Stargate e la geopolitica dell’AI

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Di Igor Guida

 

Per anni abbiamo immaginato il progresso digitale come un processo di progressiva smaterializzazione. I documenti hanno abbandonato la carta, le fotografie gli album, la musica i supporti fisici. Persino i luoghi di lavoro sembravano potersi trasferire interamente nella dimensione virtuale. L’intelligenza artificiale, la tecnologia più avanzata di questa trasformazione, ci sta invece ricordando una verità apparentemente paradossale: il mondo digitale ha bisogno di enormi infrastrutture materiali.

Il 21 gennaio 2025 OpenAI, SoftBank, Oracle e MGX hanno annunciato Stargate, un progetto che prevede investimenti fino a 500 miliardi di dollari in quattro anni per costruire negli Stati Uniti infrastrutture destinate all’intelligenza artificiale. Una cifra impressionante, da intendere come obiettivo di investimento e non come capitale già interamente speso, che racconta tuttavia meglio di qualsiasi dichiarazione la direzione intrapresa dall’industria tecnologica.

Per comprendere le ragioni di questa accelerazione bisogna guardare a ciò che rende possibile il funzionamento dei sistemi di IA. Dietro una domanda rivolta a un assistente digitale si attivano processori altamente specializzati, enormi centri di elaborazione e reti di comunicazione che consumano energia e richiedono sistemi di raffreddamento. Addestrare modelli sempre più complessi e farli funzionare per milioni di persone comporta investimenti che soltanto grandi imprese e Stati possono sostenere su larga scala.

Non siamo quindi di fronte a una semplice evoluzione dell’informatica. L’intelligenza artificiale sta diventando un’infrastruttura strategica, paragonabile per rilevanza alle reti elettriche, alle telecomunicazioni e ai grandi sistemi di trasporto.

È proprio questa dimensione a spiegare perché la competizione tecnologica abbia assunto un carattere apertamente geopolitico. Stati Uniti e Cina non si contendono soltanto la capacità di sviluppare i modelli LLM o gli agenti AI migliori; ma anche l’accesso ai semiconduttori avanzati, alle risorse energetiche, ai talenti scientifici e alle filiere industriali necessarie per produrli. Chi controlla queste risorse può condizionare la disponibilità delle tecnologie e, indirettamente, l’autonomia economica e politica degli altri Paesi.

La questione riguarda molto da vicino anche l’Europa. Se le imprese europee utilizzeranno sempre più sistemi di AI sviluppati e gestiti altrove, quali margini conserveranno per governare dati, conoscenze e processi produttivi? Non è soltanto un problema di dipendenza commerciale. È una questione di sovranità tecnologica, capacità di ricerca e possibilità di orientare l’innovazione verso obiettivi condivisi oltre che una questione indubbiamente di democrazia.

Si aprono anche diversi interrogativi ambientali, perchè la crescita dei centri di elaborazione può determinare un aumento della domanda elettrica, del consumo di acqua e dell’impiego di materiali critici. I benefici ambientali che l’AI potrebbe produrre, ad esempio ottimizzando i consumi energetici o migliorando la gestione delle risorse, devono essere confrontati con i costi necessari per realizzarla.

Esiste infine una preoccupazione distributiva: una tecnologia destinata a incidere su istruzione, salute, lavoro e amministrazione pubblica rischia di essere controllata da un numero relativamente ristretto di soggetti dotati delle risorse necessarie per svilupparla, influenzando le scelte collettive.

Stargate è dunque molto più di un grande investimento industriale: segna il momento in cui l’intelligenza artificiale rivela pienamente la propria natura di tecnologia sistemica, capace di ridefinire gli equilibri tra economia, politica e società.

Quanto ancora diventeranno “intelligenti” le macchine? Chi possiederà le infrastrutture che le rendono possibili? Chi potrà accedervi e a quali condizioni? Il futuro dell’AI, evidentemente, si sta costruendo anche molto lontano dagli schermi.


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