Cinema

Suoni spaventosi dal mondo della scuola: temo che tutto ciò che racconto sul rapporto scuola-famiglia possa presentarsi alle orecchie di qualcuno come un suono spaventoso.

Davide Tamagnini*

Spesso si sente ripetere che le famiglie non riconoscono più l’autorevolezza della scuola, che il rapporto è in crisi, minato alle sue fondamenta da una moltitudine di facinorosi ficcanaso che vogliono sovvertire l’ordine naturale delle cose con l’intento di proteggere i loro figli dalla Gorgone, una pletora di avvocati accusatori pronti a giudicare ogni passo falso degli insegnanti. Questo scenario sicuramente dà voce a un punto di vista presente sulla scuola, che alimenta una dinamica di arroccamento già in atto da tempo e dovuta anche ad altri fattori. Il mondo esterno è vissuto come una minaccia e la scuola sembra incline a issare i ponti, pensando di proteggersi in un asfittico isolamento. È necessario riflettere sui tratti volutamente esagerati di questo scenario apocalittico per capire cosa si nasconde oltre la superficie, pena il non capire il nostro ruolo di insegnanti e che il peso di questo inevitabile e quotidiano attraversamento della frontiera scuola-famiglia ricade sulle spalle degli studenti. In una relazionale, qualunque siano i suoi termini, il cambiamento di passo di un soggetto coinvolto può determinare una nuova danza relazionale; è sufficiente accettare lo spiazzamento che naturalmente segue all’imprevisto, non come un passo falso, ma semplicemente come un passo nuovo. Dobbiamo dunque allenarci a vedere i genitori come “alleati” e non “avversari” educativi, come portatori di risorse e non di problemi. Spesso la scuola sembra vittima della paura, con il suo tendere a trincerarsi dietro ai ruoli – che comunque ci sono – e mandando dall’alto segnali talvolta incomprensibili e contradditori. Dobbiamo costruire un rapporto di coinvolgimento e distacco con “l’altro mondo”. Dobbiamo costruire una relazione aperta e trasparente. Dobbiamo conoscerci, ascoltarci e confrontarci per far emergere le nostre aspettative a partire dai nostri pregiudizi, per superarli. Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo… penso che solo la scuola abbia la possibilità di assumersi la responsabilità per fare questo passo. Diversamente vivremo in un mondo ostile, fatto di persone alle quali non permettiamo di smarcarsi dal ruolo in cui li abbiamo ingabbiati.

La fatica di questa responsabilità va impastata con tre ingredienti essenziali: sogno, tempo e fiducia; tre dimensioni dal sapore pleonastico se calati nella cornice del rapporto necessario tra insegnanti e studenti; tre parole da aggiungere al lessico che descrive anche la relazione tra scuola e famiglia. Questo non è un manifesto dei desiderata, ma il racconto di come una necessità sia diventata una possibilità di cambiamento, o meglio, una condizione strutturale necessaria al cambiamento.

Così è iniziato l’anno nella nostra classe: i genitori sono stati accolti il primo giorno di scuola insieme ai figli e chi poteva si è fermato con noi, per un paio d’ore, per lavorare insieme nelle attività del primo giorno di scuola. La richiesta è stata spiazzante, perché imprevista, ma le famiglie, dopo un incrocio perplesso di sguardi, sono restate. Dopo un paio di settimane, i genitori sono stati convocati per un’assemblea nella quale abbiamo spiegato loro chi eravamo, come avevamo scelto di lavorare e quali erano gli aspetti principali delle discipline che riempiono l’orario scolastico. Tutte le nostre scelte, piccole o grandi, sono state motivate (lo spazzolino da denti, i quaderni, i voti, l’approccio alla letto-scrittura…). A distanza di mesi una mamma mi ha confessato che era in difficoltà a capire perché avessi detto che non avrei insegnato ai bambini a leggere e a scrivere, ma mi sarei affiancato a ciascuno di loro per accompagnarli a consolidare la lettura e la scrittura che già possedevano. Era anche preoccupata che non venissero insegnati ai bambini gli altri caratteri della scrittura, “…poi però ho visto che iniziava a leggere i giornali, che voleva leggersi lei alcuni libri!”. Fidandosi ci si è dati tempo per capire, per conoscersi e per imparare. Anche per questo abbiamo dato disponibilità per dei colloqui individuali ogni giorno finita la scuola. Questo non ha creato la coda fuori dalla porta, né c’è stato mai un eccesso di richiesta, però il messaggio era che noi insegnanti c’eravamo. Allo stesso modo abbiamo allungato i tempi dei colloqui di metà quadrimestre ad almeno quindici minuti per famiglia perché i cinque minuti scarsi previsti dall’organizzazione di questo momento non sono un tempo sufficiente al confronto. Un indicatore del tipo di rapporto che abbiamo costruito è dato dal tono emotivo dei colloqui, autentici e profondi, e dall’accoglimento dei nostri inviti “paradossali” (uscire all’aperto anche se piove, dormire a scuola…). Ogni richiesta che è stata fatta aveva alle spalle una proposta motivata, un sogno, che più volte, tra il serio e il faceto, hanno portato i bambini e nella quale noi insegnanti abbiamo intravisto una possibilità per crescere come persone.

Costruire il dialogo significa mettere in gioco se stessi e le proprie scelte. Da questo punto di vista l’esperienza dei compiti può essere degna di nota. I primi due anni a scuola non ci sono stati compiti, tranne, come vedremo in seguito, per i genitori. “Niente compiti!”, avevamo dichiarato all’inizio del percorso, “Almeno fino a quando non saranno autonomi per svolgerli.”. La convinzione di fondo era quella per cui l’esercizio si fa a scuola e degli apprendimenti ne è responsabile l’insegnante. Penso che sia scorretto delegare tutto ciò alle famiglie perché non tutte sono in grado di seguire i propri figli nei compiti e questo non fa altro che aumentare un divario in termini di possibilità esistenti e che, non potendo colmare, non vogliamo aggravare. Arrivati in classe terza, durante un’assemblea d’inizio anno, è emersa dalle famiglie la necessità che i figli si sperimentassero con dei compiti a casa. Una domanda insolita, che nasceva dalla preoccupazione che i bambini si abituassero a questo carico di lavoro extra-scolastico (siamo sempre preoccupati di adattare i bambini all’ordine di scuola successivo, piuttosto che adattarci ad accogliere quel che riceviamo da chi ci precede, ma questa non è la sede per approfondire tale tema), per me che provassero a responsabilizzarsi a portare a termini degli impegni, per loro – dopo una riflessione collettiva a un anno dall’avvio dei compiti – “Maestro, i compiti servono a fare i compiti!”. Così oggi continuiamo questa sperimentazione: ogni giorno un piccolo impegno pomeridiano e, a posteriori, possiamo ringraziare le famiglie per averci fatto riflettere su questa possibilità.

L’aspetto forse più particolare della nostra esperienza è il coinvolgimento delle famiglie nella valutazione. L’idea di fondo è che per monitorare la complessità di un processo di apprendimento e poterne darne un feedback autentico non possiamo utilizzare “l’oggettiva” scala numerica e accontentarci del solo punto di vista degli insegnanti. La complessità ha bisogno dell’intersoggettività e per noi questa si raggiunge raccogliendo il punto di vista degli insegnanti, degli studenti e delle famiglie. A queste ultime va riconosciuto di avere qualcosa che noi insegnanti non abbiamo: lo sguardo sul bambino quando vive fuori dallo spazio-tempo della scuola, uno sguardo prezioso per tentare di descrivere qualcosa in più della sua unicità. Per raccogliere questo contributo abbiamo condiviso con le famiglie lo strumento che usiamo noi insegnanti e i bambini: una “tabella di monitoraggio” in cui sono riportati diversi focus per ciascuna disciplina scolastica. Monitoraggio perché è frutto di un’osservazione in fieri, fatta su quel bambino, e ci dà la possibilità di apportare aggiustamenti al punto di vista che stiamo costruendo. Tre livelli di giudizio, tarati sul punto di partenza di quel bambino, ai quali viene associato un colore (verde, giallo o rosso), a seconda di come ci appare quello specifico apprendimento. Tre indicatori sono sufficienti a capire se il bambino procede con facilità, se il percorso presenta degli ostacoli o se si presentano situazioni di evidente difficoltà, tali da richiedere necessariamente nuove proposte e strategie per superarle. Tre colori per rendere più chiari i criteri che discriminano le differenze di giudizio, a fronte di un aumento di indicatori monitorati. La tabella compilata diventa il terreno comune su cui basare i colloqui periodici tra scuola e famiglia, per far incontrare i punti di vista e provare a scoprire le diverse sfaccettature della realtà osservata, talvolta coincidenti, altre volte fonte di sorpresa e di messa in discussione del proprio sguardo.

R

G

V

LINGUA ITALIANA

valutazione

settembre-novembre

Lettura

Comprendere la funzione significante dell’immagine

V

Comprendere la funzione significante dello scritto

V

Decifrare il codice alfabetico convenzionale:

Assegnazione di un valore sonoro stabile alle lettere

G

Riconoscimento sillabico delle parole (“suoni delle parole”)

G

Comprendere messaggi in forma scritta

G

Inoltre, alle famiglie è stato richiesto periodicamente un ulteriore impegno di riflessione e analisi per esplicitare il loro punto di vista su come vedevano il bambino. Come vi sembrano i rapporti di vostra/o figlia/o con i compagni? Con gli insegnanti? Con le regole? In generale con la scuola? Come vi sembra che vostra/o figlia/o curi gli strumenti/materiali scolastici? In cosa trovate vostra/o figlia/o cambiata? In cosa la/o vedete capace? In cosa la/o vedete in difficoltà? Fino a chieder loro di sperimentare un altro strumento di valutazione che noi insegnanti usiamo ogni quadrimestre: la lettera. Con grande meraviglia, questa richiesta è stata la prima occasione in cui tutte le famiglie si sono presentate a scuola con il compito svolto, in modo che noi potessimo poi consegnare a ciascun bambino la lettera scritta per lui. Ogni lettera è come un’istantanea nella quale ciascuno può provare a rispecchiarsi e, a distanza di tempo, rievocare frammenti di vita. Così i genitori hanno regalato ai bambini un’esperienza preziosa nel loro percorso di crescita, noi abbiamo regalato ai genitori un’opportunità per comunicare con i propri figli e, infine, entrambi hanno regalato a noi insegnati la possibilità di assistere a un incontro toccante e magico, quando gli occhi dei bambini si sono tuffati su quei fogli scritti a mano in un’atmosfera di silenzio, per noi, rara.

Alla fine del primo anno, abbiamo chiesto ai genitori di verificare il modello di valutazione adottato in via sperimentale e tra le molte considerazioni di questa esperienza, una famiglia disse che era contenta perché riusciva a capire meglio quali fossero le difficoltà e i punti di forza del proprio figlio; mentre un’altra, che per loro aveva fatto la differenza ed erano orgogliosi di essere partecipi.

La parola “partecipazione” ci dice che possiamo riconoscere questo potere alle famiglie senza esserne soggiogati, anzi, aver riconosciuto e valorizzato il loro ruolo, ha dato al nostro maggiore autorevolezza. Abbiamo cercato di fornire loro uno strumento per seguire il percorso di apprendimento del bambino, per essere consapevoli non solo dei risultati raggiunti, ma anche di quali siano gli specifici ambiti su cui s’incentra il lavoro a scuola, per immaginarsi come una risorsa per il proprio figlio. Abbiamo costruito un confronto che si è alimentato di fiducia reciproca, che ci ha permesso di socializzare anche le sconfitte e le ansie per tutte quelle problematicità via via presentatesi. In ultima analisi abbiamo lavorato per capire meglio come aiutare ciascun bambino e lavorare più serenamente.

Temo che tutto ciò che ho raccontato sul rapporto scuola-famiglia possa presentarsi alle orecchie di qualcuno come un suono spaventoso, ma ho la convinzione che se ripetuto forte avrà un successo strepitoso, Supercalifragilistichespiralidoso!1

* È nato nel 1977 anche se da allora è rinato molte altre volte. Laureato in sociologia e in scienze della formazione primaria. Da qualche anno principalmente fa e si sente un maestro di scuola primaria.

1 Letteralmente è l’unione bizzarra di parole che ha questo significato: “fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza”. Per essere un nonsense, ha il suo senso!