Cronache resistenti da un futuro incerto

“Qualunque cosa tragga più vantaggi che svantaggi dagli eventi casuali (o da alcuni shock) è antifragile; in caso contrario, è fragile.”

(Nassim Nicholas Taleb)

Dafne Guida*

E’ stato un attimo, è stato durante la merenda del venerdì pomeriggio. Con Mara si chiacchierava dei programmi del week end, si raccoglievano le ultime suggestioni per i festeggiamenti di carnevale che di lì a poco avrebbero caratterizzato e colorato la gran parte dei nostri servizi per l’infanzia in giro per la Lombardia. Non c’è stato il tempo di stupirsi. Dopo un week end passato al telefono inseguendo notizie, decreti e ordinanze ci siamo ritrovati in ufficio molto presto quel LUNEDÌ mattina. Il primo caffè guastato dalle telefonate concitate dei genitori tutte più o meno sullo stesso tono: “Ma quindi per tutta la settimana state chiusi? Ma settimana prossima aprite vero? Peccato per la sfilata, ci rifaremo, ci vediamo presto, un abbraccio a tutte”.

Un abbraccio.

E da quell’abbraccio siamo ripartiti.

Se mi interrogo rispetto a ciò che ha animato le nostre giornate da allora trovo tanta adrenalina, più di un momento di ansia, una gran dose di desiderio di non perdere i pezzi e i sorrisi dei bambini che frequentano i nostri servizi; tanta paura di sbagliare e gli sguardi orgogliosi dei miei soci mentre si ingegnano per trovare i modi più semplici, i linguaggi giusti per dire cosa sta accadendo e per dirlo restando (apparendo) sereni. In poche settimane una impensabile e ineluttabile accelerazione agita su più livelli ha portato STRIPES ad una condizione di generatività inedita e straordinaria. In pochi giorni il significato della parola “cooperazione” si è concretizzata in una palese epifania. Il desiderio di esserci unitamente alla percezione di doversi reinventare le parole per comunicare lo stravolgimento che ci stava attraversando ha animato i nostri gesti quotidiani. Ci abbiamo messo almeno dieci giorni a riconoscere il cigno nero con il suo portato di imponderabile e imprevedibile disastro attaccato alle piume. Dopo quella for- ma di disperata negazione è arrivata la consapevolezza che c’era un mondo di idee anche nuove, anche sperimentali, anche non verificate, anche non sicure che andavano semplicemente esplora- te, raccontate, messe sul tavolo. Sono nate così le riprogettazioni della didattica a distanza nei servizi scolastici ed extrascolastici; sono nate così anche le cronache resilienti: racconti da un mondo pedagogico in cui donne e uomini che hanno scelto la relazione educativa come ambito del proprio agire quoti- diano avevano necessità di confrontarsi con i pochi e, spesso vituperati, mezzi tecnologici a disposizione. Le nostre case (dove convivono amabilmente sul tavolo della cucina il Mac sempre acce- so, le zucchine da affettare e il quaderno dei compiti della figlia più piccola) sono diventate il rifugio di menti laboriose che, sfidando le insidie della rete, i blocchi di Zoom e gli sfondi a scacchi di Skype, hanno rivoluzionato un’ impresa sociale.

Ci siamo messi al fianco dei Comuni del nostro territorio, abbiamo colto la sfida organizzando servizi emergenziali nell’unico modo in cui eravamo capaci: credendoci e tentando di caratterizzar- li in senso educativo. Le telefonate del callcenter per i “quarantenati”, la spesa a domicilio, l’acquisto dei farmaci, la telefonata per rasserenare una mamma stanca che ha appena partorito ed è stata dimessa troppo presto dall’ospedale: cose mai fatte, cose che andavano fatte. Da qualche giorno prende corpo nei progetti che stiamo faticosamente avviando una nuova forma di proattività. Pensiamo ai nostri territori, a soluzioni per i problemi del nostro vicino di casa, pensiamo allo sviluppo di una dimensione locale e digitale insieme, pensiamo al mondo che ci sta cambiando sotto i piedi e che non tornerà mai più a farsi guardare nello stesso modo. L’inatteso si è fatto strada nelle nostre vite e il nostro lavoro di oggi è quello di cercare di stabilire un nuovo ordine, consapevoli del fatto che non si tratterà di ristabilire ciò che c’era ma di costruire le basi per una rinnovata Weltanschauung sul presupposto “Se non osi non ci credi”.

Azione e pensiero, in questo (inedito) ordine.

Cerchiamo di darci un metodo nelle riunioni via etere, facciamo un ordine del giorno che addirittura rispettiamo, stendiamo dei verbali e ci prendiamo in giro per la nostra inconsueta voglia di linearità e stabilità.

I processi decisionali subiscono impennate verticistiche telefoniche che poi si riallineano con lunghe discussioni in meet in cui si trova il punto e lo si tiene stretto, tutti insieme.

I più disordinati tra noi hanno imparato ad usare “drive” e gira voce che una strana disciplina si stia impossessando di noi. Ci ritroviamo a compia- cerci per le scelte e gli investimenti fatti nel corso degli ultimi tre anni sul fronte dell’innovazione tecnologica in cooperativa, ci diciamo che è stata una con- dizione che ci ha reso meno fragili, che ci ha infrastrutturato, permettendoci di resistere a questo terremoto riuscendo a reggendo il colpo.

Poi ci sono le cose che ci diciamo con la voce rotta dalla tristezza.

Tra le cose che non vogliamo dimenticare c’è il profondo sconforto di alcuni momenti in cui abbiamo avuto notizia delle perdite dolorose di mamme e papà dei nostri amici e soci: intimamente ci siamo promessi che dedicheremo a loro i nostri progetti più belli.

Dedicare qualcosa di bello a chi non c’è più: un po’ come abbiamo fatto quando il primo giorno di primavera, ciascuno dalla propria casa e postando una foto, abbiamo dedicato alle vittime di mafia i nostri fiori costruiti con panni, carta e pennarelli colorati.

Mi chiedo poi se possiamo davvero dire di aver compiuto delle scelte in queste settimane. Credo di sì: decidere di sviluppare quella che Taleb ha definito “antifragilità’” contempla l’accettazione della dimensione del rischio, e con essa, la dimensione dell’errore . E sì, questi rischi ce li assumiamo.

Percepiamo con chiarezza che assumersi responsabilità di questi tempi ha un sapore quasi antico, rivoluzionario oserei dire.

Come chiunque agisce nel pieno di una tempesta non sappiamo se è la strada giusta; è troppo presto per dir- lo. In termini prospettici sta affiorando la necessità di riflettere, di scrivere, di sviluppare confronto con altri mondi produttivi; temiamo l’autarchia e l’autoreferenzialità, temiamo una alterata percezione della realtà, abbiamo bisogno del mondo che ci metta in discussione, abbiamo bisogno di litigare con il tempo che non basta mai e che nello stesso tempo incornicia tutti i nostri gesti conferendo valore a tutto ciò che facciamo.

Negli ultimi giorni il bollettino della protezione civile apre spiragli e così si fa strada la consapevolezza che quel tutto ad un certo punto riprenderà … da che punto non si sa, con che accordi non si sa, con che risorse nemmeno e forse neppure con che spirito. Una cosa però è certa: riprenderà tutto ciò che abbiamo coltivato con amore in questi lunghi giorni di incertezza, perplessità, solitudine e sospensione. Perché ciò che si “cura” non scompare mai dai nostri cuori e dalle nostre vite.

Così sarà per il nostro essere cooperatori: non finirà con lo storytelling di ciò che ci ha tenuto insieme, non sarà solo l’aver condiviso l’esperienza della prigionia in casa nostra a fare da collante. Dovremo andare oltre e immaginare un ruolo più dignitoso e imprenditoriale per la cooperazione. Dovremo sfrutta- re le intuizioni generate in questo frangente e non dimenticare ciò che stiamo imparando; dovremo dare la caccia al cigno nero insomma, prima che ricompaia all’orizzonte.

 

*Direttrice Generale Coop Stripes Onlus

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