Donne in carcere: se la privazione diventa una possibilità di ricercare il proprio sé

La detenzione sembra, pertanto, assumere per le donne una valenza completamente differente: immediatamente, appare palpabile il carico di dolore che la caratterizza e il contenuto emotivo che viene fortemente associato alle relazioni e ai legami affettivi

Alessia Valentini*

Inoltrarsi in un riflessione che abbia per tema la condizione delle donne detenute significa, inevitabilmente, confrontarsi con una serie di premesse e di dati di osservazione. In primis, pur all’interno di complesse e diversificate teorie che hanno cercato di interpretare la devianza femminile1, occorre empiricamente rilevare come, spesso, i fatti reato per i quali le donne scontano la pena restrittiva si siano configurati anche attraverso la presenza o l’influenza di figure maschili, sovente affettivamente significative2. Occorre poi evidenziare come le donne private della libertà personale e ristrette all’interno di un carcere in forza di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria3 si collochino all’interno di un universo numerico occupato in via quasi esclusiva dell’altro sesso, finendo per rappresentare una quota minorita- ria all’interno di una complessiva popolazione di uomini detenuti4.

Infine, in maniera consequenziale e in coerenza con la rappresentatività dei numeri, le donne vivono la loro condizione detentiva all’interno di strutture che riproducono e sostengono tale rap- porto di superiorità numerica, all’interno di sezioni femminili che sono organizzate come mera appendice del carcere maschile, quello strictu sensu5.

Non stupisce, pertanto, il fatto che anche la riflessione che ha per tema le detenzione delle donne corra, di sovente, l’intrinseco rischio di essere ricavata

per sottrazione, come risultato residuale di una trattazione al maschile che si impone quale scenario dominante. Anche i lavori monografici che rappresentano un punto di riferimento nella letteratura sul carcere, affrontano talvolta la tratta- zione della detenzione femminile in maniera collaterale6. Frequentemente, inoltre, l’attenzione viene diretta prevalentemente sulla carcerazione di quelle donne che sono recluse all’interno degli istituiti di pena insieme ai loro figli7. In quest’ottica, le specificità della detenzione femminile vengono considerate non in quanto peculiarità del genere ma come necessità di tutelare il rapporto genitoriale e garantire il rispetto del diritto dei figli minori. Se da un lato si comprende e si condividere la necessità di porre l’attenzione su un tipo di condizione detentiva estremamente dolorosa, ovvero quella che porta i figli a partecipare alle condizioni restrittive delle proprie madri, dall’altro occorre rilevare come si corra il rischio di restringere an- cora di più il campo di osservazione e di limitare la rappresentazione della donna ad una specifica, quanto non esclusiva con- dizione: quella genitoriale. Effettivamente, anche la normativa relativa alla possibilità di accesso ai benefici riguarda specificatamente le donne nel loro ruolo di madri, per tutelare funzione genito- riale, e la possibilità per la diade madre-figlio di vi- vere il rapporto in modo costante..

L’approssimarsi al tema fa emergere, pertanto,- specifiche riflessioni che sembrano non poter prescindere da rapporti di divario, squilibrio, di- pendenza che connotano la condizione detentiva femminile. “Nel mondo penitenziario, sono andati diffondendosi linguaggi e codici valoriali riferibili essenzialmente agli uomini, basati su meccanismi di dominio e su modalità relazionali fondate sul potere e sulla forza. Ciò ha determinato un’oggettiva difficoltà nel riconoscere ed accogliere la complessità del “femminile” inteso non sono come differenza di sesso ma anche come diversità di sistemi simbolici e valoriali”8

L’ingresso in carcere di una donna sembra, pertanto, destinato a portare con sé e, in alcuni casi a riprodurre9, situazioni di limitazione, di deprivazione10 di perdita, che paiono sommarsi a quelle inevitabilmente già connesse all’attuazione del provvedimento giudiziario restrittivo della libertà personale. La detenzione sembra, pertanto, assumere per le donne una valenza completamente differente: immediatamente, appare palpabile il carico di dolore che la caratterizza e il contenuto emotivo che viene fortemente associato alle relazioni e ai legami affettivi.

La lontananza dagli affetti, spesso dai figli o dai compagni, la maternità inter- rotta e gestita a distanza, rappresentano i fattori di maggior sofferenza e condizionamento perché pongono le donne in una condizione di privazione rispetto ad aspetto che sembra connotare for- temente la loro esistenza. Le modalità affettive ed emotive vengono allora giocate, esercitate, sofferte all’interno dei rapporti relazionali che si strutturano nel carcere.

Sovente, le limitazioni a cui le donne detenute si vedono costrette incidono in maniera destrutturante sull’identità delle stesse, probabilmente perché comportano l’impossibilità di vivere ruoli ascritti al genere femminile e sistematicamente esercitati.

Per tali ragioni la cura e l’abbellimento della propria cella, la possibilità di tenere con sé oggetti simbolicamente rappresentativi della femminilità (scarpe con i tacchi, gioielli) o dell’affettività (le foto dei cari, gli oggetti dei figli) rap- presentano modalità di preservazione della propria identità costitutiva e assumono quasi una valenza di resistenza e di opposizione a processi di spersonalizzazione.

Talvolta, connotazioni quali quelle di moglie, compagna, madre, nonna, tendono ad esaurire completamente la

dimensione identitaria della donna e, nella condizione di restrizione detentiva, mostrano il tratto condizionante durante quelle situazioni che offrono la possibilità di “interpretare un parte” (Goffman, E. 1969). Lo scenario che si palesa può ricordare la visione una vera e propria rappresentazione nella quale i protagonisti orchestrano i loro gesti seguendo un copione su un palcoscenico. Accade così che, in occasione di colloqui con l’esterno, la preparazione del cibo per i propri familiari o la cura meticolosa dell’abbigliamento da indossare e del trucco assumano una valenza nell’interazione di tipo espressivo-simbolica (Blumer, 1962), come se l’osservanza di certe ritualità permettesse di vedere garantito un ruolo che identifica la persona e permette allo stesso tempo assicurare il contatto solido con l’esterno, in una transizione tra il dentro e il fuori che si pone a garanzia del mantenimento identitario. Si tratta di strategie difensive poste in essere per fare fronte ad una condizione dolorosa che incide in maniera destabilizzante su personalità già spesso portatrici di proprie fragilità.

La sfida, allora, può essere rappresentata dalla capacità di orientare, anche attraverso l’azione educativa, la riflessione verso scenari alternativi che possano supportare e facilitare un nuova dimensione del proprio sé. In quest’or- dine, occorre valutare se le categorie della privazione e della limitazione possano contenere al loro interno una opposta polarità e offrire l’occasione per un cambiamento identitario. La donna detenuta mostra una propria fragilità nella costruzione della propria identità personale e di genere e forse in questo specifico ambito potrebbe ben giovare di percorsi di accompagnamento. In questo scenario obbligato, la donna può essere supportata in un percorso di riconoscimento del proprio sé e della propria persona attraverso risorse trattamentali che siano in grado di intercettare le caratteristiche e i bisogni delle donne a cui sono dirette e che perse- guano obiettivi di accompagnamento, emancipazione, indipendenza.

Potrebbero essere, pertanto, pensate attività in cui coinvolgere le donne che aiutino ad alimentare il confronto, il rispecchiamento, la riflessione sui propri agiti e che favoriscano percorsi di crescita in grado di supportare le donne nel riconoscimento di se stesse e nell’espressione di una propria progettualità. Ne può seguire, pertanto, da parte di alcune, una nuova consapevolezza delle proprie capacità che può contribuire a trasformare il tempo della detenzione in spazio di valutazione e di azione. Si tratta di affinare la sensibilità per comprendere se è possibile offrire percorsi e spazi di riflessione che permettano alla donna detenuta di sperimentare e ricostruire la propria identità in un’ottica che non sia esclusivamente costruita per via relazionale. Così interpretata, la carcerazione potrebbe configurarsi come una esperienza apicale, in grado di supportare una transizione verso un ruolo sociale che le donne, spesso, faticano a sperimentare: quello in cui riescono ad esprimere compiutamente loro stesse.

 

Bibliografia e sitografia

Blumer, H., Symbolic interactionism: per- spective and method, Englewood Cliffs, N.J., 1969

De Vito, C. G, Camosci e Girachia- vi,2009, Storia del carcere in Italia, Editori Laterza.

Circolare GDAP-0308268-2008, Re- golamento interno per gli istituti e le sezioni femminili.

Dipartimento dell’Amministrazione Pe- nitenziaria – Ufficio del Capo del Di- partimento – Sezione Statistica.

Fadda, M.L., 2012, Differenza di genere e criminalità. Alcuni cenni in ordine ad un ap- proccio storico, sociologico e criminologico, Pe- nale Contemporaneo, https://www. penalecontemporaneo.it/d/1717-dif- ferenza-di-genere-e-criminalita-al- cuni-cenni-in-ordine-ad-un-approc- cio-storico-sociologico-e-cri, Consul- tato in data 24.03.2019

La detenzione al femminile. Ricerca sulla condizione detentiva delle don- ne nelle carceri di Piacenza, Modena, Bologna e Forlì promossa dall’ufficio della Garante e realizzata dall’Asso- ciazione di volontariato “Con…tatto”, Dicembre 2010; http://www.ristretti. it/commenti/2015/dicembre/pdf5/ ricerca_web.pdf, Consultato in data 24.03.2019

Merton R.K., Kitt A.S., 1950, Con- tributions to the theory of reference group behaviour. In R.K. Merton,

P.F. Lazarsfeld (a cura di). Continu- ities in Social Research. New York: Free Press

Merton R.K., 1957, Social theory and social structure. New York: The Free Press, tr.it. Teoria e struttura sociale. 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1959.

Goffman, E., The presentation of self in everyday life, 1959, trad. it., La vita quotidiana come rappresentazione, 19862

 

* Laureata in sociologia e dottore di ricerca in Metodologia delle Scienze Sociali. Lavora presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – II Casa di Reclusione di Mi- lano Bollate in qualità di Funzionario Giuri- dico pedagogico. La propria attività lavorativa si concentra presso il reparto femminile e presso l’Unità di Trattamento Intensificato per autori

di reato sessuale.

Note:

1 Per una interessante ed accurata ricostruzione storica e sociologica riguardante la criminalità e la devianza femminile si veda Fadda, L., 2012.

2 Le donne ammettono di aver commesso i fatti ma riferiscono di esservi state costrette, non completamente consapevoli, tradite dai compagni, all’oscuro di quello che stava succedendo:“Spesso le donne sono condannate per atti legati alla carriera criminale del compagno, per “reati per bisogno” ovvero furti legati a problematiche di dipendenza. La donna si trova a fare il corriere della droga perché costretta, convinta da famiglia o dalla condi- zione culturale” cfr La detenzione al femminile. Ricerca sulla condizione detentiva delle donne nelle carceri di Piacenza, Modena, Bologna e Forlì promossa dall’ufficio della Garante e realizzata dall’associazione di volontariato “Con…tatto”,Dicembre 2010, pg 62.

3 Non casualmente si vuole evidenziare come la categoria della privazione della libertà o, come vedremo nel corso del presente scritto, della privazione in generale, nella cronaca e nella letteratura di riferimento connoti spesso la riflessione sulla condizione della donna, come se si trattasse di una categoria che, seppur in chiave negativa, si lega inevitabilmente alla riflessione sul

4 Al 28 Febbraio 2019, i detenuti uomini risultavano essere 57.725 mentre le donne 623 (Fonte: Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ufficio del Capo del Dipartimento – Sezione Statistica). Le donne rappresentano, normalmente, il 5% di tutta la popolazione detenuta. Esula da questo lavoro una riflessione, che può ben apparire centrata, riguardante la presenza all’interno degli Istituti penitenziari di persone che esprimono una identità di genere che non coincide con quella del loro sesso biologico.

5 A tal proposito, nel 2008 il DAP emana la Circolare GDAP-0308268-2008, Regolamento interno per gli istituti e le sezioni femminili nella quale viene riscontrata “un’evidente difficoltà del sistema a elaborare accorgimenti organizzativi e offerte riabilitative idonei a cogliere e valorizzare la specificità della popolazione detenuta femminile e si afferma la necessità di un regolamento specificatamente pensato per le sezioni femminili che miri a colmare una grave lacuna dell’organizzazione penitenziaria e favorisca l’introduzione su tutto il territorio nazionale, pur con gli adattamenti necessari a ciascuna realtà locale, di una regolamentazione specifica che tenga conto delle peculiarità dell’esecuzione penale riguardante il genere femminile”.

6 Cfr De Vito, G., introduzione, pg XXXVIII :”qui la narrazione è concentrata principalmente sulle vicende dei detenuti uomini nelle carceri per adulti e benché non manchino riferimenti alle donne e ai minorenni non è ad essi che si rivolge in primo luogo l’attenzione”.

7 nChe al 28 Febbraio 2019 risultavano essere Fonte: Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria – Ufficio del Capo del Dipartimento – Sezione Statistica.

8 Circolare GDAP-0308268-2008, “Regolamento interno per gli istituti e le sezioni femminili”.

9 Meriterebbe una trattazione a parte il traumatico vissuto di violenza e vessazione che accumuna la narrazione di molte donne

10 Il meccanismo di confronto con le condizioni detentive della popolazione maschile può, inoltre, attivare specificatamente percezioni di deprivazione In relazione alla teoria, a titolo meramente esemplificativo, si veda Merton R.K., Kitt, A.S., 1950; Merton R.K, 1957.

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