Tutto è possibile

Elizabeth Strout

Tutto è possibile

Giulio Einaudi editore, Torino 2017, pp. 205, Euro 19,00

Elizabeth Strout ha raggiunto fama internazionale con il suo terzo romanzo “Olive Kitterigde” che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2009. Nel 2016 ha pubblicato “Mi chiamo Lucy Burton” dal quale ha avuto origine quest’ultimo romanzo “Tutto è possibile”.

In “Mi chiamo Lucy Burton”, la protagonista Lucy, appunto, si trova in una camera d’ospedale a New York e riceve la visita della madre che non vede da molti anni perché, dopo un infanzia ed una adolescenza di miseria e povertà, ha lasciato il suo paese natale, Amgash in Illinois, ed è diventata una famosa scrittrice riscattando un passato fatto di vergogna e umiliazioni. Le due donne dialogano rievocando ricordi che ancora feriscono e parlando delle persone che Lucy ha conosciuto e frequentato e di cui non ha più saputo nulla.

Con Tutto è possibile Strout ci riporta ad Amgash, quella cittadina del Midwest, dove è tutto è cominciato e dove ora è apparso, nelle vetrine dell’unica libreria del paese, l’ultimo romanzo di Lucy Burton. Si tratta di un “memoir” (e da alcuni cenni riferiti alla copertina del libro, si può dedurre che sia proprio “Mi chiamo Lucy Burton”) in cui Lucy ripercorre la storia della sua infanzia ad Amgash e del suo successivo riscatto.

Sullo sfondo di un paesaggio vastissimo dove il cielo sembra non finire mai e dove le distese verdi e gialle dei campi di mais si perdono all’orizzonte, tornano così a rivivere le persone che hanno popolato l’infanzia di Lucy. Attraverso la rievocazione di Lucy nei ricordi di ognuno di loro veniamo a conoscenza dei fatti che hanno segnato la sua infanzia e dei sentimenti e delle sensazioni che ella suscitava in coloro che le stavano intorno e che ora, con l’uscita del libro, si trovano a doversi confrontare con il passato e a fare i conti con il presente.

Tutto è possibile” è un romanzo corale in cui ogni capitolo è dedicato ad una storia. Sono storie di quotidiana routine che si snodano e si intrecciano in un susseguirsi senza tempo né trama e ci svelano un’umanità tenera e dolente segnata da ferite profonde; uomini e donne che portano ancora i segni dei traumi subiti nell’infanzia, bambini e bambine vissuti nell’indigenza e nello squallore morale di famiglie disfunzionali; uomini le cui vite sono state spezzate dall’esperienza della guerra; storie di solitudini mai comprese, di segreti svelati solo a chi sa ascoltare, di cicatrici che rimangono indelebili nella memoria nonostante i successi, i matrimoni, i figli. Tutti patiscono un profondo senso di vergogna tenuto nascosto e alimentato dal silenzio tanto da diventare un peso inconfessabile. Ma un filo sottile lega tutte queste persone ed è il desiderio profondo di essere compresi, di trovare nell’altro quel sentimento di empatia che fa sentire meno soli e che mette in stretta connessione con l’altro, e quando questo inaspettatamente accade, è un momento di grazia, un punto luminoso in un romanzo fatto di ombre, un attimo prezioso che dà respiro e senso all’esistenza; ed allora davvero si può dire che “tutto è possibile”.

Paradossalmente non sarà così per Lucy Burton. Il suo ritorno ad Amgash, dopo diciassette anni di assenza e il suo incontro con il fratello Pete e la sorella Vicky si riveleranno un fallimento. Contrariamente a tutti gli altri personaggi, Lucy non vivrà quel momento di grazia che le permetterebbe di riappacificarsi con il passato. Incapace di sostenere il risentimento della sorella e di accogliere il proprio dolore, accettandolo, se ne andrà in preda ad una delle sue solite crisi di panico, irrimediabilmente ferita. Ma non sarà stato invano perché il burrascoso incontro farà scaturire in Vicky e Pete la speranza di poter recuperare tra loro la tenerezza di un rapporto consolatorio.

La vita mi lascia sempre senza fiato” dice Lucy alla fine del suo romanzo. È vero la vita di tutti può lasciare senza fiato, non solo la vita di coloro che, come Lucy, se ne sono andati dando una svolta significativa al loro futuro, ma anche la vita di chi è rimasto a condurre un’esistenza piccola e ordinaria, ma che sotto la cappa di un’apparente immobilità brulica di sentimenti, passioni e desideri inespressi.

Partendo da un microcosmo provinciale, Strout ci prende per mano e ci fa esplorare e riflettere sui temi universali del vivere insieme: i rapporti famigliari, l’amicizia, le differenze sociali, la guerra. E lo fa con uno stile alto, asciutto, delicato e leggero anche nelle situazioni più tragiche.

Tutti i protagonisti delle storie sono figure di grande spessore e umanità, che Strout descrive in modo essenziale, ma efficace nell’esaltarne l’intensità dei sentimenti e nel sottolineare i silenzi e i non detti, scavando nella loro intimità con mirabile capacità di introspezione. Coni suoi dialoghi brevi e realistici e con pochi tratti descrittivi riesce a farci entrare nel mondo in cui si muovono i personaggi suscitando nel lettore un sentimento di empatia e tenerezza tale da rendere impossibile qualsiasi giudizio, perché, come dice la protagonista di uno dei racconti, “Siamo tutti quanti un casino… e anche se ce la mettiamo tutta amiamo in modo imperfetto, ma va bene così”.

Carla Franciosi

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