L’ identità dei luoghi. Per un’educazione interculturale e antirazzista

Mariangela Giusti

L’identità dei luoghi.

Per un’educazione interculturale e antirazzista llustrazioni di

Barbara Bergamaschi

Tab edizioni, 2020

pp. 168, € 24,70

 

Suscita particolari sensazioni, sul finire di questo insolito 2020, un testo che ci accompagna attraverso paesaggi urbani, mercati, giardini, ville e parchi alla scoperta di un pensiero interculturale e antirazzista che da quegli stessi luoghi nasca e si alimenti.

Mentre appare evidente come notizie riportanti episodi a sfondo razziale occupino ancora le pagine dei giornali e

come, purtroppo, riguardino anche i più giovani, il mondo intero, si è trovato di fronte all’epidemia di Covid-19 e alle misure di sicurezza che tutti noi conosciamo: i lockdown, la distanza interpersonale, le pratiche di igienizzazione, le mascherine sono diventati ormai parte del nostro quotidiano.

Per un periodo ci è stato impossibile frequentare proprio quei luoghi di incontro e di meticciamento che il testo vivifica e individua come potenti antidoti alla paura dell’Altro. In questo preciso momento, è sufficiente uscire di casa e fare un minimo di vita sociale per comprendere come il “ritorno alla normalità e alla socialità” non sia poi così immediato: l’Altro deve essere distanziato, termo-scansionato, separato da schermi di plexiglass, coperto da mascherine e costantemente igienizzato. Pur nella loro utilità, queste misure preventive non contribuiscono, in senso simbolico quanto reale, alla “vicinanza” tra le persone. Straordinariamente attuale, dunque, un libro che, a partire dalla riscoperta dei luoghi, conduce i lettori all’incontro e al rispetto di chi arriva da altrove.

L’identità dei luoghi diventa, per così dire, una sorta di rete che connette le persone agli ambienti, naturali e sociali, nei quali sono nate o nei quali si trovano a vivere. E, in questo tessuto connettivo, entrano a fare parte anche le persone che arrivano da altrove e che al territorio possono affezionarsi esattamente come chi vi è nato. Anzi, grazie all’incontro e al meticciamento vi è una modificazione e un arricchimento sia degli uomini che dell’ambiente.

Un testo che possiamo immaginare nel- le mani di docenti, educatori, esperti di processi educativi, ma anche di genitori, istruttori sportivi o di chiunque si trovi a lavorare insieme a bambini e ragazzi ma anche ai loro (e nostri) immancabili smartphone sempre connessi. E così l’autrice ci chiede uno sforzo importante: distogliere, almeno per un po’, l’attenzione dal virtuale per riportare lo sguardo sul mondo. Occorre, quindi, cercare un “bilanciamento educativo fra il virtuale e il reale; come si possa indirizzare di nuovo l’attenzione dei ragazzi anche verso la realtà delle città dove vivono e distoglierla almeno per un po’ da quella delle città virtuali nelle quali sono immersi” (pag. 21)

La strada privilegiata, seguendo il libro, è da ricercare nella pedagogia narrativa. E, in effetti, di storie narrate è densamente popolato il libro. Le voci di chi ha partecipato alla ricerca si alternano all’analisi dell’autrice in un caleidoscopico componimento di realtà osservate con sguardo non giudicante e non invasivo.

Passando attraverso le osservazioni sul campo, le interviste, le immagini per arrivare fino all’applicazione didattica offerta dalle schede conclusive siamo spinti a vivere un percorso di formazione analogo a quello dei partecipanti alla ricerca-formazione. Obiettivo dichiarato del testo è, infatti, quello di diventare strumento formativo per chi ha svolto la ricerca ma anche, in virtù della trasferibilità degli apprendimenti, per chi legge.

Affinchè si realizzi questo incontro tra storie identitarie differenti occorre però un ingrediente essenziale: rallentare il passo e osservare quanto ci circonda.

Solo così potremo scostare il velo della superficialità e accorgerci dei residenti stranieri già presenti nei luoghi che ogni giorno attraversiamo. Per dirla con le parole di una ricercatrice, “Io non mi ero accorta delle loro presenze. Ma quando sono arrivati? E io dov’ero per essere stata così indifferente a tutto questo movimento di persone?” (pag. 22). Solo rallentando e ponendo attenzione alla realtà che ci circonda possiamo renderci conto che il nostro paese si trova, per storia, posizione e tradizione, nel grande crocevia europeo, luogo di passaggio e di incontro di culture. Ecco allora che l’educatore, l’insegnante ritro- vano parole note come consapevolezza, rallentamento del passo e dello sguardo, non giudizio, accoglienza, attenzione educativa e didattica, mentre diventiamo sempre più “consapevoli del fatto che l’indifferenza si può trasformare facilmente in conflitto e il conflitto in razzismo” (pag 74) e che, pertanto, la sfida all’intolleranza si gioca a partire dall’attenzione e dal rispetto per i luoghi e per le persone che ogni giorno incontriamo.

 

Gianluca Salvati

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