Vuoi mettere il libro?

Geografia psichica di un mutamento nel leggere

Non c’è ragione plausibile per prevedere che il consumo di libro riesca, col passare del tempo, a tenersi fuori del processo di digitalizzazione. Piaccia o non piaccia (ai più non piace, almeno quelli di casa nostra), il libro cartaceo è destinato ad arrendersi. Obsoleto lo è già, e già c’era chi lo sosteneva quarant’anni fa. Si tratta solo di prenderne atto.

Vuoi mettere il libro? Geografia psichica di un mutamento nel leggere

Non c’è ragione plausibile per prevedere che il consumo di libro riesca, col passare del tempo, a tenersi fuori del processo di digitalizzazione. Piaccia o non piaccia (ai più non piace, almeno quelli di casa nostra), il libro cartaceo è destinato ad arrendersi. Obsoleto lo è già, e già c’era chi lo sosteneva quarant’anni fa. Si tratta solo di prenderne atto.

Roberto Maragliano*

Ragioni da vendere aveva Marshall McLuhan quando, in un articolo del 1973[1], qualificava il libro come “obsoleto” e, aggiungeva: lo è diventato, obsoleto, nel contesto elettronico dell’informazione, di quella realtà che, ponendosi come sfondo del nostro esperire, fa sì che il libro diventi figura. Esattamente così era stato per Gutenberg, che nello smantellare la cultura manoscritta la fece diventare una sorta di forma artistica e che, aggiungo io riprendendo una suggestione di Paul Zumthor[2], incrinando l’egemonia della cultura orale e vocale pose le condizioni perché, tramite il melodramma, anche quella si facesse arte.

Il libro oggi diventa figura, oggetto su cui concentrare l’attenzione: non solo per quello che è o si pensa sia in assoluto, ma per i rapporti che intrattiene con il nuovo sfondo elettronico.

Alla luce di queste considerazioni del canadese, come sempre “destabilizzanti”, converrebbe, anzi conviene riflettere liberamente sulla questione ebook, e non solo per come è attualmente posta, nel nostro paese, ma anche in relazione a chi e per quali ragioni la pone.

Intanto, partiamo da due dati incontrovertibili.

Primo dato: la produzione di libri, quasi completamente, e una quota significativa della distribuzione libraria avvengono ormai all’interno dell’infrastruttura digitale, mentre la commercializzazione e la lettura sono tenute ancora, e in buona parte, al di fuori di questa realtà. Tenute artificialmente.

Secondo dato: produzione, distribuzione e ricezione di musiche sono ormai quasi interamente digitali; produzione, distribuzione e ricezione di cinema lo stanno rapidamente diventando.

Ragionare muovendo da queste constatazioni porta a riconoscere che non c’è ragione plausibile per prevedere che il consumo di libro riesca, col passare del tempo, a tenersi fuori del processo di digitalizzazione. Piaccia o non piaccia (ai più non piace, almeno quelli di casa nostra), il libro cartaceo è destinato ad arrendersi. Obsoleto lo è già, e già c’era chi lo sosteneva quarant’anni fa. Si tratta solo di prenderne atto.

Prenderne atto? Trattandosi di azione che ha a che fare con cultura, opinione pubblica, produzione e mercato è normale che essa sia intesa e praticata come vischiosa e invischiante. Di qui, la tendenza a chiudere gli occhi, sia su sfondo sia su figura, rimuovendo la questione o scrollandosela di dosso con uno slogan.

Perché, ammettiamolo, sono slogan, niente più che cortocircuiti ideologici, i frequenti ricorsi a formule di comodo come quelle, riprese frequentemente dalle gazzette, del “profumo della carta” o della “maneggevolezza dell’oggetto libro”, esattamente come lo sono lo sbattere sul tavolo i dati sulla limitatezza delle vendite di libri digitali o l’usare in chiave terroristica l’argomento della pirateria. Tutte e tre queste considerazioni poggiano su terreno fragile e friabile. Non è arduo disinnescarle. In ordine inverso, l’accesso gratuito alla lettura vige pure, e non in misura limitata, dentro l’editoria cartacea, con fotocopie e prestito; e poi, i dati statistici attuali mostrano che i lettori digitali costituiscono un’esigua minoranza, ma vero è che appena ieri erano zero e che in queste faccende i processi si diffondono con rapidità, anche per via virale, una volta che abbiano minimamente attecchito; che dire poi del profumo della carta se non che costituisce l’ultima spiaggia di chi, come l’intellettuale nostrano, dedito a condannare le altrui nevrosi di tipo feticistico e consumistico, fa resistenza a conoscere e riconoscere le proprie?

Il “vuoi mettere” che tanti colleghi docenti da anni e tuttora vanno rinfacciandomi le volte che tento di far valere i vantaggi dell’apprendimento digitale[3] oggi lo ritrovo riproposto pari pari, sulle pagine di giornali e pure di saggi, a proposito del falso dilemma che contrappone libro digitale e libro cartaceo.

Ho detto “falso”. Perché?

Perché ciò che ci ostiniamo a nominare libro è nient’altro che la veste esteriore, provvisoria, di un’entità/corpo che è sopravvissuta a tutte le trasformazioni, da quasi un millennio nel mondo occidentale[4]. Quell’entità/corpo è nient’altro che il “testo”, cioè lo spazio mentale sia individuale sia sociale che si viene a costituire man mano che uno si impegna in una lettura, comunque essa si presenti ai suoi occhi e alle sue mani; uno spazio che scaturisce dall’incontro tra ciò che l’autore ha realizzato e il complesso dell’esperienza di uno che legge.

Il tema, com’è evidente, ha molti lati e ridurlo a schemi univoci è
improprio. Chi scrive un testo entra nel regno della virtualità: la pubblicazione, cioè il rendere pubblico quel testo, la fisicità che esso assume, i modi con cui viene acquisito da un lettore o da un altro sono altrettante modalità di attuazione di quel virtuale[5].

Mi direte, ma è il caso di trattare la questione in termini così elevati? Sì, rispondo, è proprio il caso. Perché, spiego o meglio cerco di spiegare, il passaggio che stiamo vivendo, per effetto dell’imporsi del nuovo sfondo digitale, è cruciale per la sopravvivenza e lo sviluppo di tutto ciò che siamo abituati a chiamare cultura, includendovi anche i testi su cui esercitiamo e facciamo esercitare, in quanto educatori, le pratiche della lettura. Dunque, riflettervi seriamente, spogliandosi di ogni pregiudizio, è non solo salutare, ma anche doveroso.

Bando dunque a tutti i luoghi comuni. Facciamo un piccolo sforzo e mettiamoci nelle condizioni di chi dalla parte del libro digitale guarda al libro cartaceo, esattamente come potremmo fare mettendoci dalla parte di chi usi l’automobile e guardi alla carrozza a cavalli. Sono sullo stesso piano, sono realtà confrontabili?

No, non stanno sullo stesso piano, non sono realtà confrontabili. Dire che alla pagina digitale manca il profumo della carta equivale a sostenere che la carrozza a cavalli è ecologica. Certo, chi ne dubita? Ma quante cose in più e diverse faccio con l’auto, mi piaccia o no, rispetto a quelle che potrei fare con la carrozza a cavalli? Quanto e come l’automobile ha cambiato il mio modo di praticare il mondo? Potrei farne a meno, oggi come oggi, dell’auto, potrei tornare al cavallo? Indubbiamente quella tecnologia ha cambiato la nostra percezione dello spazio geografico, e dunque ha influito sul nostro spazio psichico. Perché dovrebbe essere diversamente per il libro, che ha una storia più breve della carrozza a cavalli?

Dunque, cominciamo a dire e a dirci quante e quali cose potrei fare con un testo digitale, e cose anche fortemente diverse rispetto a quelle che faccio con un testo cartaceo o che sarebbero addirittura impossibili da fare disponendo solo della versione su carta; come del resto risulterebbe impossibile andare da Roma a Milano in cinque ore servendosi di una carrozza a cavalli e uscire dall’esperienza con il vestito immacolato e le ossa e le orecchie relativamente intatte.

Prepariamoci insomma alla caduta dell’ultimo muro, quello che “protegge” il lettore. Il processo di liberalizzazione è già in atto, come abbiamo detto all’inizio: il digitale sovraintende ormai alla produzione e a buona parte della distribuzione dei testi. Ma per ora la figura dell’acquirente e quella del lettore sono tenute fuori dal processo. In gioco ci sono grossi interessi: dell’editore, della distribuzione, del librario. Soggetti che cantano in coro e interessi che fanno cartello[6].

Detto in modo sintetico, il testo digitale:

– è sempre a portata di mano, anzi di clik, bastano pochi minuti per averlo;

– non pesa, per quanto voluminoso possa essere nella versione cartacea[7];

– una volta acquisito, non va perso;

– costa, anzi dovrebbe costare di meno, sensibilmente di meno rispetto alla versione cartacea[8];

– può essere letto contemporaneamente su più strumentazioni (reader, tablet, smartphone, pc);

– consente ricerche fini e personalizzate su termini e nomi.

Fin qui, si tratta di vantaggi comparabili.

Ma ci sono anche i vantaggi incomparabili, cioè cose che il digitale permette di fare e il cartaceo no.

Sono questi gli aspetti su cui converrebbe iniziare a concentrare l’attenzione (e l’investimento), anche in vista della caduta dell’ultimo muro di cui ho detto, quello che l’editore mette graziosamente a protezione del lettore e che questi ringrazia ripetendo meccanicamente formule del tipo del “vuoi mettere” e del “profumo cartaceo”.

Sono essenzialmente due, ma di grosso peso e rilievo, per il futuro stesso dell’esperienza di lettura: la promozione di un rapporto attivo con il testo; i migliori software di lettura, quelli incorporati nei reader o scaricabili gratuitamente per pc, tablet, smartphone, consentono al lettore di introdurre annotazioni e commenti a margine dei testi, e di salvarli assieme ai brani di riferimento; se ne ricava una sorta di testo parallelo, che riporta ad un tempo le impressioni personali e le loro fonti; la possibilità di condividere segnalazioni, impressioni e annotazioni sul testo con altri lettori, secondo una logica comunitaria e in una prospettiva che potremmo denominare di “libro aumentato”.

Questi aspetti aprono un nuovo mondo, e soprattutto indicano le direzioni proprie di un nuovo modo di leggere: nuovo ma, se volete, pure antichissimo, in quanto collegato all’esperienza della lettura pubblica. Lì (se fossi pessimista direi: laggiù) la ricezione e l’uso del testo, fuoriuscendo dalla logica dell’isolamento individuale[9], si fanno pratiche collettive e connettive. Lì ognuno mette una parte di sé, contribuendo a fare della lettura un’esperienza di crescita di se stesso, del gruppo, del testo (e del suo autore).

Va da sé che una simile prospettiva, mettendo in gioco nuove sensibilità, disegnando nuove geografie, intrecciando logiche testuali e logiche ipertestuali, spalanca all’azione pedagogica orizzonti fin qui inesplorati. Ma che occorre mettersi nelle condizioni di sondare al più presto, con il massimo della serenità e della disponibilità[10]. Anche se l’editore è perplesso. Anche se scuola e università fanno resistenza.

*Docente Tecnologie per la formazione degli adulti all’Università Roma Tre. È responsabile del Laboratorio di Tecnologie Audiovisive presso il Dipartimento di Progettazione Educativa e Didattica, e della Piazza Telematica di Ateneo.


[1]              Riproposto da Lettera internazionale, n. 110, 2011, p. 48-50 con il titolo La lettura e il futuro dell’identità provata.

[2]              Paul Zumthor, La presenza della voce, Il Mulino, Bologna, 1984

[4]              Tutto ciò, se, come sarebbe corretto, diamo ascolto all’Ivan Illich di Nella vigna del testo, Raffaello Cortina, Milano, 1994.

[5]              Ne parla in questi termini un altro pensatore scomodo, il Pierre Lévy de Il virtuale, Raffaello Cortina, Milano, 1997. La Divina Commedia è un testo virtuale che si attua in moltissimi modi diversi, per esempio con il commento di Natalino Sapegno in formato scolastico oppure no, per esempio con le illustrazioni di Gustavo Doré, per esempio su pagina web in uno dei moltissimi siti cui è dato rintracciarlo. Nel mentre lo leggo mi si forma un testo mentale su cui agisco e che risuona di tante e tanto varie mie personali esperienze, pur mantenendo la sua autonomia di testo d’autore. Che la formazione di quel testo mentale abbia origine da pagine opache o da pagine luminose sembrerebbe non incidere sul fenomeno. Sembrerebbe. Vedremo che il condizionale è mal posto.

[6]              Quanti sono gli articoli che i maggiori quotidiani italiani hanno dedicato dall’inizio dell’anno al fenomeno dell’ebook e qual è il tono costante di questi articoli? Dove mai avete trovato una pacata illustrazione dei vantaggi del digitale?

[7]              Interessante, a questo proposito, è la vicenda
dell’edizione italiana di 22/11/63, il più recente prodotto della fucina Stephen King (Sperling & Kupfer, Milano, 2011). Settecentosessantotto pagine, dunque un malloppo fisico non da poco. A gran voce i lettori italiani ne hanno chiesto immediatamente la versione digitale, per ragioni di maneggevolezza (per non dire poi di esigenze di creanza: ora che si sta diffondendo il libro digitale, Mondadori e affiliate potrebbero ridurre la grandezza dei caratteri, risparmiando carta, no?). Che è arrivata sì, ma con grande ritardo, quando ormai la pirateria aveva positivamente risposto alla richiesta.

[8]              Naturalmente molto dipende dalle politiche messe in atto degli editori. Quelli italiani non si sono distinti, fin qui, per coraggio. Anzi, per quel che fanno e dicono, danno l’impressione di attuare una sorta di boicottaggio generalizzato, con poche eccezioni. Tra queste Newton Compton, che da tempo ha scelto, coraggiosamente, la linea dell’abbattimento dei prezzi sul cartaceo, anche per le novità di varia, e che, per quanto sta facendo sul versante digitale, e per la cura che gli dedica, sembra non volere farsi sfuggire tale opportunità (ad esempio la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce, in versione digitale, costa € 4,99 e presenta un ricchissimo apparato di note, navigabili con estrema fluidità e scioltezza: sfido qualsiasi lettore dell’edizione cartacea a muoversi tra testo e note con lo stessa elasticità). Quanto agli altri, da lettore furioso, che da tempo ha adottato gli ebook, senza smettere di attorniarsi di libri su carta, potrei ahimè dire di non pochi inconvenienti provati nell’uso, che danno prova del pressapochismo con cui l’editore nostrano predispone la versione digitale. Ho esempi concreti. Ma riportarli qui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa mentre provvede a curare le vittime (che, in questo caso, sono vittime della sua stessa azione). Una cosa sola vorrei comunque segnalare. E cioè che non c’è modo, quando un testo digitale non funziona o funziona male, di comunicarlo all’editore. Un libro con note sbagliate lo riporto al libraio, o lo rispedisco all’editore. Lo stesso è possibile fare con i quotidiani in versione digitale, che recano sempre un indirizzo cui ricorrere per segnalare disfunzioni o guasti. Ma se un problema mi capita (m’è capitato, non poche volte) con la versione in ebook di un testo (che in quella cartacea risulta corretta) a chi dovrei rivolgermi? Ne ho detto in FaceBook, ho anche provato a scrivere direttamente all’editore. Niente. Nemmeno un segnale di “ricevuto”. Attenzione: il cliente digitale ama essere accolto, sembrerà paradossale, ma è più che mai sensibile alle azioni e alle relazioni umane; questo lo sa chiunque faccia esperienza di commercio di rete. Dunque, è legittimo parlare di un boicottaggio attivo messo in atto dall’editore nostrano? Preferisco pensare a questo piuttosto che attribuirgli sciatteria.

[9]              E’ il caso di far notare che la condizione di isolamento è generalmente valutata come positiva quando la si associa al medium libro (e allora è sintomo di concentrazione), mentre la si tratta alla stregua di un fattore negativo, quando sono in scena il computer e la rete (e allora è sintomo di dissociazione dalla realtà). Don Chisciotte e Madame Bovary stanno lì a mostrare la parzialità dei giudizi correnti.

[10]             Personalmente, come portatore di un’esperienza autoriale ed editoriale che ha ormai superato i quattro decenni e come responsabile di un laboratorio universitario (http://LTAonline.uniroma3.it) che da vent’anni opera nel settore della multimedialità, sento come rispondente ad un dovere politico, oltre che di ricerca, la scelta operata di dedicare una parte sostanziosa del mio impegno a provare l’editoria digitale (e mettermi alla prova con essa), intendendo questa esperienza in primo luogo come espressione di una possibilità di sviluppo per l’azione pedagogica e didattica. Ho attualmente all’attivo: una collana, 5 cose su, rivolta a insegnanti ed educatori (http://ltaonline.uniroma3.it/5-cose-su.html), all’interno della quale è uscito il mio Adottare l’e-learning a scuola; il saggio di battaglia, scaricabile gratuitamente, titolato Immobile scuola. Alcune osservazioni per una discussione (http://castellovolante.com/products-page/romanzi/immobile-scuola-alcune-osservazioni-per-una-discussione/); e un’ulteriore recentissima collana, Studio Digitale, indirizzata all’università e all’aggiornamento professionale (http://ltaonline.uniroma3.it/studiodigitale.html), dove è uscito Storia e pedagogia nei media, scritto assieme a Mario Pireddu. Va da sé che gli ebook delle due collane hanno prezzi dai tre ai cinque euro e che è possibile leggerli e commentarli, oltre che offline, anche online in compagnia di altri lettori.