Scelti per voi

Ippolita

Anime elettriche. Riti e miti social

Editoriale Jaca Book SpA, Milano 2016, pp.128, € 12,00

Ippolita è un gruppo interdisciplinare nato nel 2005 con lo scopo di praticare e diffondere strategie per usare le tecnologie digitali evitando di esserne usati. Presupponendo che le dette tecnologie non siano di per sé “buone” e che gli strumenti tecnici oggi molto diffusi non siano “disinteressati”, Ippolita propone pubblicazioni e seminari finalizzati all’autodifesa digitale.

Se di tutti i libri è ovviamente possibile dire che facciano pensare e stimolino a pensarsi, Anime elettriche è per me fra quelli che fanno particolarmente riflettere sulle relazioni con gli altri nel mondo esterno e sulla relazione con se stessi nel mondo interno. Questo perché il saggio è anzitutto un invito alla ricerca di consapevolezza di sé con lo scopo di mantenere la propria libertà di scelta. L’autodifesa di cui tratta è infatti fondamentalmente la capacità di mantenere senso critico anche in quelle esperienze del mondo digitale particolarmente accattivanti e gratificanti, che fanno leva su automatismi, che sono facili da agire per immediatezza e che sono quindi molto lontani dalla fatica che comporta la riflessione.

Nella maggior parte dei videogiochi o in molte proposte delle piattaforme social, che comunque sono strutturate con caratteristiche di ludicizzazione, viene attivata la memoria procedurale, che fa sentire in “fase di flusso”, in una situazione cioè che lega ad azioni ripetitive, non fa pensare e non fa percepire il tempo che passa. Il gruppo Ippolita non intende negare la validità degli aspetti ludici come strumenti d’apprendimento, ma pone l’attenzione sulla necessità della conoscenza e della condivisione delle regole del gioco e, quindi, sull’esercizio della memoria dichiarativa propria delle situazioni in cui è mantenuta viva la capacità di autocontrollo.

In analogia con la distinzione fra gioco con regole sconosciute e risposte automatiche e gioco con regole condivise e scelte consapevoli, il saggio, affermando che sui social dilaga una sorta di pornografia emotiva, confronta pornografia ed erotismo: un messaggio pornografico crea eccitazione immediata, come in un automatismo dove non c’è spazio per la riflessione, mentre un messaggio erotico apre al percorso del desiderio, dà spazio all’immaginazione personale. Ad esempio, un click su un bottone di approvazione, una semplice condivisione di un post, un breve commento di approvazione o sdegno di fronte ad immagini di eventi drammatici, fanno pensare, o meglio sentire, di essere dispensati dal far seguire a ciò azioni concrete. Fanno sentire assolti in tempi brevi e autorizzati a passare ad altro, a tornare nella piacevolezza gratificante degli strumenti della piattaforma digitale.

Se autodifendersi è quindi innanzitutto non rinunciare alla fatica di riflettere, è necessario conoscere i meccanismi procedurali del web 2.0, il web della diffusione dei social network. È necessario apprenderne le strategie per diventare consapevoli della propria posizione nel mondo digitale, per preservarsi autonomi, per esercitare senso critico, per mantenere la propria postura etica e, non meno importante, per contagiare altri con il nostro esempio.

Ci si difende da un punto di vista tecnico se si comprendono i meccanismi della tracciabilità dei dati e se li si evitano attraverso la scelta di strumenti che impediscano, o perlomeno ostacolino, la profilazione che i servizi web fanno degli utenti per categorizzarli in pacchetti da vendere a terzi con fini commerciali.

Ci si difende da un punto di vista politico-filosofico-psicologico se si diviene consapevoli dei meccanismi attrattivi delle piattaforme che offrono gratuitamente (gratuitamente perché “la merce siamo noi”) occasioni relazionali e occasioni di cura di noi stessi con il raccontarci; occasioni che ci divertono (gamizzazione o ludicizzazione) e ci gratificano (livelli, punteggi, comparazioni).

Sia che siamo nativi digitali o immigrati digitali «… seguiamo le regole esplicite e implicite della confessione digitale perché queste operazioni ci procurano piacere. Un piacere immediato, una gratificazione chimica legata in particolare al sistema di rinforzo positivo della dopamina, un neurotrasmettitore».

È però sempre possibile non cadere in fenomeni di asservimento e mantenere la coscienza di sé.

È sempre possibile «… porre una distanza tra il sé e il mondo del web sociale, fare in modo di mantenere la propria autonomia e continuare a prendersi cura di sé senza delegarla al dispositivo…» praticando una continua attenzione agli impliciti e alle conseguenze delle tecnologie digitali cui ci si accosta.

«Si può e si deve non arrendersi …; è possibile creare piccoli spazi conviviali di senso condiviso. Questo libro è stato scritto con questa idea ben chiara, e pur sempre grazie a dei software!».

Margherita Mainini

Caryl Churchill

Teatro I (Hotel, Cuore Blu, Lontano lontano, Abbastanza sbronzo da dire ti amo?, Sette bambine ebree)

Editoria & Spettacolo, Napoli 2013, pp.215, Euro 18,00

Primo volume di una serie, questa selezione di opere di Caryl Churchill ha la dichiarata intenzione di portare all’attenzione dei lettori italiani la produzione di un’artista poco conosciuta nel nostro paese. Le opere non sono scelte secondo la cronologia di composizione e sono rappresentative degli ultimi vent’anni di produzione della drammaturga; i debutti risalgono ad un periodo che va dal 1997 al 2009.

Chi intenda avvicinarsi all’opera di Caryl Churchill, non si troverà all’interno di un paesaggio letterario d’immediata comprensibilità, nel quale l’intreccio lineare si dipani con mestiere rassicurando il lettore. Nelle intenzioni dell’autrice c’è piuttosto una volontà di sperimentare il rapporto che intercorre tra immaginazione poetica e formulazione empirica, tra trasgressione iperbolica e oggettivazione scientifica.

Le trame, che descrivono in prevalenza la società inglese contemporanea, diventano quindi uno strumento utile a suscitare un disagio percettivo, uno smarrimento, un allentamento dei legami pratici che condizionano l’esistenza lineare. L’autrice ricorre spesso a stilemi tipici del teatro dell’assurdo, privando di protagonismo i personaggi in virtù di una maggiore tirannia del presupposto situazionale. S’interrompono le leggi aristoteliche che regolano la continuità di azione, il tempo diviene non lineare, i personaggi mutano intenzioni senza transizione, l’invenzione linguistica e i neologismi sono frequenti e volutamente destabilizzanti.

Ci troviamo, insomma, all’interno di una drammaturgia fantasmagorica, nella quale la formulazione poetica prevale sulla prosa descrittiva. Lo stile complessivo ha maggiore similarità con le forme della musica, piuttosto che con quelle della prosa: sono continui i contrappunti, le disarmonie, le fughe e quant’altro possa produrre lo spiazzamento desiderato.

Ne è un esempio lapalissiano Hotel, la prima delle composizioni, concepita come operetta, impreziosita dalle musiche originali del compositore Orlando Gough e dalle coreografie di Ian Spink. In quest’opera composta per quadri, gli ospiti immaginari di una struttura turistica, cantano in assolo, duetto o terzetto, frammenti di conversazione dei quali non è obbligatorio comprendere ogni singola parola; soprattutto in considerazione del fatto che spesso i dialoghi di personaggi diversi avvengono in contemporanea.

Nella pièce Cuore blu,divisa in due quadri distinti, l’invenzione destabilizzante è invece affidata alla temporalità dell’azione nel primo e all’invenzione linguistica nel secondo. Così nella prima parte ci troviamo a osservare il comune pomeriggio di una famiglia piccolo borghese intrappolato in un loop temporale che si ripete all’infinito, inanellando ogni volta una variante assurda. Nel secondo quadro, invece, i personaggi sono colpiti da un incredibile virus che li obbliga, loro malgrado, a sostituire alcune parole di uso comune con i termini “caffetteria” e “blu”, secondo una logica random.

Le opere successive si discostano in parte dalle precedenti per finalità e in parte per stile. L’opera Lontano lontano ha un obbiettivo facilmente riconducibile a un’idea di teatro politico e descrive una guerra permanente che avviene lontano dalle vite dei personaggi pur condizionandone le percezioni. In Abbastanza sbronzo da dire ti amo? lo sguardo della Churchill si volge verso un teatro d’impegno civile, descrivendo una verosimile storia d’amore tra un uomo fortemente carismatico e un altro che nell’alcool trova la forza di abbandonare la famiglia.

L’ultima opera, intitolata Sette bambine ebree, fu scritta dall’autrice in seguito alla triste vicenda che interessò la Striscia di Gaza nel 2009, nota come “operazione piombo fuso”, durante la quale i bombardamenti e le incursioni israeliane produssero circa 1500 morti, in gran parte tra i civili. Quest’opera, per volontà dell’autrice, è libera da diritti e a disposizione di chiunque desideri rappresentarla, a patto che le compagnie facciano una sottoscrizione a Medical Aid for Palestinians.

Federico Bertozzi

Salvatore Guida

Giardino sicano. Bivona come metafora

Unicopli, Milano 2015, pp. 187, 15,00

Come dichiara in modo esplicito l’autore, l’obiettivo di questo libro non è tanto quello di fare un racconto autobiografico ma di far comprendere ai suoi nipotini (allora ancora piccoli) la bellezza della sua terra natale in modo che potessero goderne appieno ma soprattutto che riuscissero ad essere orgogliosi di avere proprio lì le loro lontane origini. Il libro non ha una trama precisa ma si snoda in una serie di racconti connessi tra di loro dalla presenza e dai forti ricordi e sentimenti di nonno Salvatore che in ogni momento sembra parlare, comunicare con i suoi nipoti ricordando gli aspetti più significativi della sua vita in Sicilia.

Comincia con il raccontare che cosa è, per un siciliano, il giardino: non tanto un luogo ricco di fiori costosi e bellissimi, di aiuole e fontanelle o statuette ma uno spazio di diverse dimensioni dove si producono frutti (arance e mandarini ma non solo questi) ed ortaggi, tutto quello cioè che è utile al sostentamento. Il giardino, pertanto, è anche per un isolano – senza alcun dubbio – un luogo “beddu” ma è soprattutto un luogo che si apprezza per la sua capacità produttiva.

L’autore si chiede anche – nel racconto “Navigare nella memoria” – come i nipoti leggeranno queste brevi storie e li immagina realisticamente davanti a un computer piuttosto che davanti ad un camino acceso e cerca di rispondere ad una domanda che immagina potrebbero fargli: perché scrivere e soprattutto perché scrivere di sé? Un po’ per “confessarsi “ e per tornare sopra a momenti della propria vita con un atteggiamento autocritico ma forse anche e soprattutto per l’esibizione di sé, di tuttti gli ostacoli che ha superato e di tutte le conquiste che si è sudato il ragazzino migrante che ancora è rimasto dentro il nonno?

L’altro elemento che emerge con chiarezza in quasi tutti i racconti è che ciò in cui Salvatore credeva più di tutto erano l’amore e la famiglia, non contrapposti all’impegno, ma strettamente intrecciati ad esso. Non il familismo egoistico ed immorale di cui questa nostra vita contemporanea è purtroppo intessuta, ma il concetto per cui tu, io e i nostri figli ci aiutiamo per rendere servizio ad un ideale che ci fa migliori, intransigenti ma sorridenti, insomma migliori.

Nella seconda Appendice al Giardino sicano, Salvo conclude che «è ancora possibile incontrare, girando per i monti Sicani, gente semplice ed umile, cortese ed aperta; gente che si muove con il proprio tempo, con le proprie passioni e le abitudini di sempre; ognuno con il suo spazio, col suo nome e la sua dignità, dove tutti sono e appartengono, dove ancora i comportamenti condraddistinguono e per questi si è amati ed apprezzati».

È un libro semplice, chiaro, ricco di sentimenti positivi, capace di farti scoprire la Sicilia vera: da leggere.

Ombretta Degli Incerti

Anna Bellavitis

Il lavoro delle donne nelle città dell’Europa moderna

Viella, Roma 2016, pp.247, € 26,00

Ne Il lavoro delle donne nelle città dell’Europa moderna Anna Bellavitis passa in rassegna gli ambiti lavorativi delle donne dall’inizio dell’età moderna alle soglie della rivoluzione industriale.

Un ampio lasso temporale, cui si accompagna una altrettanto vasta dimensione geografica: non solo l’Inghilterra e la Germania, l’Italia nella sua frammentata varietà, la Francia nelle diverse regioni: anche la Spagna, la Scandinavia, l’Olanda e la Polonia.

Raccogliendo con sistematico rigore il frutto di molteplici ricerche particolari, Bellavitis mette in relazione e analizza, per somiglianze e diversità, realtà lontane fisicamente, cronologicamente e storicamente. Ne deriva un ampio panorama che consente una visione d’insieme del rapporto donne e lavoro all’interno di una realtà europea che ben si definisce come comune identità.

La ricerca si concentra sulle città, luoghi di manifatture e piccole imprese, ambiti su cui si ha maggiore documentazione rispetto alle realtà rurali. Ricerca non agevole dal momento che al lavoro delle donne non è mai stato dato valore; non per caso anche ai nostri giorni, sottolinea Bellavitis, “l’identità di genere prevale sull’identità lavorativa: più che di lavoratrici si parla ancor oggi di donne che lavorano”. Né valore né evidenza: le attività praticate all’interno della bottega artigianale da mogli e figlie non ricevevano retribuzione e non apparivano nei censimenti fiscali, anche se di fatto producevano per il mercato. Accade dunque che per questo tipo di indagine le fonti non siano direttamente legate al mondo del lavoro: atti notarili, archivi dei tribunali, diari e lettere consentono, per vie traverse, di scovare informazioni utili.

Ampio spazio è dedicato, in quest’opera, ai diritti che le donne ebbero riconosciuti per quanto riguarda i ruoli all’interno delle corporazioni e nell’accesso alla proprietà. Di grande interesse la parte dedicata al lavoro intellettuale come professione e quindi alla funzione delle donne nel campo dell’educazione, come insegnanti e come allieve.

Sorprende la gamma di attività artigianali e mercantili in cui si registra la presenza femminile: per esempio troviamo maestre e capomastre nelle seterie di Venezia, filatrici d’oro a Colonia, stampatrici e correttrici di bozze ad Anversa. Costante l’impiego delle bambine, in situazioni in cui apprendistato di mestiere e sfruttamento di manodopera infantile si confondono.

Si ripete per tutti i mestieri il tentativo delle corporazioni, sempre ed esclusivamente maschili, di osteggiare il lavoro parallelo delle donne, ritenuto concorrenza sleale e bollato come clandestino. Unica eccezione la creazione, nella Parigi del XVII secolo, di una corporazione solo femminile: quella delle sarte, tollerata solo per via dei salari inferiori percepiti dalle donne.

L’ultima parte della ricerca è dedicata alle occupazioni che hanno come strumento o oggetto di lavoro il corpo femminile: i cosiddetti “mestieri da donne”: levatrici, balie, serve, prostitute. Anche in quest’ambito, che sembrerebbe il più scontato e noto, si viene a conoscenza di svariati fenomeni: la “femminilizzazione” del servizio domestico, il persistere della schiavitù nell’Europa moderna, la gestione maschile del lavoro delle balie, il controllo delle istituzioni religiose sulla attività delle levatrici.

Oltre ad illustrare aspetti poco noti, come la mobilità della mano d’opera femminile in alcune fasi storiche o l’influenza della legislazione favorevole alle donne sulle trasformazioni economiche, il lavoro di Bellavitis, molto ricco e documentato, offre spunti e riflessioni di varia natura. Mette in luce situazioni occultate o dimenticate, ma al tempo stesso consente di rilevare i cambiamenti e le persistenze, nei ruoli e nelle situazioni. Alcuni fatti si ripetono sistematicamente: ad esempio sembra essere una costante ineluttabile l’impiego delle donne nelle fasi di assenza degli individui maschi e la successiva espulsione alla fine delle fasi critiche.

Colpisce l’aspetto della continuità di alcuni fenomeni, arrivati, mutatis mutandis, fino ai giorni nostri: innanzitutto la differenza dei salari per sesso, ma anche il perdurare di una mentalità che distingue le occupazioni in base al genere.

Lo ribadisce in conclusione l’autrice stessa definendo “inquietante” tale continuità, spesso registrata durate la ricerca, “tra età moderna, epoca industriale e mondo contemporaneo”. In chiusura Bellavitis cita in proposito un articolo recente di Le Figaro in cui si sostiene che gli asili nido, consentendo alle donne di lavorare a tempo pieno, sottraggono occupazione agli uomini… “sembra di sentir parlare gli stampatori di Rouen del XVII secolo o i tessitori di Gorizia del XVIII…”

Maria Cristina Fedrigotti

Marilynne Robinson

Le Cure Domestiche

Giulio Einaudi Editore, Torino 2016, pp. 199, Euro 18,50

Marilynne Robinson

Lila

Giulio Einaudi Editore, Torino 2015, pp. 273, Euro 20,00

Marilynne Robinson è considerata una delle maggiori scrittrici americane viventi. Nata nel 1943 e cresciuta nell’Idaho, attualmente vive nell’Iowa, stati in cui sono ambientati i suoi romanzi.

Scrittrice, saggista, ma anche teologa. Di fede protestante calvinista lei stessa dichiara in una intervista che i suoi maggiori interessi sono la narrativa, la religione e la teologia, vissute non come aspetti separati, ma come parti integranti della propria esistenza. Informazioni queste non secondarie per accostarsi alla sua produzione letteraria.

Le Cure Domestiche, pubblicato negli Usa nel 1980, è stato il suo romanzo di esordio. In seguito ha continuato a scrivere saggi di etica, politica e teologia, ma solo dopo più di vent’anni ha ripreso a scrivere romanzi e tra il 2004 e il 2014 ha pubblicato una trilogia di cui Lila è il romanzo conclusivo.

L’aspetto che maggiormente colpisce nella lettura di queste opere è la prosa, spirituale, intensa, evocativa, a tratti visionaria, a tratti onirica, simbolica, ricca di suggestioni e capace di addentrarsi nei pensieri, nella psicologia e nei processi mentali dei personaggi con mirabile lucidità e coerenza, creando figure di grande spessore che suscitano nel lettore un profondo senso di comprensione ed empatia. Anche il contesto in cui i personaggi si muovono viene descritto con tale forza espressiva da subire in alcuni momenti un processo di personificazione: la natura e gli ambienti diventano “l’anima pulsante” della narrazione e della vita, anche interiore, dei personaggi, fonte e ispirazione delle loro riflessioni e delle loro scelte.

Le Cure Domestiche, ambientato presumibilmente negli anni ’50 a Fingerbone, immaginario paesino situato sulle rive di un grande e cupo lago tra i boschi e le montagne dell’Idaho, luogo selvaggio, freddo ed inospitale, narra la storia di Ruth e Lucille, due sorelle preadolescenti, cresciute a Seattle, senza un padre, fino al giorno in cui la loro madre Helen, decide di portarle a Fingerbone, suo paese natale, e di abbandonarle sulla veranda della casa materna per poi gettarsi con la macchina nelle profonde acque del vicino lago, lo stesso lago nel quale molti anni prima era annegato anche il padre di Helen, vittima di un incidente ferroviario. Affidate dapprima alle cure della nonna, ormai vedova da anni, poi di due prozie zitelle, ed infine della zia materna Sylvie, che aveva lasciato casa e famiglia molti anni prima per condurre una vita “al di fuori dei binari” vagabondando per il paese, le due sorelle vivono un’esistenza segnata dalla solitudine e dall’incertezza, in un ambiente altrettanto precario, periodicamente invaso dall’acqua del lago, dalla neve, dal ghiaccio, un ambiente nel quale anche la sopravvivenza della casa, luogo simbolo dell’unità familiare, diventa quasi impossibile. Nel corso del romanzo, attraverso la voce narrante di Ruth, veniamo trasportati in un’atmosfera surreale guidati dai suoi pensieri, dai suoi ricordi, dalle sue domande inquietanti, dalle sue profonde riflessioni, che toccano temi universali dai risvolti drammatici e dolorosi, quali le ragioni dell’abbandono, il senso della perdita, dell’appartenenza, del ritorno alle proprie origini (“l’oblio mi espulse”), la solitudine, il significato del possesso (“meglio non avere niente perché alla fine crolleranno anche le ossa”). Il percorso verso la “rinascita” è impervio e l’epilogo è tutt’altro che scontato. La vita delle due sorelle, che per anni hanno vissuto in simbiosi creandosi uno scudo protettivo nei confronti del mondo, invasa dal modello anticonvenzionale e sradicato di Sylvie, subisce una sorta di deragliamento e Ruth e Lucille, alla ricerca ognuna della propria idea di “casa”, si troveranno ad intraprendere scelte completamente opposte, che saranno per entrambe fonte perenne di dolore e rimpianto.

Lila è dedicato all’Iowa, luogo di sconfinate e piatte praterie, dove lo sguardo si riempie dei colori dei campi di granturco che si stendono a perdita d’occhio. In questa America profonda e rurale, tra gli inizi degli anni ’20 e il primo dopoguerra, è ambientato questo romanzo. Attraverso una struttura narrativa che scorre sul filo dei pensieri e dei ricordi della protagonista, come in un flusso di coscienza che mescola i piani temporali passando dal presente al passato e viceversa, riusciamo a ricostruire lentamente e pazientemente, come in un puzzle, la storia di Lila.

Bambina di quattro o cinque anni viene rapita sulla soglia di un tugurio in cui stava crescendo tra gli stenti e senza amore, da Doll, una misteriosa vagabonda con una cicatrice sul volto, un coltello in tasca, ed un passato oscuro. Doll le dà un nome -Lila- e la porta con sé. Iniziano così una vita randagia, vagando da una parte all’altra del paese, a volte sole, a volte con gruppi “nomadi” di braccianti, diseredati come loro in cerca di un qualunque lavoro nelle fattorie che incontrano lungo il percorso. La vita sulla strada è dura e difficile, soprattutto durante il periodo della Depressione, ma Lila si sente al sicuro protetta dall’amore di Doll e dal “suo coltello” e riesce a reagire alle avversità, resistendo o adattandosi a seconda dei casi, senza mai rinunciare alla propria dignità né a quell’orgoglio che rifiuta la commiserazione o la carità altrui. Quando per una serie di drammatiche circostanze Lila, ormai trentenne, si ritrova sola al mondo, continua il suo vagabondaggio per approdare un giorno nell’immaginario villaggio di Gilead (il nome ha ascendenze bibliche), dove incontra il reverendo John Ames. Lei, sradicata, resa diffidente dalle offese della vita, in cerca di risposte che possano riscattare la vergogna della sua esistenza, con l’esigenza incalzante di capire “perché le cose succedono come succedono?”; lui, un vecchio umile pastore, dedito alla cura della sua comunità, con una fede incrollabile, ma non scevra da dubbi, segnato dalla sofferenza causata dalla perdita della moglie e della figlioletta.

Lui sa parlare, ascoltare e comprendere senza giudicare e Lila, nella cui esistenza Dio è sempre stato assente, è incuriosita dai suoi discorsi sulla colpa, la redenzione, la grazia e inizia a leggere brani della Bibbia, a porsi domande sul loro significato e a chiederne spiegazioni. Lui rimane affascinato dalle sue interpretazioni e dalla determinazione con cui lei gli tiene testa ed alla fine, quando in un momento che lei stessa definisce “di pazzia” Lila gli chiede di sposarla, lui si arrende con slancio al destino che li ha fatti incontrare ed accetta. Ben presto Lila dà alla luce il loro figlio e la “Grazia” ricadrà su di loro per sciogliere “tutti i nodi del risentimento, della disperazione e della paura” e per portare infine“quella pace che potrebbe anche essere stupore”.

Un romanzo che parla di fede e di religione, senza offendere o infastidire chi non è credente. La scrittrice Nadia Terranova lo definisce “un romanzo che finge di parlare di Dio, e intanto racconta i precipizi di quelli che lo cercano, un romanzo che racconta il solo aspetto del divino che può interessare la letteratura: l’umano”.

Carla Franciosi

manca il libro di Melania Villa (Vietato scrivere tra le righe. Storia romanzata del partigiano Angelo Villa)