La metafora della danza sufi nella costruzione dell’identità femminile

Nella danza, come nella vita, si tratta di trovare un proprio asse esercitandosi a trovare un contatto tra il dentro ed il fuori di sé.

Lina Zaratin*

Spesso la cultura, impegnata nel codificare sistemi di significati condivisi collettivamente, rischia di scadere nello stereotipo che ci fa guardare alla realtà con un unico filtro imbrigliando l’intelligenza.

Nulla di più vero di quanto affermato quando lo si pensa applicato all’universo femminile.

Per non cadere in questo meccanismo, è necessario ragionare in termini creativi imparando a scegliere tra le idee, magari partendo da un’intuizione e lavorandoci sopra.

Un giorno, sono rimasta affascinata da una danza sufi e dal fatto che il sufi danza ma al centro rimane assolutamente immobile: il centro del ciclone.

La mano destra, aperta verso il cielo, è la coppa del cuore che accoglie la grazia divina. La mano sinistra, aperta verso terra, è la sorgente di vita che ci connette con il divino.

La mia curiosità ad approfondire quello che la danzatrice prova durante il giro sufi, mi ha portata a conoscere due danzatrici sufi di grande prestigio internazionale: Victoria Ivanova ed Alessandra Centonze del centro Metissart di Milano.

Alessandra Centonze afferma:

“Dal punto di vista della danzatrice, la danza rotante è una vera meditazione in movimento.

Per ogni essere umano è un ritrovare sé stessi e la propria vera natura, che è molto più profonda e vasta di quell’io sociale in cui tendiamo a identificarci.

Nella rotazione si sente con chiarezza il sostegno della terra sotto i piedi, si sente la consistenza dello spazio, il corpo è come sostenuto dalla potenza del giro e questo genera un profondo senso di fiducia incondizionata. Lo sguardo interno consente di vedere tutto ciò che succede intorno a 360 gradi, senza guardare niente, questo rende più sensibili al lato segreto e sottile dei fenomeni, aiuta a contattare la trama del tessuto presente nell’apparenza delle manifestazioni della realtà. L’apertura al cielo generata dal sostegno della terra e dall’abbraccio dello spazio connette con l’universo, con il moto dei pianeti, relativizzando l’esperienza umana come parte di un tutto fondamentalmente armonioso.

Tutto questo genera un grande senso di gioia.

La mano destra rivolta verso il cielo, la mano sinistra verso la terra, simboleggiano la connessione tra cielo e terra attraverso il cuore umano, ma anche l’unione di femminile e maschile in equilibrio in ciascuno di noi.”

La danza sufi rimanda ad un concetto di spazio. Victoria Ivanova afferma, infatti, che nella danza rotante, si lascia andare nello spazio, entra nello spazio, si affida allo spazio, diventa un tutt’uno con lo spazio. E lo stesso diventa, secondo la filosofia duende, il “primo pensiero…miglior pensiero”.

Nella danza, come nella vita, si tratta di trovare un proprio asse esercitandosi a trovare un contatto tra il dentro ed il fuori di sé.

Non si pensano cose negative quando si fa il giro sufi, si sta concentrati sul “qui ed ora”. Questa immagine del derviscio rotante, con una mano tesa verso il cielo ed una verso la terra sospesa tra divino ed umano fino a creare un ponte tra le due dimensioni, unitamente a queste suggestive immagini evocate dalle due danzatrici, mi hanno sollecitata a provare a delineare una sorta di bilancio sulla condizione femminile del XXI secolo trasferendone la metafora stessa poiché la riflessione e la ricerca del “centro femminile”, simbolico e concreto, diviene elemento portante

per la strutturazione e la crescita dell’identità femminile stessa.

La dimensione terrena della metafora sufi, espressa dalla mano sinistra rivolta verso la terra, ci riporta all’emergenza femminile in tutta la sua drammaticità: donne stuprate e scaraventate nella strada come fossero fantocci ricordando i fatti successi in India oppure donne uccise nella propria casa dai propri mariti oppure ancora donne messe in imbarazzo in pubblico e trattate come geisha a disposizione dell’uomo potente.

Non da meno preoccupante appare la condizione multitasking della donna moderna che lavora ininterrottamente nei luoghi di lavoro e poi a casa prendendosi cura della casa stessa, dei figli, del marito vedendosi sempre più allontanare i tempi della pensione e sovraccaricandosi spesso, nel contempo, di funzioni decisamente utili all’intera organizzazione sociale, di cura dei genitori anziani o dei nipoti.

La rappresentazione dei media della donna è a dir poco grottesca, spesso volgare ed umiliante ed avviene sotto gli occhi di tutti senza nessuna reazione, neanche dalla parte delle donne stesse.

Spesso sempre più donne per sentirsi tali si ostinano ad autogenerare obliterandosi la possibilità di essere altro da madri.

Le madri, a volte, non costituiscono più per le nuove generazioni un modello di identificazione per le bambine perché la società si è trasformata in termini rapidissimi e spesso gli adulti non si limitano a fare gli adulti ma semplicemente gli amici confondendo i rispettivi ruoli di genitori e figli.

Al mito di Edipo si è sostituito il mito di Narciso e la costante ricerca e smania da parte delle ragazze di conquistare visibilità rinunciando ad essere autentiche ed alimentando in questo modo il senso di inadeguatezza sociale.

Eppure, la mano sinistra aperta verso la terra è nel contempo sorgente di vita che, passando attraverso il cuore, arriva alla mano destra che connette con il divino.

Eccole qui dunque queste donne, prese dal vortice della vita frenetica ma con la mano tesa verso il cielo che esprime la capacità di far fronte a tutto perché la loro coscienza rimane immobile al centro del ciclone, come il sufi nella danza.

Al centro la coscienza delle donne osserva in silenzio e senza distrazioni il mondo esterno perché la consapevolezza delle proprie funzioni e delle proprie responsabilità è alta e non ammette cedimenti o differite.

Oggi più che mai è necessario sentirsi un’amazzone, prendere consapevolezza della propria condizione e lottare contro i pregiudizi facendo capire che lo specifico femminile rappresenta una risorsa per la società intera. Ed è per questo che è necessario lottare per la realizzazione di politiche attente alla cittadinanza di genere, attente a valorizzare le differenze di genere come risorse essenziali per il rafforza- mento dei contesti lavorativi e sociali.

La normativa costituisce sicuramente un grande passo avanti nelle pari opportunità ma penso che per renderle effettive non bastino le leggi, le regole, c’è bisogno di operare in ambito culturale facendo leva sulla comprensione e sul riconoscimento del valore della diversità di genere partendo dalla decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate del nostro contesto culturale e sociale a partire dall’infanzia. Elena Gianini Bellotti nel testo Dalla parte delle bambine studia l’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita. In questo testo emerge che le bambine vanno abituate fin da piccole a sacrificarsi in considerazione del fatto di essere già preparate da subito a questo atteggiamento sacrificale che assume il massimo della sua pienezza veicolando il significato che, si

è autenticamente donna solo se si ha accettato una condizione di inferiorità.

La teoria freudiana dell’invidia del pene viene facilmente sfatata se si pensa che in realtà l’invidia del pene deriva dal fatto che le bambine invidiano i maschi per tutti i privilegi che hanno e per il loro secondo posto all’interno della società.

Tutte queste rappresentazioni mentali dell’essere femmina e maschio vanno decisamente smontate e ricostruite alla base, consapevoli che non sarà facile e che ci vorrà tempo partendo dal fatto che è importante valorizzare la natura nella sua diversità di maschio e femmina piuttosto che colpevolizzarla o rimuoverla e lavorare nella direzione di uno sviluppo consapevole e competente della bambina.

Nel corpo della bambina c’è un tesoro e l’invito educativo è quello di non sotto- mettersi ma di parlar chiaro sul suo progetto di femminilità.

E il progetto di femminilità trova assoluta rappresentazione nella mano tesa verso l’alto del derviscio rotante quando il corpo entra in uno stato in cui non percepisce più tensione ma unicamente quiete.

“E’ come la danza dell’essere” per ricordare le parole di Jeanne de Salzmann, in cui si arriva a provare la sensazione straordinaria di esistere e soprattutto di esistere come donna.

Tutto è possibile quando si ha l’intelligenza, la creatività e quando si agisce nel nome della libertà, della tolleranza e dell’amore magari incontrandosi, uomini e donne e lasciandosi andare al ritmo vorticoso della danza sufi.

E per finire, ricordando il regista Trouffò: “le gambe delle donne sono il compasso del mondo”.

 

*Psicopedagogista del Comune di Venezia

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