analisi organizzativa e di lavoro per progetti, di percorsi di accompagnamento e di rielaborazione delle esperienze…… Il focus della formazione diventa allora il cambiamento (individuale, organizzativo, di contesto sociale etc.) in un ottica di processo evolutivo.

L’attenzione si concentra sempre più sul “lavorare su come funziona e non su come si fa”, sui processi e non sulle azioni, sui percorsi per la costruzione di  “pensieri organizzati”  o di teorizzazione delle esperienze

Si passa, così,  da un idea di formazione che insegna, che dà le Motivazioni vere e giuste al volontariato, ad un idea di formazione che aiuta il volontario a definire o ridefinire le proprie motivazioni in continua evoluzione; in questa prospettiva anche le motivazioni possano essere diverse da quelle dell’organizzazione stessa e possano cambiare nel tempo.

Questo nuovo modello ha favorito il passaggio da una logica di “spot formativi”, di iniziative episodiche, di “formazione a domanda” ad una di progettazione formativa collocata nei complessi processi organizzativi ed evolutivi dei singoli e delle loro aggregazioni.  Processi formativi nati dalle domande del singolo, dell’organizzazione o dalla società civile e non da risposte preconfezionate da distribuire.

E il volontario?

All’interno di questo modo di pensare al volontariato possiamo, allora, collocare la riflessioni sul volontario, “sull’individuo volontario”, sui suoi vissuti, desideri ed  emozioni.

E proprio le domande, i punti interrogativi potrebbero essere il tema conduttore del lavoro del volontario; il volontario si interroga sui suoi personali “perché” e nel contempo interroga gli altri e la società su mille “perché”, spinto e sorretto dalle domande poste dalle situazioni che affronta o dagli altri che incontra.

Esperienze nate da bisogni profondi, non sempre chiari o lineari, ma sicuramente in grado di promuovere riflessioni, nuove coscienze ed anche cambiamento verso un modo più solidale di pensare il mondo e la vita.

*Formatore, consulente;

responsabile formazione MoVi Regione Lombardia

Note

1 Per storia moderna, possiamo intendere gli ultimi 40 anni circa in cui il volontariato ha cercato di trovare una nuova identità sociale… e con questo non si vuole negare la tradizione e la storia del volontariato in Italia e nel mondo.

2 Indipendentemente dalla sua natura. Il volontario può essere in relazione a persone che hanno difficoltà di varia natura o può occuparsi dei beni culturali, può promuovere sport o sviluppare supporti a gruppi di persone…

3 Mi riferisco in modo particolare alla iniziativa degli anni 90, realizzata dal Cnca, che ha coniato il termine “cittadino volontario” e che è poi diventato di uso comune negli anni successivi.

4 Interessante sarebbe approfondire anche rispetto a questo modo di organizzarsi del volontariato il tema del controllo sociale e delle mille forme in cui si può esprimere.

5 E parlo di addestrare e non di formare perché, ovviamente  nel mio approccio epistemologico, questo modo di pensare la formazione presuppone uno scopo di trasmissione di conoscenze che alcuni hanno verso altri che ancora non le possiedono. Cfr. teoria dei livelli di apprendimento in Bateson.

6 Questa prassi risponde ad un bisogno di tipo riproduttivo che ogni organismo ha, anche se è oramai chiaro che il reiterare esclusivamente un modello di questo tipo porta l’organizzazione alla sua stessa fine per mancanza di innovazione e cambiamento.