Un villaggio per educare

Domande, curiosità e dubbi dal mondo dell’educazione

a cura di Alessia Todeschini

Gentile Redazione,

sono una mamma di due figli di 11 e 7 anni. La mia è una famiglia come tante e sicuramente più fortunata di molte: siamo due genitori entrambi laureati con un buon lavoro, abitiamo a Milano, abbiamo una ricca cerchia di amici con figli con cui condividiamo molti momenti di vacanza e di svago.

Proprio recentemente, durante un ritrovo in un agriturismo, parlavo con le mie amiche e ci siamo rese conto che tutte noi, chi per un motivo e chi per un altro, in questi anni ha avuto bisogno di un supporto psicopedagogico per i propri figli: chi è dovuto intervenire per una presunta diagnosi di dsa, chi aveva bisogno di un supporto logopedico, chi ha mostrato segni di insicurezza e è stato sostenuto da un percorso di psicomotricità… Mi fermo qui, ma potrei continuare. La domanda che volevo rivolgere è proprio questa. Siamo sicuramente genitori nella media attenti ai propri figli e con degli strumenti di lettura della realtà a mio parere abbastanza sofisticati. E allora come mai non ce la facciamo da soli? Siamo troppo ansiosi? Stiamo mettendo al mondo delle creature così fragili? C’è troppa “prevenzione”? Siamo troppo interventisti? Mi sembra un fenomeno sociale, la ringrazio se può orientarmi a capire cosa stia succedendo.

Risponde Sabrina Biella, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale

Cara Simona,

spesso i genitori si sentono responsabili di tutto ciò che circonda i propri figli: por- tano loro la cartella fuori da scuola per evitare che facciano fatica, li aiutano a fare i compiti per non prendere brutti voti che in alcune occasioni fanno sentire il genitore inadeguato e causa dell’insuccesso e così via. C’è chi osserva i figli, chi li sa ascoltare, chi si limita a sentirli perché troppo impegnato a rispondere alle mail a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana, a navigare sui social network e a rispondere ai mille gruppi di chat creatisi negli anni. Poi ci sono genitori che provano ad ascoltare il proprio figlio, lo osservano…magari lo vedono triste, preoccupato per un periodo, in difficoltà e il genitore lo sa, lo capisce. Sa anche che ci sono degli specialisti a cui potersi affidare ma, a volte, basterebbe fermarsi, dedicare un momento al vero ascolto dove qualsiasi distrazione non deve essere contemplata. Dire al figlio che si è preoccupati perché si è notato che potrebbe esserci qualcosa che non va e non essere giudicanti, aiuta già il bambino o il ragazzo ad esprimersi, a raccontarsi e spesso, mentre elabora il suo racconto arricchendolo di pensieri ed emozioni riesce a trovare delle strategie efficaci che lo porterebbero a star meglio. Mi viene in mente uno sportello ascolto frequentato da ragazzi dagli 11 ai 14 anni: spesso raccontano tematiche come la presa in giro dei compagni che preferiscono non riportare ai genitori per paura del loro intervento o per non dargli un dispiacere; il non essere capiti e ascoltati dal padre e dalla madre. Riportano inoltre la necessità dei familiari di avere dei figli prestanti che non ammettono nessuna fragilità e quindi ci sono bambini/ragazzi che si ritrovano a cercare di “combattere” contro se stessi. È vero anche che siamo in un’era più accorta, più pronta a rispondere a determinate esigenze e con più strumenti di un tempo. Da una parte i genitori sono più attenti rispetto al benessere dei propri figli e capaci di coglierne le difficoltà, dall’altra parte la scuola adotta una politica inclusiva che deve valere per tutti gli alunni, basato sulla comprensione del funzionamento di ciascuno di essi. Il compito di una didattica inclusiva è proprio quello di cercare di realizzare apprendimenti e partecipazione piena per tutti gli alunni tenendo conto di alcuni elementi principali: il funzionamento umano differente, l’equità e l’efficacia tecnica e la piena partecipazione sociale. Proprio dalla scuola arrivano altri invii a specialisti dopo un confronto con i genitori.

Le diagnosi si moltiplicano, tutti hanno “un’etichetta”. L’incremento esponenziale di alunni certificati è aumentato in un decennio del 40 %, di conseguenza aumentano anche i costi per i Comuni che intervengono per dare un aiuto ai ragazzi. Potremmo domandarci perché negli altri Stati non succeda la stessa cosa e se siano tutte corrette le diagnosi.

Negli ultimi anni genitori e insegnanti hanno dovuto imparare nuovi vocaboli me- dici: DSA (disturbi dell’apprendimento), etichetta che si riferisce nello specifico a dislessia, disortografia, discalculia e disgrafia, ADHD (deficit di attenzione/iperattività), DOP (disturbo oppositivo provocatorio), ASD (disturbi dello spettro autistico) quali Autismo, Asperger, Disturbo disintegrativo dell’infanzia e Disturbo generalizzato (pervasivo) dello sviluppo non altrimenti specificato.

Da qui genitori ed insegnanti delegano ad esperti: neuropsichiatri, psicoterapeuti, psicologi, logopedisti, psicomotricisti. Si affidano per il benessere del figlio ma, in molti casi, bisognerebbe fermarsi e ricordarsi che i genitori sono in primis gli educatori dei propri figli e che hanno sviluppato una conoscenza del figlio che gli altri non hanno. Hanno sperimentato strategie che funzionano o meno con il figlio adattando il proprio modo di essere educatore e mantenendo il controllo sulle proprie emozioni. Delegare agli altri spesso deresponsabilizza il genitore. Prima di affidarsi all’esperto è importante essere consapevoli che non esiste sempre la risposta giusta ad ogni situazione ma attingere alla propria esperienza di madre o padre è un grande aiuto. Si può indagare la propria gestione educativa familiare e unire il tutto all’ascolto efficace, non giudicante ed empatico del proprio figlio. I genitori possono inoltre partecipare a serate tematiche dirette da esperti che, in molti casi, permettono di confrontarsi con altri genitori che vivono la medesima situazione oppure possono ricorrere ad esperti per poter vedere la situazione da un altro punto di vista per un aiuto nella gestione della difficoltà e poi, nel caso, valutare o meno una presa in carico.

 

 

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