Editoriale – Noi che avremmo voluto parlare della poesia come cura del mondo

Mentre stiamo per andare in stampa l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si fa sempre più pesante, a tutt’oggi molti sono i morti civili che insieme a bambine e bambini innocenti hanno perduto la vita e, nel mentre, continuano a perderla in una guerra assurda come tutte le guerre che dura ormai da un mese.
Per questo motivo siamo preda di un nonsense, di un dolore profondo che ci attraversa tutte e tutti e non vuole mollare la presa : una violenta contraddizione interroga l’argomento che abbiamo messo a tema in questo numero, Welfare culturale e benessere sociale – ne leggerete  nell’ampio dossier che segue-  e il diritto di  vivere. Semplicemente di vivere in un Paese che agogna la democrazia e la pace, e che proprio per questo viene annientato, saccheggiato, polverizzato, distrutto… Fino a quando potranno resistere gli assediati ? Fino a quanti morti ?
Ci siamo trovati quindi a dover affrontare la tremenda dicotomia esistente tra la Cultura, una delle massime espressioni della Vita, e la guerra, massima espressione della negazione della Vita.
Noi qui avremmo voluto parlare della Poesia come cura e salvezza del mondo, volevamo fare dono della visione di dipinti, di affreschi, di sculture e di architetture dirette verso il cielo. Volevamo rifugiarci nella letteratura più ricca e più bella del mondo, capace di entrare e toccare le corde più nascoste e intime di ognuno.
Noi qui pensavamo di rendere oggetto di desiderio i non luoghi e le periferie, di dare corpo a quei prati sbiaditi, di riverniciare quegli alti steccati, di vocalizzare cantando nei teatri più vuoti per riempirli delle più improbabili sinfonie.
Utopie ? O desiderio/diritto di vivere in questo mondo ?

 

Periferie
Ecco è buio
e io sto passando dal Sempione transitando periferie a noi così care
dentro ci mettevamo un sacco di cose: Idee, progetti, sogni e angosce di giovani pensatori
Ora non ne parliamo più io e te, sono loro a parlarci nella
luce fioca di un lampione un po’ sgangherato che proietta
debole la sua umida luce sul tuo sicuro e amabile profilo
i fari della macchina che lenta scorre nel controviale
augurano una buona serata e umidi e timidi illuminano altre storie…
(Maria Piacente, Come si posano le cose, Europa Edizioni)

In questo mio breve editoriale voglio ricordare con grandissimi affetto e stima la recente scomparsa del Dottor Ambrogio Cozzi, psicoterapeuta, psicoanalista, formatore e nostro compagno di viaggio da molti anni. Insieme a noi è stato testimone dell’uscita del primo numero della rivista Pedagogika  nel 1997.  Ha da sempre fatto parte del nostro Comitato scientifico e ha pubblicato con noi diversi articoli e saggi sulla disabilità. Una voce davvero fuori dal coro. Più volte è capitato di scontrarci, ma è stato proprio questo il bello, spesso generativo di altri e più fecondi incontri.

Tutta la Redazione ha partecipato con cordoglio all’ultimo saluto, di sicuro ne sentiremo la mancanza e sentiremo la mancanza di ragionare senza di lui  ma, a pensarci bene, già “sentiamo” cosa vorrebbe dirci.

 

 

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