FotoColloqui

L’idea che portiamo riguarda nello specifico l’avvio del dialogo tra operatore e interlocutore/i e la presentazione di sé o di altri da parte di chi entra in una situazione istituzionale che prevede il colloquio come forma di conoscenza e di passaggio privilegiato di informazioni necessarie ed utili allo sviluppo dei rap- porti tra professionisti e fruitori dei servizi offerti.

Manuela Cecotti* Andrea Cellini**

Introduzione

Sia in campo educativo che in campo sociale i colloqui hanno un’importanza fondamentale, soprattutto nella fase di costruzione della relazione tra i professioni- sti dei servizi ed i loro interlocutori.

Le fotografie sono un artefatto culturale che è stato inventato intorno alla metà dell’‘800 con lo scopo di rappresentare la realtà e oggi costituiscono uno strumento di comunicazione ampiamente diffuso. Se da un lato è facile ed apparentemente banale realizzare delle immagini fotografiche, da un altro lato esse non sempre vengono considerate per le loro profonde potenzialità in quanto strumenti di comunicazione molto particolari e decisamente unici.

Sappiamo che nell’ambito di ogni colloquio ha luogo uno scambio comunicativo cruciale, in base alla nostra esperienza pensiamo che tale scambio possa esse- re efficacemente supportato dalle immagini. La “turbolenza emotiva” che si crea nell’incontro fra operatore e utente, di cui parla Bion, può, a nostro avviso, essere efficacemente incanalata con il supporto delle fotografie. Inoltre, la richiesta di portare delle foto di sè riteniamo possa migliorare da subito il senso di accoglienza percepito dalla persona che si reca presso i servizi.

In questa sede vorremmo proporre una visione metodologica convergente per quanto riguarda l’utilizzo di questi materiali nel corso dei colloqui in ambito educativo e sociale, ferme restando le specificità che ciascun campo di applicazione e, all’interno di esso ciascun professionista, intende percorrere.

Il colloquio come strumento dalle molte funzioni

Il colloquio costituisce lo strumento di lavoro più importante e diffuso per nume- rosi operatori. La partecipazione ed il profondo coinvolgimento dell’interlocutore sono elementi importanti per favorire lo sviluppo del dialogo, in modo che il tempo dedicato possa essere il più possibile rispondente agli interessi di entrambe le parti.

Quando si esplora il mondo personale, infatti, si ha come obiettivo generale la riuscita di un incontro tra due persone che possano giovarsi entrambe di ciò che nell’ambito dell’incontro accade.

Spesso le modalità di gestione dei colloqui, pur con le dovute specifiche di ciascun ambito professionale, si risolvono in due principali forme:

  • strutturata: diretta a conoscere determinati aspetti passati e presenti dell’esistenza del soggetto raccogliendo una serie di informazioni predisposta a priori;
  • non strutturata: diretta allo scopo di avere un riscontro e confronto interpersonale con l’interlocutore lasciando scorrere liberamente contenuti e forma della

Che ci si occupi dei dinamismi interni soggettivi, di dinamiche intersoggettive, di credenze personali o di fatti oggettivi, le emozioni e i vissuti della persona di- ventano aspetti basilari nella comprensione delle situazioni concrete e attuali che si presentano all’operatore (Zini, Miodini, 1997).

Quando il colloquio è centrato maggiormente sulla relazione che si sta instaurando all’interno del rapporto conoscitivo saranno raccolte informazioni, mentre verrà considerata informativa anche la relazione fra operatore e utente.

L’obiettivo generale di ogni professionista consiste nel favorire lo sviluppo del colloquio in modo che questo segua gli interessi dell’interlocutore, cercando di minimizzare la standardizzazione e rendere massima l’individualizzazione del contenuto, affinché abbia luogo un’interazione autentica e un equilibrato coinvolgimento emotivo.

Metodologie che utilizzano le immagini fotografiche

In letteratura troviamo tra gli altri due importanti filoni di ricerca e sperimenta- zione che spiccano per la prolificità di idee e spunti operativi.

Un primo approccio è stato sviluppato in Francia negli anni Sessanta, ad opera di Bélisle (2014) e successivamente da Vacheret (2000), ed è denominato Photolangage. Si tratta di una metodologia che utilizza dei dossier fotografici predisposti e pubblicati. Sia il temine che le fotografie d’autore sono protetti da copyright ed è previsto un training specifico per la formazione dei professionisti.

Il metodo prevede la presentazione di raccolte tematiche all’interno di piccoli gruppi educativi, di animazione, di formazione o di terapia, che hanno come compito generale il raccontarsi con il supporto delle immagini. Parlare di sé, dunque, selezionando una o più foto dal dossier proposto ed esplicitando i motivi delle proprie scelte e delle assonanze emotive e associative con le immagini.

Un secondo filone di applicazione risale agli anni Settanta quando, in Canada, Weiser ha coniato il termine “FotoTerapia” (1999), intendendo con esso un insieme di tecniche flessibili che diventano strumenti di supporto a differenti approcci psicoterapeutici. In questo caso le fotografie sono prevalentemente di proprietà del terapeuta o di chi viene coinvolto nell’intervento. L’attività di lettura, produzione e commento delle immagini può essere sia gruppale che individuale. La fotografia si configura come mediatrice di un processo di conoscenza molto variegato. Esso comprende tanto la memoria, quanto la prospettiva attuale della persona, all’interno di significati simbolici profondi veicolati dalle fotografie, che vengono prese in esame, analizzate, interpretate, animate, abbinate tra loro. Tramite le foto, ciascuno può far emergere elementi della propria storia e del proprio pensiero, fino ad esprimere immaginari non ancora esplicitati e, così, ampliare, conoscere e proiettare in avanti il proprio presente.

Quando le immagini vengono proposte al di fuori del contesto specifico e for- male della terapia, la funzione benefica può venire mantenuta grazie al fatto che la fotografia ed il fotografare permettono di rendere rappresentabili le emozioni, di espandere l’immaginazione, di mediare il contatto tra mondo esterno e mondo interno e di sostenere la concentrazione ed il pensiero.

Il modello proposto

Il setting che qui proponiamo ed intorno al quale stiamo attualmente raccogliendo una casistica interessante per l’uso professionale, consiste di uno schema di minima, che riguarda nello specifico i primi colloqui. Rimane in ogni caso di fondamentale importanza la sensibilità dell’operatore per quanto riguarda il “come” e “quando” richiedere le immagini. Tale modello potrà inoltre svilupparsi seguendo le linee già tracciate dalle metodologie esistenti, alle quali ogni professionista farà riferimento in base alle proprie necessità ed alla propria linea di pensiero e di formazione.

L’idea che portiamo riguarda nello specifico l’avvio del dialogo tra operatore e interlocutore/i e la presentazione di sé o di altri (per es. il figlio o la famiglia) da parte di chi entra, spesso per la prima volta, in una situazione istituzionale che pre- vede il colloquio come forma di conoscenza e di passaggio privilegiato di informa- zioni necessarie ed utili allo sviluppo dei rapporti tra professionisti dell’istituzione e fruitori dei servizi offerti.

Si propone una sequenza minima di due incontri.

Il tempo previsto per un colloquio può variare da 30 a 60 minuti per ciascun colloquio (a seconda delle esigenze e del servizio).

Per il primo incontro si invita la persona a portare 3 fotografie stampate su carta, senza specificare che tipo di immagini, ma indicando chiaramente lo scopo del colloquio.

Per il secondo colloquio si propone alla persona di portare una quarta fotografia, sempre stampata, ancora una volta senza richiedere una specifica immagine, ma dichiarando lo scopo che essa assume all’interno della narrazione che sta prendendo forma.

Le formulazioni della prima consegna potrebbero essere del tipo:

“Porti tre fotografie stampate su carta per presentarsi/presentare la sua storia/ il bam- bino/ la vostra famiglia”.

Esiste la possibilità che la persona non voglia portare le immagini, bisognerà in questo caso interpretare la negazione cercando di fare chiarezza sui nessi causali, poiché anche il silenzio é comunicazione.

Per quanto riguarda la consegna del secondo incontro, in linea di massima l’in- tento sarà quello di “completare” la sequenza con un’immagine scelta e percepita in quanto “mancante” o “utile” per il proseguimento del dialogo.

Spesso la prima selezione effettuata riguarda un preciso punto di vista, un certo tipo di immagini, una forte presenza di attori, cosicché, dopo essersi presentati ed aver parlato con il supporto delle immagini scelte, la quarta foto si potrà configurare come ampliamento e complemento.

Si può trattare di un’estensione del campo visivo nell’ipotesi non fossero stati presentati elementi di contesto (ad esempio dopo una serie di 3 fototessere), o un ampliamento del campo relazionale, nel caso non ci fossero persone (ad esempio dopo una serie di 3 oggetti), o ancora un cambio di personaggi qualora non figurasse mai la persona interessata (ad esempio dopo una serie di foto di altri).

Le formulazioni per la consegna relativa al secondo incontro potrebbero essere del tipo:

“Porti ora una quarta foto per rendere la presentazione (sua/del bambino/della fami- glia) più completa … che cosa potrebbe aggiungere”?

È spesso possibile che quest’esigenza emerga spontaneamente già nel corso del primo colloquio, l’importante è che la foto sia una sola, dunque che essa si possa considerare come un’integrazione della raccolta di tre già presentata, e non una “sostituzione” della prima raccolta.

Come proseguire una volta arrivati al secondo incontro?

Al momento lasciamo aperte tutte le strade possibili, in quanto in molti casi il secondo colloquio rappresenta già l’ultimo passaggio di una relazione di aiuto. Per chi avesse la possibilità di proseguire, rimandiamo al momento alle numerose metodologie esistenti e ai diversi contesti operativi.

Che cosa osservare in merito al contenuto dei colloqui realizzati con l’utilizzo delle fotografie come qui proposto?

I primi elementi a cui porre attenzione saranno:

  • la coerenza tra immagini e racconto;
  • la completezza della storia;
  • la rappresentatività delle immagini (attraverso la rappresentazione di chi rac- conta, non necessariamente in base alla lettura dell’operatore);
  • chi compare e chi scompare;
  • le costanti e le variabili nella sequenza

Perché le fotografie devono essere stampate

Specifichiamo di seguito i motivi che giustificano la richiesta di portare poche fotografie stampate su carta e non, per esempio, una quantità indefinita di immagini raccolte su supporti elettronici.

Vengono richieste poche fotografie in quanto la selezione è parte integrante del processo di narrazione.

È importante che le immagini siano stampate poiché così:

  • attivano la partecipazione obbligando di fatto le persone ad arrivare al colloquio avendo già elaborato pensieri propri in merito al senso da dare all’incontro (tale senso viene fortemente riverberato dalle immagini scelte);
  • Sono agganci concreti alla realtà vissuta;
  • indirizzano l’utente ad un percorso di scoperta del sé e della propria rappresentazione;
  • integrano la documentazione relativa all’utente;
  • favoriscono una riflessione successiva ai colloqui da parte dell’operatore;
  • favoriscono la costruzione di una casistica (non da codificare per stigmatizzare le persone), che potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione all’interno del servizio e delle comunità di educatori e assistenti sociali;
  • concorrono ad arricchire e contestualizzare gli obiettivi conoscitivi, rafforzando il rapporto di aiuto in generale, il raggiungimento di obiettivi intermedi e il superamento di passaggi particolarmente delicati attraverso il rimando mirato a elementi documentati;
  • permettono di ricordare
  • mediano la comunicazione tra gli interlocutori passando fisicamente da una mano all’altra, cambiando ordine, venendo giustapposte, considerate per somiglianza e differenza, vicinanza e

Nel passaggio dall’immagine concreta alla lettura soggettiva si può cogliere il co- dice di lettura, la mappa di significati che l’interlocutore utilizza leggendo sé stesso e la propria situazione.

Si possono facilmente individuare i nodi che connotano i momenti di fragilità o i cali motivazionali, come pure le risorse e le possibilità di rilettura utilizzando codici e mappe di senso diverso e più funzionali.

Alcune possibilità in ambito sociale

Nello svolgimento del colloquio l’operatore sociale ha il compito di comprendere il tipo di domanda sottopostagli dall’interlocutore e dedurne i bisogni sottostanti, cercando di comprendere empaticamente lo stato di disagio ed il grado di soffe- renza percepito dall’utente. Inoltre, capire come la persona rappresenta sé stessa ed all’interno del proprio contesto familiare e/o sociale è un punto fondamentale della ricognizione funzionale alla presa in carico sociale.

Il supporto fotografico può venire in aiuto dell’operatore, il quale, attraverso l’attenta osservazione (comunicazione non verbale, atteggiamenti etc.), si costruisce un’idea dell’identità dell’interlocutore all’interno del suo contesto familiare e/o sociale attraverso le sue narrazioni ed in relazione alle immagini.

A seconda dello scopo possiamo distinguere i colloqui in ambito sociale in tre tipologie:

  • informazione o indagine sociale: è praticamente una raccolta selettiva di materiale biografico collegato al funzionamento sociale, che mette in grado il professioni- sta di capire l’utente in relazione alla situazione provocata dal problema La conoscenza dell’interlocutore e della sua situazione è requisito indispensabile per un cambiamento efficace. Le informazioni cercate dall’assistente sociale comprendono sia fatti oggettivi che sentimenti soggettivi ed atteggiamenti.
  • diagnostico: è indirizzato verso la valutazione e la determinazione di idoneità per un servizio (ad affidamento/adozione).
  • terapeutico: consiste nel cambiamento dell’utente, della sua situazione sociale o di entrambe. Questi colloqui non vengono effettuati dagli assistenti sociali e richiedono l’ingresso di altri

L’operatore metterà in campo un alto livello di interesse per stabilire e mantenere un rapporto positivo con l’interlocutore, manifestando attenzione per i bisogni dell’utente, dando prova di essere capace di ascoltare ed essere disponibile all’aiuto, comunicando un interesse autentico (Kandushin, 1980).

Alcune possibilità in ambito educativo

Considerando le fotografie strumenti di comunicazione non verbale, capaci di avviare processi associativi e ideativi, possiamo proporle come strumenti di media- zione per la costruzione di relazioni anche all’interno dei servizi educativi come i nidi d’infanzia.

Prendiamo in esame la possibilità di gestire in modo interattivo gli incontri con i genitori, sia per ragionare con loro in merito a temi di interesse educativo generale sia per offrire una documentazione capace di coinvolgerli, interessarli e renderli interlocutori privilegiati all’interno del servizio.

Le idee di bambino e di infanzia che essi hanno in mente possono essere utilmente esplicitate e negoziate in sede di primo colloquio tramite le foto, al fine di costruire una relazione tra adulti che sostenga armoniosamente la relazione col bambino (Cecotti, 2016).

Nei casi in cui questa formula è stata sperimentata, il dialogo ha preso forma con facilità. I ricordi, le osservazioni e le narrazioni emersi si sono rivelati preziosi con- tributi all’incontro e hanno permesso agli educatori di conoscere in modo diretto la storia del bambino e della sua famiglia. Si tratta di una prospettiva che lascia aperte molte porte allo scambio e che non vincola i genitori al gergo educativo, ma che permette di partire dalla loro realtà e prospettiva. Le immagini fotografiche consentono anche a chi è meno esperto linguisticamente o straniero di offrire un proprio punto di vista, tanto più autentico quanto più la foto è scelta e descritta come una parte di sé, che entra in contatto e in una dinamica di scambio con chi si prenderà cura del figlio. Anche per gli educatori si tratta di una modalità di accoglienza che mette a proprio agio, fluida, adattabile, spesso piacevole. A volte non serve dire nulla e rimanere in ascolto della presentazione del bambino attraverso le immagini, altre volte basta chiedere di descrivere la prima foto o domandare il motivo per cui sono state scelte proprio quelle immagini per presentarsi. Progressivamente si potranno mostrare ed al contempo osservare insieme i dettagli e trovare dei nessi all’interno della piccola raccolta.

Sarà possibile anche trovare la giusta distanza ed il ritmo adatto a ciascuno, per poter far sì che dall’incontro nascano quel senso di fiducia e di alleanza educativa, capaci di rendere agevole e armonioso l’ingresso del bambino nel servizio. Successivamente all’incontro, le foto potranno diventare un piccolo libro (si possono plastificare oppure inserire nei contenitori a fogli trasparenti), che il bambino terrà con sé al nido e amplierà nel corso dell’anno.

Riflessioni conclusive

Il gioco dei rimandi che le foto mettono in moto fa sì che i momenti immortalati nelle immagini prendano voce ed assumano significato nello spazio/tempo dedicato all’incontro. La narrazione della storia della persona si appoggia ai particolari che si possono cogliere nelle foto e che tutti hanno davanti agli occhi. Nel collegare le foto tra loro emergono nessi e aspettative, commenti e domande specifici del “qui e ora” del colloquio stesso.

Si capisce bene adesso come ogni foto possa essere pensata come una storia: l’immagine contiene il racconto e la descrizione sia degli elementi concreti sia degli aspetti simbolici, con le catene di associazioni, di ricordi e di altre immagini.

Un’immagine è di fatto capace di comunicare più delle parole, essa può sintetizzare al proprio interno aspetti cruciali della storia di una persona.

L’assunto da cui siamo partiti si rifà agli aspetti comunicativi che appartengono tanto al linguaggio verbale del colloquio quanto a quello non verbale delle immagini, presupponendo che l’uno possa implementare l’altro.

La raccolta di storie fotografiche composte da quattro foto in tutto costituirà protocolli analizzabili e confrontabili tra loro, di cui i diversi professionisti potranno giovarsi nel proseguimento di specifici e diversi percorsi di presa in carico.

*Psicologa e pedagogista

** Assistente sociale

 

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