Editoriale – LUOGHI VIRTUALI DELL’EDUCAZIONE

Già nell’ultimo numero del dicembre 2020 “Nei luoghi delle parole: le consulenze psicologiche e pedagogiche” ci eravamo imbattuti nel tema dei cosiddetti luoghi virtuali; lì avevamo affrontato che cosa significava, soprattutto riguardo le consulenze psicologiche e pedagogiche, lavorare a distanza e con uno schermo a dividere/collegare l’utente e l’operatore. Un lungo e interessante contributo scritto da Angelo Villa psicoterapeuta, psicoanalista, collaboratore e membro del Comitato scientifico di Pedagogika, poneva tra le altre cose una questione fondamentale: come in una situazione anomala e di dimensioni catastrofiche come quella della prima ondata del virus fosse possibile fare clinica. Meglio ancora che clinica era possibile fare? Che tipo di consulenze?  

In questo secondo numero del 2021 a qualche mese di distanza, continuiamo a interrogarci su queste questioni e a indagare i risvolti che la situazione pandemica attuale e l’interazione attraverso strumenti digitali hanno sulle professionalità educative e del sociale. Che tipo di educazione è possibile realizzare nei “luoghi virtuali”? 

Forse è bene per affrontare la questione porsi una prima domanda: cosa vuol dire virtuale? 

Partiamo dal significato della parola stessa riportato dal vocabolario Treccani.

Virtuale agg. [dal lat. mediev. (dei filosofi scolastici) virtualis, der. di virtus «virtù; facoltà; potenza»: v. virtù]. – 1. a. In filosofia, sinonimo di potenziale, cioè «esistente in potenza» (contrapp. a attualerealeeffettivo). b. In fisica, in matematica e nella tecnica, in contrapposizione a realeeffettivo, si dice di enti o grandezze che, pur non corrispondendo a oggetti o quantità reali, possono essere introdotti o considerati per determinati scopi di calcolo, di rappresentazione o di deduzione logica.

Si tratterebbe quindi di utilizzare un potenziale, un qualcosa che sembra non esistere nella realtà ma che esiste in modo per l’appunto virtuale. Contesti e strumenti in cui i corpi vengono espunti e in cui la relazione può realizzarsi solo per mezzo di strumenti tecnologici.

Un impensabile, un distanziamento dai corpi che ancora non sappiamo quali effetti ha effettivamente avuto e che avrà per noi tutti, piccoli e grandi, impegnati quotidianamente nel nostro divenire nella crescita umana, professionale e educativa che ci ha visti ormai da ben oltre un anno impegnati nella Didattica a Distanza (riconosciuta da tutti come DAD), nello smart working e nelle riunioni a distanza utilizzando piattaforme e software ormai conosciutissimi ai più.

Per cercare di comprendere questa situazione che ancora ci sta tutti coinvolgendo, abbiamo pensato di inoltrarci nuovamente, in modo più approfondito nelle esperienze dirette che hanno caratterizzato il mondo della scuola, il mondo dell’educazione e anche il mondo aziendale. Abbiamo ascoltato le esperienze di docenti e discenti, i progetti di operatori sociali e educatori e i percorsi di formazione relativi alla digitalizzazione di aziende cercando di capire come hanno tentato di reagire di fronte all’inatteso dentro il quale tutte e tutti siamo stati interlocutori a vari livelli.

Come umani, animali sociali, adattabili ad ogni cambiamento abbiamo prima di tutto cercato di fare fronte all’inatteso con gli strumenti a disposizione, ovvero gli strumenti digitali. Per mantenere le relazioni abbiamo quindi preso d’assalto le tecnologie digitali ingegnandoci il più possibile per operare, sia pur con qualche difficoltà, con questi strumenti, con queste nuove modalità comunicative, che avrebbero dovuto essere temporanee, in attesa che il coronavirus via via scemasse. Di fatto abbiamo costruito un ponte provvisorio che ci mantenesse in relazione gli uni con gli altri: in ambito familiare, sociale, psicologico, formativo ed educativo. Pensavamo che l’esperienza durasse per poco tempo, ma sappiamo ormai che non è stato e ancora non è così.

Oggi siamo nella medesima situazione, ma qualcosa di nuovo c’è: in parte un trauma che ha bisogno dei suoi tempi per essere analizzato, ma che chiede fin da ora di essere interrogato su vari fronti. Ci chiediamo come ci ha cambiato la pandemia, cosa abbiamo messo di nostro dentro i nuovi strumenti digitali, come ci hanno fatto sentire mentre li usavamo, cosa abbiamo provato, qual è il nostro vissuto e come la nostra nuova esperienza relazionale si è declinata.

L’intento è quello di mostrare una varietà di contesti che descriva l’arcipelago educativo attraverso il racconto di nuove esperienze, di come sono state riformulate e riprogettate, mettendo a fuoco l’essenziale di quella relazione educativa all’interno delle nuove modalità di erogazione dei servizi.

Speriamo di esserci riusciti. Noi di Pedagogika ce la mettiamo tutta! 

Infatti abbiamo inserito delle novità che da questo numero potrete trovare nelle brevi sintesi degli articoli del dossier e nella nuova rubrica,

Cinema tenuta ora da Federico Gaudimundo  che si  è arricchita anche di recensioni di serie televisive di particolare interesse.

Buona lettura !

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